VUOI FARE UN'INCHIESTA? REALIZZALA CON NOI

Nella giornata del 28 gennaio era accaduto qualcosa di significativo ad Atene. Fonti governative avevano utilizzato il quotidiano Kathimerini, tra i più prestigiosi e venduti del Paese, per filtrare una notizia a lungo rumoreggiata: la partecipazione di Vladimir Putin alle celebrazioni del duecentesimo anniversario della rivoluzione greca, in programma per il prossimo 25 marzo.

L’indiscrezione divenuta notizia acclarata aveva fatto il giro del mondo nell’arco di mezza giornata; del resto, l’eventuale sbarco del presidente russo ad Atene sarebbe stato carico di significati ed implicazioni diplomatiche e geopolitiche, riflesso del potenziale ritorno della nazione ellenica quale ponte tra Ovest ed Est. A meno di ripensamenti e sorprese dell’ultima ora, però, il suscritto scenario resterà ristretto alla sfera dell’immaginazione; il Cremlino, infatti, ha smentito la notizia.

Dalle conferme alle smentite

Kathimerini, tra i quotidiani più popolari della Grecia, aveva filtrato l’apparente scoop il 28 gennaio: secondo quanto riferito da fonti del governo Mitsotakis, il Cremlino aveva accettato l’invito ufficiale per presenziare alla cerimonia del 25 marzo. Era dallo scorso ottobre che circolavano indiscrezioni sulla possibile partecipazione di politici russi di alto livello alle celebrazioni del duecentesimo anniversario della rivoluzione greca, come Vladimir Putin o Sergei Lavrov.

Il 2021 si era aperto con le dichiarazioni di Nikos Panagiototopoulos, titolare del Ministero della Difesa greco, inerenti la spedizione di inviti ufficiali in direzione di Mosca (Putin), Parigi (Emmanuel Macron) e Londra (principe Carlo). Il perché di quei tre indirizzi è legato al fatto che Russia, Francia e Inghilterra furono le tre potenze che, mettendo temporaneamente da parte i sentimenti di rivalità, unirono gli sforzi per aiutare il popolo greco ad emanciparsi dal giogo ottomano e riconquistare l’agognata libertà.

Accogliere Putin, Macron e il principe Carlo ad Atene avrebbe equivalso ad accogliere i nipoti dei liberatori; una presenza quanto mai simbolica ed importante alla luce del numero della ricorrenza, che, quest’anno, compie duecento anni. A meno di ripensamenti e sorprese dell’ultima ora, però, la grande réunion non avrà luogo; il Cremlino, infatti, per voce di Dmitrij Peskov, ha smentito la notizia.

Il portavoce della presidenza russa, commentando la notizia pubblicata da Kathimerini, ha dichiarato che non è in programma alcuna visita di Putin ad Atene; una frase breve, semplice, concisa e netta, giunta come un fulmine a ciel sereno e che ha infranto il clima di giubilo creatosi nel mondo ellenico.

Le possibili ragioni del rifiuto

Il commento di Peskov risalta per un elemento: la brevità. La smentita del portavoce del Cremlino è la metà di una riga, non forma un periodo, e, inoltre, è fredda e categorica. Peskov ha abituato il pubblico internazionale ad uno stile comunicativo radicalmente differente: articolato, colorito, acuto, spesso sarcastico. Alcune domande, alla luce dei punti di cui sopra, sorgono spontaneamente: quella di Kathimerini era una bufala? E, se così non fosse, qual era l’obiettivo dell’esecutivo greco? Perché il Cremlino non coglie un’opportunità di ricucitura (e di promozione di potere morbido) così importante?

Rispondere al primo quesito è fondamentale per una varietà di motivi che si legano al prestigio e all’immagine di Kathimerini e dello stesso governo. In primo luogo, urge una constatazione: il quotidiano greco non aveva parlato di indiscrezione proveniente da ambienti governativi, ma di notizia confermata; due cose essenzialmente differenti. Nel primo caso vi è l’assunzione di un rischio, per via della natura non accertata ed accertabile del fatto, mentre nel secondo vi è la sicurezza generata da uno scoop apparentemente assodato.

È improbabile che Kathimerini, anche in ragione del prestigio di cui gode nella scena dell’informazione ellenica, abbia diffuso una bufala ed inventato un fantomatico contatto con l’esecutivo. Il quotidiano, in effetti, oltre a non avere bisogno di cattiva pubblicità, è noto innanzitutto per l’alta qualità dei propri  contenuti e delle indiscrezioni – spesso e volentieri provenienti, appunto, dalle stanze dei bottoni.

Escludere la pista della bufala conduce direttamente alla seconda ipotesi; che è la più plausibile. Non è da escludere che all’epoca dell’articolo (28 gennaio) il Cremlino non avesse ancora assunto una decisione in merito la partecipazione ai festeggiamenti e che il governo greco, filtrando la (falsa) notizia via Kathimerinisperasse di spronare Putin ad accettare l’invito capitalizzando il riscontro di pubblico – estremamente positivo, come da pronostico.

Il gioco, però, potrebbe aver generato l’effetto contrario, in quanto letto come un paretaio urtante o come un’imposizione, accelerando il processo decisionale a detrimento di Atene. Le dichiarazioni di Peskov, tanto brevi da apparire rudi, potrebbero essere indicative della plausibilità di questa visione.

Il secondo punto spiana la strada al terzo dilemma: perché il Cremlino ha rifiutato l’invito? La diplomazia ellenica ha lavorato intensamente negli ultimi dodici per ripristinare l’antico legame con Mosca, come palesato dal riavvicinamento a Bashar Assad, dai contratti con la Gazprom e dalla visita di Lavrov ad Atene dello scorso ottobre, e, inoltre, la partecipazione di Putin ai festeggiamenti del 25 marzo avrebbe avuto ricadute estremamente positive in termini di dialogo tra le cancellerie e di promozione di potere morbido da parte russa.

Declinare l’invito di Atene non significa che la Russia voglia scansare l’evento in toto: Lavrov o il primo ministro Mikhail Mishustin, oppure entrambi, potrebbero essere incaricati di fare le veci di Putin ai festeggiamenti; un fatto che, però, non sortirebbe lo stesso effetto – l’esecutivo ateniese, non a caso, aveva espressamente richiesto la presenza del capo del Cremlino.

Atene ha chiesto molto e offerto poco

Una disamina della tentata opera di ricucitura diplomatica potrebbe essere utile allo scopo, suggerendo quali potrebbero essere i motivi che hanno condotto la diplomazia russa a colpire le aspirazioni di Atene. In primo luogo, pur essendo vero che la volontà di riavvicinamento è stata palesata ed è palpabile, lo è altrettanto che i passi in direzione di Mosca sono stati pochi e incerti, e che ogni metro in avanti è stato seguito da due metri indietro.

Ad esempio, vani sono stati i tentativi della diplomazia russa di spronare il clero greco ad appoggiare il patriarcato di Mosca nella battaglia sull’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina. Il 24 ottobre, data dello sbarco di Lavrov nella capitale greca, Nicosia allargava ufficialmente il fronte scismatico riconoscendo l’autorità di Kiev; un messaggio eloquente in direzione del Cremlino e inviato quello stesso giorno in segno di chiaro affronto.

In secondo luogo, il proposito di Mitsotakis di (ri-)trasformare la Grecia in un ponte tra Europa e Russia si è rivelato debole in ambizioni e scarso di sostanza: il governo non ha mai messo in discussione il regime sanzionatorio, la linea del riavvicinamento ad Assad non ha ancora prodotto risultati concreti, e i sentimenti russofili dell’opinione pubblica non sono oggetto di reale interesse e capitalizzazione da parte della politica. Mitsotakis, in breve, per il Cremlino non è altro che un déjà-vu: un Alexis Tsipras sotto spoglie conservatrici.

Le basi di ogni negoziazione sono lo scambio dei punti di vista e la presentazione di risoluzioni basate sul compromesso al fine della gestione delle differenze. La Grecia, da questo lato, ha offerto poco (un contratto e la nomina di un ambasciatore), preteso molto (supporto aperto nel contrasto della Turchia e ruolo di mediatore tra i blocchi) e dimostrato una volontà più velleitaria che risolutiva (mantenimento delle sanzioni e contributo diretto ad approfondire lo scisma ortodosso).

I rapporti bilaterali potrebbero migliorare, sì, ma Atene ha fornito prove irrefutabili a Mosca circa la propria incapacità di ricoprire il ruolo pivotale di stato-ponte tra i blocchi e Il Cremlino, alla luce dell’aggravamento progressivo delle relazioni con l’Occidente, è alla ricerca di reali mediatori, come potrebbero essere, ad esempio, Macron e Viktor Orban.

Ad ogni modo, Putin avrebbe potuto partecipare ugualmente al duecentesimo anniversario della rivoluzione greca per un semplice tornaconto di potere morbido – le ricadute in termini di popolarità e immagine, sia ad Atene che all’estero, sarebbero state enormi –, perché inviare altri rappresentanti, o non inviarne affatto, sarebbe un clamoroso autogoal.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.