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Nel cuore del Golfo di Guinea, a oltre 6.000 chilometri dalle coste argentine, sorge Annobón (Pagalu o Pigalu nella lingua autoctona fang), un’isola vulcanica di appena 17,5 km², parte della Guinea Equatoriale. Con una popolazione di circa 5.300 abitanti, questo angolo remoto dell’Africa occidentale ha sorpreso il mondo con una richiesta audace e alquanto insolita: diventare un territorio associato all’Argentina. La notizia, riportata da piattaforme come La Derecha Diario e discussa animatamente su social come X e Reddit, ha generato curiosità e scetticismo, dal momento che Annobon intreccia la propria storia coloniale, la crisi umanitaria che sta vivendo (e di cui nessuno parla) e le ambizioni geopolitiche.

Scoperta dai portoghesi il 1° gennaio 1473 (da cui il nome, che deriva da “Ano Bom”, cioè “anno buono” in portoghese), Annobón è un microcosmo culturale dove si parla il Fá d’Ambô, un creolo portoghese che riflette influenze africane, europee e caraibiche. Isolata geograficamente e trascurata dal Governo di Malabo, la capitale, la comunità annabonese vive in condizioni di estrema povertà, senza accesso regolare ad acqua potabile, elettricità o servizi sanitari. La richiesta, avanzata dal leader locale Orlando Cartagena Lagar, autoproclamatosi primo ministro, è un grido di aiuto contro il regime autoritario di Teodoro Obiang, al potere dal 1979, e si basa su un presunto legame storico con il Virreinato del Río de la Plata, divisione amministrativa dell’Impero spagnolo che comprendeva gli attuali Argentina, Bolivia, Paraguay, Uruguay e parte di Brasile e Cile, con Buenos Aires come capitale. Ma cosa spinge questa piccola isola a guardare così lontano per immaginare un futuro migliore?

L’Isola di Annobon

La storia di Annobón è segnata da colonizzazioni, resistenze e marginalizzazione. Inizialmente colonizzata dai portoghesi, che vi portarono schiavi dall’Angola e da São Tomé, l’isola fu ceduta alla Spagna nel 1778 con il Trattato di El Pardo, entrando di fatto nel Virreinato del Río de la Plata, che includeva, tra gli altri, l’attuale Argentina. Questo legame, evocato da Cartagena Lagar come base per la richiesta, è però ancora poco documentato e oggetto di dibattito.

I rifiuti tossici

Durante il regime di Francisco Macías Nguema, il primo presidente della Guinea Equatoriale (1968-1979), Annobón subì gravi violazioni dei diritti umani: nel 1973, un’epidemia di colera causò 400 morti, con il governo che bloccò gli aiuti della Croce Rossa e ad altre associazioni umanitarie. Nel 1988, il governo della Guinea Equatoriale firmò un accordo con la compagnia britannica Axim Consortium Group per smaltire 10 milioni di fusti di rifiuti tossici e radioattivi ad Annobón, in cambio di 1,2 milioni di dollari per l’uso di 200 ettari di terreno per dieci anni, causando gravi danni ambientali e numerose proteste locali. La scoperta di giacimenti petroliferi negli anni Novanta ha reso la Guinea Equatoriale uno dei Paesi più ricchi d’Africa in termini di Pil pro capite, ma la ricchezza non ha raggiunto l’isola di Annobón, dove la pesca artigianale è devastata dal sovrasfruttamento da parte di aziende affiliate al regime.

Nel 2022, Cartagena Lagar e altri leader hanno dichiarato unilateralmente l’indipendenza sotto l’egida di Ambô Legadu, un gruppo separatista con base in Spagna, senza però ottenere riconoscimenti internazionali. I commenti sulle varie piattaforme sottolineano che questa richiesta potrebbe essere una strategia per attirare l’attenzione globale sulla dittatura di Obiang, descritto come un leader totalitario che ha accumulato ricchezze mentre il 70% della popolazione vive in povertà. Gli annabonesi, etnicamente distinti dal resto del Paese, continuano a denunciare discriminazioni sistematiche e un senso di alienazione culturale, che li avvicina più a São Tomé e Príncipe, un paese a 145 km, che a Malabo, la loro capitale, a 685 km.

Una richiesta difficile da soddisfare

La richiesta di Annobón, presentata a Buenos Aires il 28 maggio 2025, ha sollevato una questione geopolitica estremamente complessa. Per l’Argentina, accogliere la petizione potrebbe voler dire costituire un avamposto strategico nell’Atlantico meridionale, in una regione ricca di risorse petrolifere. Tuttavia, il governo di Milei ha reagito con cautela, deferendo la questione al Congresso, consapevole di eventuali rischi diplomatici. Infatti la Guinea Equatoriale considera Annobón parte integrante del proprio territorio, e un coinvolgimento argentino potrebbe innescare una crisi con il governo equatoguineano, compromettendo il sostegno africano alla causa delle Malvinas, argomento cruciale per Buenos Aires. Su Reddit, molti utenti sottolineano la complessità legale e logistica di un’annessione transcontinentale, definendola “irrealistica” e paragonandola a scenari ipotetici come l’annessione di Capo Verde da parte del Brasile. Altri vedono nella richiesta un gesto per denunciare la repressione: nel luglio 2024, 16 annabonesi sono stati arrestati dopo aver protestato contro i danni ambientali causati da esplosioni di dinamite legate a operazioni minerarie.

L’isola, che ad oggi mantiene vive tradizioni come il “Dia do Colono”, per commemorare l’arrivo dei primi coloni portoghesi e la fondazione della comunità locale e la lingua fá d’ambô, sogna l’Argentina come simbolo di libertà, ma la sua economia fragile, l’isolamento geografico e lo spettro di una crisi diplomatica rendono il progetto attualmente impraticabile. Questa vicenda inoltre riflette parte delle tensioni del mondo globalizzato di oggi: una comunità schiacciata tra un passato coloniale e un presente oppressivo cerca un alleato improbabile, evocando un sottile legame storico per sfuggire a un regime che, come scrive un utente su Reddit, “fa sembrare Trujillo (dittatore dominicano) o Batista (dittatore cubano) figure moderate”. Per ora, il sogno argentino rimane un’utopia, ma il grido di Annobón continua a risuonare sull’Atlantico e sul mondo.

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