Un ambizioso piano di riforme sociali ed economiche con l’obiettivo primario di rendere l’Arabia Saudita indipendente dal petrolio entro il 2030. Dall’aprile 2016, con Vision 2030, Mohammed bin Salman sta rivoluzionando il Paese con una serie di novità che stanno investendo la società e cambiando le sue abitudini. L’erede al trono ha annunciato di voler tornare a una visione moderata dell’Islam e ha aperto a diverse forme di divertimento, dai concerti agli spettacoli dal vivo, alle proiezioni dei film. Dopo 35 anni, il ministero della Cultura e dell’Informazione ha annunciato che i primi cinema saranno aperti dal prossimo marzo.

Ma il percorso di apertura avviato da Riad ha segnato una svolta storica con la concessione di maggiori diritti alle donne. L’Arabia Saudita ha deciso di autorizzare le donne a guidare auto, camion e moto, facendo cadere così un tabù. Poco dopo, i responsabili sportivi del Paese hanno annunciato che alle donne sarà permesso l’accesso negli stadi delle tre maggiori città del regno, Riad, Gedda e Damman. Grandi riforme investono quindi tutti i settori della società. O almeno questo è quello che sembra. Per quanto riguarda la pena di morte, infatti, il governo saudita non pare abbia intenzione di cambiare il suo orientamento. 

La pena di morte

L’Arabia Saudita è tra i maggiori Paesi al mondo per numero di condanne a morte, spesso utilizzate come strumento della repressione politica, ma anche contro i responsabili di reati non violenti. Il numero di esecuzioni attuate quest’anno potrebbe eguagliare o superare quello degli ultimi due anni. A fornire i dati è stato BuzzFeed che ha dichiarato di aver ottenuto in esclusiva da Reprieve, gruppo di attivisti britannici per i diritti umani, i dati delle condanne a morte eseguite in Arabia Saudita nel 2017. Da gennaio a oggi, nel Paese sono state uccise 137 persone, 11 delle quali nelle ultime due settimane. 154 persone nel 2016, mentre due anni fa sono state condannate a morte almeno 158 persone, un aumento del 76% rispetto al 2014, registrando così il numero più alto degli ultimi vent’anni. “Queste cifre dimostrano che con Mohammed bin Salman il governo saudita non ha intenzione di porre fine alle condanne a morte come strumento per annientare il dissenso”, ha dichiarato Maya Foa, direttrice di Reprieve

Tre i metodi di esecuzione utilizzati: impiccagione, lapidazione e decapitazione. Quest’ultimo procedimento è quello utilizzato per la maggior parte dei condannati a morte, anche se le autorità saudite usano spesso anche la fucilazione. Il rapporto di Amnesty International del 2016 parla di almeno 154 persone uccise dopo una condanna a morte: 81 sono state giudicate colpevoli di omicidio, 47 di terrorismo, 24 di aver violato le leggi sugli stupefacenti, una di rapimento e tortura e una di stupro.

La Sharia

Nonostante le riforme di Mohammed bin Salman, che vuole anche tornare a un Islam più moderato e riprendere parte del potere che alla fine degli anni Settanta la monarchia saudita aveva ceduto al clero più radicale, oltre i due terzi delle condanne a morte dell’anno in corso sono avvenute nei cinque mesi successivi alla sua nomina a principe ereditario. Secondo la più stretta l’interpretazione della Sharia, la legge islamica, la pena di morte in Arabia Saudita è applicabile come punizione per i crimini che vanno dall’omicidio all’apostasia, la rinuncia della propria religione. “La pena capitale, prevista dalla Sharia, è piuttosto difficile da sradicare, e non ho sentito dire nulla in proposito a MbS”, ha dichiarato Ali Shihabi, direttore di Arabia Foundation, gruppo con sede a Washington con focus sugli Stati della Penisola araba.

Dalle manifestazioni allo spaccio: le condanne del 2017

Poco dopo la vista del presidente americano Donald Trump in Arabia Saudita, avvenuta lo scorso maggio, quattro persone sono state uccise per aver partecipato alle proteste politiche, mentre ad altri 14 manifestanti sono state confermate le sentenze capitali. “È perverso descrivere il principe ereditario come un riformatore, quando minaccia di giustiziare dei giovani il cui unico crimine è stato quello di partecipare alle proteste che chiedevano una riforma”, ha dichiarato Foa. Nel corso dell’anno, almeno 54 persone sono state uccise perché accusate di reati legati alla droga. Tra loro anche una decina di uomini che contrabbandavano narcotici dopo averli ingoiati. Numerose anche le persone condannate per omicidio.

In alcune occasioni le esecuzioni avvengono in pubblico e la testa della persona decapitata dal boia o il suo cadavere vengono esposti agli occhi di tutti i cittadini. Se di solito le condanne a morte sono individuali, quest’anno diverse persone sono state decapitate lo stesso giorno in una grande punizione esemplare. 

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