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L’Arabia Saudita punta ancora il dito sull’Iran. E questa volta lo fa portando le “prove” dell’attacco: i frammenti dei droni e dei missili che, a detta dell’intelligence saudita, sarebbero stati rinvenuti negli impianti petroliferi dell’Aramco. In una conferenza stampa organizzata dalle autorità di Riad, Turki al Malki, ministro della Difesa saudita e portavoce della coalizione araba coinvolta nella guerra in Yemen, ha ribadito che “tutte le prove che abbiamo raccolto dai siti dimostrano che sono stati usati armamenti iraniani nell’attacco. Tutte le prove che abbiamo raccolto puntano all’Iran”. Secondo il ministro saudita, le installazione di Aramco sono state colpite da 18 droni e 7 missili da crociera iraniani (quattro di questi hanno colpito Khurais) la cui data di fabbricazione è il 2019 e che sono posseduti dai Pasdaran.

Non solo, i sauditi hanno anche affermato che in base ai loro tracciamenti, i missili sono partiti da nord. Il che significa che, secondo la versione di Riad, i droni e i missili da crociera non potrebbero essere partiti dalle postazioni dei ribelli Houthi. Mentre non solo i ribelli sciiti hanno rivendicato l’attacco, ma sono anche gli stessi iraniani ad avere affermato la regia Houthi dietro l’attacco agli impianti.

Fin qui tutto sembrerebbe propendere verso una chiara indicazione di un responsabile unico: l’Iran. Ma attenzione a dare una lettura superficiale. Le parole sono importanti: specialmente in uno scenario di guerra e quando a parlare sono potenze mediorientali che si fronteggiano ormai a viso quasi aperto nel caldo scacchiere del Golfo Persico. Al Malki ha puntato certamente il dito contro Teheran, ma le sue parole vanno lette attentamente. Perché se è vero che il portavoce della coalizione araba ha detto chiaramente che c’è la mano dell’Iran, è anche vero che ha lasciato aperto un curioso spiraglio. Ha ribadito che l’attacco è partito sicuramente da nord, in questo modo volendo smentire pubblicamente la versione data da Houthi e Teheran, ma ha anche detto che il raid sui siti petroliferi è stato “sponsorizzato dall’Iran”. Il che significa che senza una chiara individuazione del sito di lancio e con la sola definizione di “sponsorizzazione” di fatto la stessa Riad si limita a constatare che non è in grado di stabilire, per il momento, la mano dell’Iran. Semmai una regia, più o meno occulta. Ma questo eviterebbe il fatto di aver dichiarato pubblicamente che uno Stato abbia colpito un altro Stato: in pratica un atto di guerra.

La versione saudita non è quindi quella di chi vuole scatenare una guerra: ma di chi vuole far elevare la pressione sull’Iran ai massimi livelli. Una mossa che serve anche a tranquillizzare Donald Trump, dal momento che gli Stati Uniti non vogliono assolutamente  che l’escalation nel Golfo Persico abbia l’effetto di aumentare il prezzo del petrolio o, peggio ancora,m di dover costringere gli Usa a intervenire in un nuovo conflitto mediorientale. Trump non vuole la guerra e lo ha fatto capire chiaramente a tutti gli attori in gioco. Lo sanno gli iraniani, che sono perfettamente consapevoli di poter alzare il tiro nel gioco dei negoziati per il nucleare iraniano, e lo sanno anche i partner mediorientali di Washington che invece premono in ogni modo per far sì che la Casa Bianca aumenti le sue misure contro la Repubblica islamica. Misure che sono arrivate intanto oggi con l’annuncio, proprio da parte di Trump, dell’aumento delle sanzioni sull’Iran. Ma per ora, The Donald non vuole andare oltre e anche i sauditi, su richiamo non solo di Washington ma anche di Mosca e Pechino, hanno capito che è il caso di allentare il ritmo.

L’intervento delle tre superpotenze potrebbe essere stato molto più decisivo delle rilevazioni dell’intelligence saudita. Le prove, inutile dirlo, possono essere lette in qualsiasi modo e si può dare loro qualsiasi lettura. E di certo a Riad non brillano per trasparenza. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha chiesto a Mohammed bin Salman di frenare l’escalation soprattutto per evitare choc petroliferi. La Cina idem, che ora non vuole conflitti un’area fondamentale sia per il suo import di oro nero sia per i suoi piani di avanzata verso ovest con la Nuova Via della Seta. E gli Stati Uniti, come già confermato da Trump e da alcuni segmenti del Pentagono, hanno addirittura avanzato l’ipotesi di un’inchiesta dell’Onu: quelle stesse Nazioni Unite che l’amministrazione Usa ha sempre guardato con un certo rancore. Ipotesi confermata anche dal Palazzo di Vetro che, stando a fonti interne, ha chiarito che manderà presto un team di esperti nei siti colpiti dai droni e dai missili.