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Gli Stati Uniti possono essere considerati un impero? Questa domanda dilania il mondo della politologia dall’epoca della guerra fredda e la realtà politica sin dall’età dell’espansionismo a ponente e meridione nel nome del Destino manifesto e della dottrina Monroe.

Politologi e politici continuano ad essere divisi su quale possa essere la definizione migliore per descrivere gli Stati Uniti, ma concordano su un fatto: la nazione non può ammettere a se stessa di essere un impero, in ragione della valenza intrinsecamente negativa del termine, perché ciò equivarrebbe a confessare che gli ideali della generazione di George Washington sono stati traditi e che la Nuova terra promessa ha interiorizzato quella forma mentis imperialista contro la quale ha combattuto.

In realtà, che il dibattito sia ancora in corso e lontano dal finire non è rilevante, perché i numeri della politica estera degli Stati Uniti sono più eloquenti ed esplicativi dei libri, delle opinioni e delle teorie: 800 basi militari operanti in 80 Paesi, 200mila soldati dispiegati in tutto il globo – un terzo dei quali in Medio Oriente –, 6.4 trilioni di dollari spesi in interventi militari e guerre fra Medio Oriente e Asia dall’11/9 ad oggi, almeno 81 operazioni di interferenze elettorali certificate dal 1946 al 2000, 72 regime change falliti durante la guerra fredda (e altrettanti andati a buon fine) e 208 anni su 223 trascorsi inviando o avendo truppe all’estero nel contesto di guerre, missioni multinazionali, rovesciamenti di governi ostili e/o repressione di rivoluzioni.

Cifre e fatti alla mano, gli Stati Uniti possono essere legittimamente fatti rientrare nella categoria dei cosiddetti imperi informali, cioè entità imperiali che alle colonie preferiscono i protettorati e che mantengono il controllo sui propri domini a mezzo di interventismo aperto e coperto, interdipendenza economica (e politica) tra centro e periferie e instrumenta regni come l’intrattenimento (Hollywood) e la religione (protestantesimo evangelico).

L’eterno dilemma sull’impero, però, abbisogna di un elemento ulteriore per essere risolto definitivamente: una data. Quando, in breve, è avvenuta la trasformazione degli Stati Uniti in impero? La risposta potrebbe sorprendere i più: in occasione delle elezioni presidenziali del 1900.

La nascita dell’Impero

Gli Stati Uniti non sarebbero diventati un impero nel tentativo di mettere in pratica i dettami della dottrina Monroe, e neanche nell’ambito della traslazione nel Pacifico medio-occidentale del Destino manifesto o come risultato della seconda guerra mondiale, ma all’indomani del loro intervento nella guerra d’indipendenza cubana e nella rivoluzione filippina.

Era il 1900, erano passati due anni dalla guerra tra Washington e Madrid per il controllo su L’Avana, e l’elettorato era chiamato a scegliere tra il democratico William Jennings Bryan e l’uscente repubblicano William McKinley. Non la situazione economica domestica, ma la politica estera sarebbe stata al centro dei programmi elettorali dei due politici e avrebbe polarizzato l’opinione pubblica statunitense.

McKinsey era un fautore dell’interventismo all’estero, sempre, comunque e dovunque, nonché un sostenitore del colonialismo – la chiamata alle urne avveniva sullo sfondo dei tentativi americani di annettere le Filippine dopo averle strappate al decadente impero spagnolo –, mentre Bryan era un bellicista redento, un convertito alla causa dell’anti-imperialismo. Quell’anno, in sintesi, il popolo americano non avrebbe scelto semplicemente tra Democratici e Repubblicani, ma tra l’America come Esperimento o come Destino o, parafrasando Bryan, tra l’America come Democrazia o come Plutocrazia.

Il discorso di Bryan

Bryan avrebbe tentato l’impossibile: aprire gli occhi ad un’opinione pubblica inebriata dall’effetto Cuba ed euforica al pensiero che gli Stati Uniti fossero sul punto di divenire una potenza bi-continentale, spiegandole che il cittadino ordinario non avrebbe guadagnato un dollaro da quelle conquiste ma che altri, invece, avrebbero sofferto grandemente a causa di quel militarismo.

Il pensiero di Bryan sarebbe stato emblematizzato mirabilmente in un discorso tenuto a Indianapolis l’8 agosto 1900 e passato alla storia come “Imperialismo: La bandiera di un Impero” (Imperialism: Flag of an Empire). Trascritto in maniera tale da permetterne la trasmissione alla posterità, Imperialismo rappresenta una pietra miliare della storia politico-culturale degli Stati Uniti del primo Novecento e il pilastro del movimento anti-imperialista nordamericano.

Il discorso è inaugurato da un lungo j’accuse nei confronti del Partito Repubblicano, accusato da Bryan di essere la longa manus di circoli plutocratici e sotto scacco di “veneratori di mammona” puramente interessati al denaro e indifferenti ai bisogni dell’Uomo comune. I Repubblicani, sosteneva Bryan, avevano fatto della politica il mezzo e della ricchezza il fine, dando vita ad una legislazione che trasformava “il denaro nel padrone e gli uomini in servi”.

Le guerre appoggiate da McKinley non avrebbero contribuito alla causa del benessere del popolo americano, in quanto utili all’arricchimento di pochi, così come la colonizzazione delle Filippine non avrebbe servito l’interesse nazionale. I filippini, sosteneva Bryan, andavano liberati, non soggiogati, e i Repubblicani non avevano il diritto di riempire fraudolentemente la guerra di venature religiose utili a conquistare il favore dei credenti più ingenui.

Perché “le guerre di conquista lasciano un’eredità di odio perpetuo”, un sentimento contrario al piano divino per gli Uomini, i cui cuori sono stati riempiti “di amore per la libertà da Dio stesso” e che non sono stati creati per essere asserviti “ad un padrone straniero”. L’elettorato cristiano, alla luce del falso messianismo sventolato da McKinley, avrebbe dovuto rammentare che “l’amore, non la forza, era l’arma del Nazareno; che aveva raggiunto il cuore umano sacrificandosi per il prossimo, non sfruttandolo”.

Ma le guerre di aggressione (e conquista), secondo Bryan, sarebbero state deleterie anche per un’altra ragione: la corruzione del popolo che le appoggia e della nazione nel suo complesso. Gli Stati Uniti, in sintesi, una volta abituatisi ad intromettersi negli affari esteri altrui, utilizzando la scusante della lotta all’imperialismo per perpetrare imperialismo a loro volta, avrebbero rischiato di sviluppare una forma di assuefazione perniciosa al bellicismo e di dar vita ad un “establishment militare”.

Rifacendosi ampiamente al pensiero di Abramo Lincoln, citato in più occasioni, il candidato Dem tentò di spiegare alla folla che “la sicurezza di questa Nazione non è nella sua flotta, nel suo esercito o nelle sue fortezze, ma in quel suo spirito che valorizza la libertà quale patrimonio degli uomini di tutte le terre, di ogni dove” e che suddetto spirito sarebbe stato ucciso “piantando i semi del dispotismo davanti alle porte [degli Stati Uniti]”.

Bryan non rigettava nemmeno il pensiero jeffersoniano sul diritto-dovere degli Stati Uniti di diffondere la libertà nel mondo, perché profondamente convinto dell’eccezionalità della nazione indispensabile, ma non avrebbe commesso l’errore dei Repubblicani di confondere “l’espansione con l’imperialismo”, cioè la propagazione dei valori con l’annessione di interi territori.

Gli americani, infine, non avrebbero dovuto farsi ammaliare dalla fascinazione per la grandezza, perché “l’imperialismo sarebbe redditizio per i produttori di armi, sarebbe redditizio per i proprietari di navi che trasporterebbero soldati vivi nelle Filippine e li riporterebbero a casa morti, sarebbe redditizio per i grandi imprenditori e sarebbe redditizio per quegli ufficiali i cui salari sarebberi fissati qui e pagati laggiù, ma per il contadino, il lavoratore e la grande maggioranza di quelli impiegati in altri settori comporterebbe spese senza ritorno economico e rischi senza ricompense”.

Il dopo-dibattito

Gli appelli di Bryan al buonsenso degli americani sarebbero caduti nel vuoto. La sua (seconda) corsa alla presidenza terminò in maniera fragorosamente fallimentare: 6.370.932 di suffragi (45,52%), l’equivalente di 155 grandi elettori e 17 stati federati, un risultato di gran lunga inferiore rispetto al 1896, quando Bryan ottenne 6.510.807 voti (47,7%) ed un totale di 176 grandi elettori e 22 stati federati.

McKinley, grazie al focus sui benefici dell’imperialismo, riuscì ad aumentare voti (da 7.112.138 a 7.228.864), grandi elettori (da 271 a 292) e controllo dei singoli stati (da 23 a 28) rispetto all’appuntamento elettorale di quattro anni prima. Vivere pienamente il secondo mandato, però, si rivelò impossibile: il 6 settembre 1901 cadde sotto il fuoco di un terrorista anarchico, tal Leon Czolgosz, morendo dopo otto giorni di ricovero.

Lo scettro di McKinley fu raccolto dall’allora vicepresidente Theodore Roosevelt, un esponente dell’ala più interventista del Partito Repubblicano la cui politica estera muscolarista sarebbe stata ribattezzata la “diplomazia del grosso bastone”. Anche lui, come McKinley, sarebbe stato osannato dall’opinione pubblica ed è tuttora considerato uno dei presidenti più popolari della storia degli Stati Uniti.

Molto differente, invece, il fato di Bryan: dimenticato dagli elettori, privato di visibilità dalla grande stampa e allontanatosi dalla politica dopo aver rotto con il Partito Democratico in seguito alla decisione di Woodrow Wilson di entrare nella Prima guerra mondiale, avrebbe trascorso gli ultimi anni della propria vita a parlare di fede tra chiese e università, sviluppando una sorta di ossessione per il dibattito tra darwinismo e creazionismo.

Oggi, a distanza di più di un secolo da quelle combattute elezioni, si può ammettere candidamente che la storia ha dato torto a coloro che vollero dare ragione a McKinley: nell’Anno Domini 1900 non si votò tra Democratici e Repubblicani, ma tra democrazia e plutocrazia, tra pace e guerra, tra libertà e imperialismo. Quell’anno, decretando la sconfitta di Bryan, le urne, ossia il popolo, diedero entusiasticamente vita all’Impero.

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