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Recentemente stremato da una catastrofe ambientale, il Libano torna a essere in questi giorni protagonista indiscusso in Medio Oriente. Dalla sera di giovedì 17 ottobre migliaia di giovani libanesi -di differente religione ed estrazione sociale- sono scesi nelle strade di Beirut per protestare uniti contro la classe politica del Paese. Nell’occhio del mirino vi sono Saad Hariri, primo ministro del Libano e capo della fazione sunnita Tayyar Al-Mustaqba (Movimento il Futuro) e, da ieri, il Presidente della Repubblica Michel Aoun.

All’origine delle contestazioni, un annuncio, da parte del governo, di una nuova tassa di 6 dollari sul servizio di messaggistica Whatsapp. Tale imposta, addizionata agli aumenti sui carburanti e il tabacco, ha causato un ulteriore aumento del carovita per la già fragile economia libanese. In Libano, secondo i dati ufficiali della Banca mondiale, circa un cittadino su quattro vive sotto la soglia di povertà. La classe politica, quasi del tutto immutata dall’epoca della guerra civile, è ora sotto accusa di corruzione da parte dei giovani manifestanti libanesi.

Durante la prima notte di manifestazioni, tra giovedì 17 e venerdì 18 ottobre, due operai siriani sono morti a causa degli incendi appiccati da alcuni dimostranti. Secondo l’Agenzia Nazionale di Informazione, inoltre, il numero di feriti ammonterebbe a circa 60 individui. La mattina del 18 ottobre, secondo giorno di manifestazioni, Beirut è irriconoscibile. Polveri di fumo nero, emanate dai tanti pneumatici bruciati dai manifestanti, appesantiscono il cielo della capitale del Paese dei cedri. Il cuore pulsante di questa storica manifestazione è nelle piazze dei Martiri e di Riad el Solh, attigue alla sede del governo e del parlamento libanese.

Le manifestazioni, in continua crescita, stanno conferendo alle contestazioni dei giovani libanesi un tale importanza da poter paragonare l’evento alle primavere arabe che, circa dieci anni fa, avevano scosso numerose piazze del Medio Oriente e del Nord Africa. Il Libano, del resto, non aveva ancora conosciuto eventi di questa portata dove, per la prima volta, la comunità cristiana, la minoranza drusa e i musulmani sciiti e sunniti si trovano tutti uniti in un solo intento. Di giorno in giorno, la “rivolta dei cedri” accoglie nuove istanze sempre più rivoluzionarie per il contesto socio-politico libanese come la richiesta di uno Stato laico e l’abbandono del confessionalismo che ha contraddistinto il sistema politico libanese dall’epoca dell’indipendenza ai giorni nostri.

I simboli e i linguaggi adottati dai giovani manifestanti libanesi, peraltro, stanno plasmando un’inconfondibile fisionomia che contraddistinguerà anche in futuro questo importante evento storico. Il nuovo volto della protesta è la celebre maschera del recente film Joker, i cui colori – rosso, bianco e verde- permettono ai giovani libanesi di nascondere i loro visi dietro un trucco che rievoca la bandiera nazionale. La risposta alle contestazioni, da parte del governo, non si è fatta attendere a lungo. Lunedì 21 ottobre, attraverso un comunicato alla televisione libanese, il premier Saad Hariri ha annunciato una serie di riforme in programma per l’anno venturo e – presentando il bilancio economico per il 2020- ha affermato che “i libanesi non pagheranno alcuna imposta supplementare nel corso del prossimo anno”. Compaiono nel nuovo programma tasse per le banche, migliorie a livello di infrastrutture, la creazione di un organismo anticorruzione e, soprattutto, un dimezzamento degli stipendi rivolto a tutta la classe politica libanese.

Ieri, il generale Michel Aoun, presidente della Repubblica libanese, ha rotto il suo silenzio per la prima volta dall’inizio delle manifestazioni, invitando i giovani ad abbandonare le loro velleità rivoluzionarie dichiarando che “non è sulla strada che si cambia il sistema politico”. Differenti le reazioni degli altri leader politici libanesi: Samir Geagea, capo del partito cristiano maronita al-Quwwāt al-Lubnāniyya (Forze Libanesi), ha annunciato la volontà di voler andare a nuove elezioni. Analoga volontà è stata palesata dal leader della minoranza drusa Walid Joumblatt. Ambigua appare sinora la posizione presa da Hassan Nasrallah, capo del movimento sciita Hezbollah. Nasrallah, che ha da subito palesato di essere contrario alla caduta del governo in carica, ha recentemente dichiarato che le manifestazioni in corso non sarebbero altro che “un complotto” organizzato a tavolino.

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