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Da almeno un paio d’anni il Giappone è salito sulla cresta dell’onda mediatica. All’improvviso sembra che tutti abbiano un buon motivo per parlare di una nazione fino a non molto tempo fa considerata una meta esotica, terra lontana e difficile da raggiungere. Adesso, invece, milioni e milioni di turisti prendono d’assalto Tokyo, Kyoto e Nara, creando non pochi problemi legati all’overtourism. Lo yen in caduta libera invoglia l’orda di viaggiatori occidentali, muniti di euro e dollari, ma anche sempre più cinesi, a visitare Shinjuku, Asakusa e Akihabara. L’economia nipponica continua ad alternare scossoni e apatia, anche se i segnali di raffreddamento iniziano ad essere evidenti. Nel frattempo, sul fronte geopolitico il Paese asiatico è stato arruolato in prima linea dagli Stati Uniti. Washington ha infatti chiamato i suoi partner asiatici a raccolta in vista della possibile sfida finale contro la Cina, e Tokyo ha risposto presente.

Ma che cos’è diventato, oggi, il Giappone? Si può davvero parlare di “ascesa giapponese”, in riferimento anche alle novità militari sulle quali sembrerebbe voler far leva il governo di Fumio Kishida, oppure quello nipponico è solo e soltanto soft power? Lo abbiamo chiesto ad Antonio Moscatello, giornalista ed esperto di Giappone, appena rientrato in Italia da Tokyo, e autore di libri fondamentali sul tema come Breve storia del Giappone, Forse non tutti sanno che in Giappone, A tutto Giappone, 101 cose da fare a Tokyo e in Giappone almeno una volta nella vita e Guida curiosa di Tokyo e del Giappone, tutti editi da Newton Compton Editori.

È appena rientrato dal Giappone. Che Paese ha trovato?

“Premetto che è la prima volta in assoluto da almeno 30 anni che visito il Giappone per turismo e non per lavoro. In questo viaggio ho potuto osservare da vicino il nuovo volto del Giappone “pop” e malato di iperturismo. Questa nazione è diventata effettivamente una meta che fa tendenza, è piena di turisti, ed è interessante notare un aspetto che pochi evidenziano a dovere: ci sono tantissimi cinesi“.

Che cosa significa?

“Dopo gli anni dell’emergenza sanitaria la Cina ha riaperto i suoi confini più tardi rispetto al resto del mondo. I cinesi, quindi, da un lato vogliono viaggiare, ma dall’altro hanno tanta liquidità da far uscire. Ebbene, stanno investendo in maniera massiccia anche in Giappone”.

È un fenomeno interessante.

“Esatto. Ho trovato un Giappone con molta Cina dentro, ma devo ancora inquadrare questo fenomeno e capire che effetto avrà. Ci sono però città come Osaka (dal punto di vista strutturale) e Kyoto (dal punto di vista turistico) che sono letteralmente invase da capitali cinesi, ristoranti cinesi, negozi cinesi, catene cinesi… È una tendenza ben visibile, e un trend del genere mi fa pensare come il mondo, geopoliticamente parlando, sia in evoluzione frenetica. Le categorie che usiamo oggi per orientarci, per esempio per definire Paesi alleati e rivali, tra pochi mesi forse non avranno più alcun senso”.



Tornando al Giappone, da un lato è sempre più grande l’ombra dell’overtourism, dall’altro c’è chi sottolinea come la sua economia – di per sé rimasta a navigare nelle sabbie mobili dopo lo scoppio della Grande Bolla –  non brilli più come in passato. E non mancano neppure tensioni politiche interne, con il governo guidato da Fumio Kishida in difficoltà…

“Affronterei il discorso economico analizzando due livelli diversi. Partirei dal punto di vista della “economia di strada”, di quello che si vede camminando in giro. C’è molto di abbandonato e di “lasciato andare”, si vedono negozi chiusi, si percepisce il massiccio arrivo di capitali cinesi impegnati in investimenti micro. Se invece spostiamo il discorso sul piano finanziario, della grande economia, qui sembra che sia in corso un’altra partita con altre regole. Lo yen basso è in fondo una scelta precisa. La Bank of Japan ha seguito una traiettoria diversa rispetto a tutte le altre banche centrali, e continua a mantenere una politica monetaria ultra espansiva pur avendo modificato la sua tendenza sui tassi, che prima erano negativi e adesso leggermente positivi”.

E gli scossoni finanziari che, di tanto in tanto, “regalano” alla Borsa di Tokyo le prime pagine sui quotidiani di tutto il mondo?

“Sono legati a dinamiche globali. La Borsa giapponese, nella prima metà dell’anno, ha battuto tutti i record. Adesso ha avuto dei crolli, è vero, ma c’è un’instabilità globale sui mercati che, complice anche il dico-non dico della Boj, ha generato questi effetti amplificati. Quando poi diciamo che la Borsa è caduta del 12%, lo ripeto, ricordiamo che per la metà dell’anno quella stessa Borsa stava battendo tutti i record. I conti veri bisognerà farli alla fine dell’anno”.


E per quanto riguarda il governo Kishida?

“Politicamente parlando, Kishida è un morto che cammina. E non certo da oggi. Il suo mandato è stato, dal punto di vista del consenso, un mezzo disastro. È sistematicamente sotto il 30% dei consensi. Sembra che abbia riempito il suo spazio politico di parole chiave e formule altisonanti (vedi: “nuova economia”) senza portare concretezza. Nella sostanza, invece, i giapponesi hanno assistito a tanti scandali (comuni, sia chiaro, non grandi come quelli ai quali ci ha abituato la nostra politica). Kishida ha avuto, in ogni caso, un mandato travagliato, sempre al di sotto della linea di galleggiamento. Si è salvato, almeno fino ad ora, perché non c’erano alternative in grado di rimpiazzarlo. Aspettiamo però le prossime scadenze elettorali”.

Che cosa potrebbe succedere?

“È molto, molto probabile che il Partito liberaldemocratico (PLD) senta il bisogno di cambiare cavallo. Bisognerà però vedere come si muoveranno le fazioni e le correnti interne al partito, che è un po’ come la nostra vecchia Democrazia Cristiana. Il PLD è una strana bestia che assorbe tutto e il contrario di tutto. È un’ameba del potere, un partito Stato”.


Sono usciti dei nomi papabili per il dopo Kishida?

“Per ora non ci sono nomi certi o, se ci sono, sfuggono ancora ai radar di chi non è dentro alle dinamiche del PLD. L’opposizione, invece, non sembra ancora in grado di esprimere una candidatura, non dico forte, ma quanto meno votabile per contrastare il citato PLD. Insomma, io non vedo all’orizzonte qualcuno in grado di prendere il testimone di Kishida. A meno che i giapponesi non vogliano puntare sull’astensione come succede nei partiti in Italia (da noi, del resto, ormai si vince per astensione)… La sostituzione di Kishida è però un fatto che deve succedere e succederà a breve. Chissà cosa uscirà dal calderone del PLD… Un nome è impossibile farlo. L’identikit del candidato ideale potrebbe però essere questo: donna e innovatrice”.

Di cosa avrebbe bisogno il Giappone?

“Di un candidato giovane, ambientalista (che spinga fortissimo sulle nuove tecnologie sostenibili), che ne capisca di politica globale e internazionale, che non si fossilizzi solo su quei temi che saranno mai concretizzati, come riformare l’articolo 11 della costituzione, quello sul divieto di possedere forze armate. Anche Kishida sta portando avanti la sua riforma, ma è minimal, e poi priva di una reale forza politica. L’attuale primo ministro si limita a fare annunci, presumibilmente per accontentare i pezzi più conservatori del suo partito, ma al contempo non sembra abbia voglia né tempo di portare a compimento alcuna riforma”.


Secondo te Giappone si sta risvegliando militarmente parlando oppure è solo tanta “propaganda”?

“Io vedo un Giappone stanco e anziano, e gli anziani – lo sappiamo – non sono per niente agili. Le forze di autodifesa lamentano il fatto di non riuscire a trovare abbastanza uomini e donne per rimpolpare i loro ranghi. Il reclutamento è arrivato a meno della metà del fabbisogno… Bisogna quindi vedere che cosa intendiamo con il concetto del “Giappone che si risveglia militarmente”. A me non sembra che stia accadendo niente del genere. Parliamo di un Paese vecchio, e chi dice il contrario spesso butta analisi al vento”.

Il Giappone sta facendo l’alfiere degli Usa nell’indo-pacifico. Qual è il vero ruolo di Tokyo nella nuova strategia di Washington?

“Bisogna capire quale sarà la nuova veste Usa, e lo scopriremo tra qualche mese. Il Giappone ha sempre fatto l’alfiere Usa nell’Indo-Pacifico. Dal punto di vista militare è integrato in un’alleanza politica strettissima, in una sudditanza persino più marcata rispetto a quella italiana. Il rafforzamento e l’allineamento militare imposto dall’amministrazione Biden ai propri alleati regionali – Corea del Sud, Giappone e Filippine – in realtà pone Tokyo non nel ruolo di alfiere, ma in quello di poco più di un pedone. Dal punto di vista delle armi, il governo Kishida ha investito nel programma con Regno Unito e Italia per il jet di nuova generazione, ha modificato il programma navale per alcune imbarcazioni… Se questa roba vogliamo definire tutto questo “grande programma di armamento”…”.

Cosa dovrebbe fare il Giappone?
 
“Ha bisogno di battere un colpo nella regione indopacifica, perché è la quarta o terza potenza economica al mondo, la seconda dell’Asia, a seconda di quanto giocano i cambi. Resta però un nano politico, e militarmente non ha tassi di crescita né la stessa proiezione che ha la Cina. Tokyo avrebbe quindi bisogno di marcare la sua presenza. Kishida, o chi per lui, potrebbe poi trovarsi a gestire lo spinosissimo dossier Trump…”

A suo avviso il mito del “risveglio giapponese” si gioca più sul lato pop che non su quello militare e politico?

“Il Giappone, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, è sempre stato soft power. Questa nazione è una tigre che non ruggisce. Ma deve decidere bene cosa vuole essere, cosa vuol diventare. Al momento credo non l’abbia ancora fatto. Da un lato Tokyo ha vincoli militari stretti che la spingono necessariamente ad essere soft power; dall’altro lato è pur vero che il Giappone pop può funzionare per certi aspetti e basta. Anche perché ha perso terreno dal punto di vista economico e il mondo va sempre verso maggiori chiusure; quindi avere soft power – sinonimo di investimenti – è utile in un mondo globalizzato. Il Giappone deve competere con una Cina che in termini di soft power sta dando notevoli riscontri positivi: guardiamo agli investimenti di Pechino in Africa, ma anche al fatto che il Dragone è diventato capofila di un blocco di Paesi che noi definiamo ormai “Paesi canaglia” (mi riferisco a Russia & co.) ma il resto del mondo no. Dal nostro buco della serratura europeo, siamo ancora convinti di poter dettare agli altri le coordinate del mondo. Ma il mondo si muove verso altre direzioni rispetto. Il Giappone è incastonato nel cosiddetto blocco occidentale, ma in realtà ha bisogno di ragionare anche sulla sua identità asiatica, molto più sentita da parte della popolazione locale”.

La demografia non è una grande alleata del Giappone…

“Non dobbiamo ignorare il dato demografico, perché è quello che ci fa capire qual è il mood di un Paese. Il Giappone in questa fase della sua storia ha una fragilità sociale interna notevole, dovuta anche e soprattutto alla demografia che per me è un elefante in cristalleria. Intendiamoci: il Giappone non è carino, è vecchio. Ha poi una politica di immigrazione stretta, basata solo su chi porta i denari, e dunque sta avendo un afflusso di immigrati e blocchi familiari cinesi che investono, ma che non riesce a gestire. Ci sono pezzi di Osaka dove si parla coreano e cinese. Cosa voglio dire? Che l’aspetto di potenza economica pop potrebbe non bastare per il Giappone. Dipende cosa hanno intenzione di fare. Se vogliono diventare il parco tematico dell’Asia, la Giapponeland dell’Asia, allora va benissimo puntare su pop e soft power. Dopo di che, però, Tokyo deve capire se ambisce a contrastare la dinamica dell’invecchiamento, del suo rimpicciolimento geopolitico, se vuole puntare sulla difesa, sull’economia, sulla finanza… Mi sembra che il Paese sia senza una direzione”.

Non è che l’alleanza con gli Usa sta snaturando l’identità giapponese? Non c’è il rischio di arrivare a un punto di rottura?

“Non bisogna sottovalutare la plasticità del tessuto ideale giapponese, che è parte della sua identità. Il Giappone è stato confuciano, il più filo occidentale degli asiatici, il più filo americano… è sempre stato un Paese abbastanza mimetico. In genere, questa nazione è sempre stata in grado di masticare ed elaborare influenze esterne. O meglio: assomiglia il più possibile ad un modello per poi utilizzare un modello e una traiettoria propria. Il Giappone è locale e globale allo stesso tempo. Il rischio di arrivare a un punto di rottura, sempre se di rischio vogliamo parlare, Tokyo lo corre dal dopoguerra”.
 
Che città è diventata Tokyo? È un modello urbanistico oppure una giungla di cemento?

“È un tema controverso. Per esempio, per quanto concerne i trasporti pubblici Tokyo è un modello. Poi bisogna vedere quanto replicabile altrove, perché questa città non ha archeologia ed è facile costruire infrastrutture ovunque. Attenzione però, perché Tokyo, ora come ora, non è la città più dinamica del Paese: quel ruolo spetta a Osaka. In ogni caso, la capitale nipponica da un lato non è proprio entrata nel XXI secolo: molti ristoranti continuano a non accettare pagamenti con carte o contactless. Per altri aspetti – il citato trasporto pubblico – funziona però come un orologio giapponese. Per altri ancora assomiglia ad un parco tematico: ci sono quartieri, come Akihabara, che sono fatti apposta per un certo tipo di turisti. Ve ne sono altri che invece assomigliano a grandi dormitori che dopo le 5, le 6 di sera sono circondati dalla morte civile. In conclusione, Tokyo non può essere un modello anche se lo è stato. Se guardiamo alle altre città asiatiche, Tokyo ne ricorda una degli anni Novanta”.

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