La nuova strategia di Mattis

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Il Segretario della Difesa statunitense James Mattis ha indicato, in un discorso pronunciato domenica 28 maggio all’accademia militare di West Point, la nuova, aggressiva strategia che il Pentagono intende portare avanti per poter chiudere definitivamente la lunga campagna contro il sedicente Stato islamico: Mattis non ha usato perifrasi, indicando nella completa “annichilazione” delle forze dell’Isis l’obiettivo finale delle operazioni statunitensi in Siria e Iraq.Il generale del corpo dei marines che oggigiorno guida l’apparato militare statunitense ha espresso la volontà dell’amministrazione Trump e dei consiglieri militari del Presidente, primo fra tutti H. R. McMaster, di chiudere al più presto la partita contro i combattenti di al-Baghdadi al fine di conseguire un duplice scopo: da un lato Mattis intende velocizzare la conclusione delle campagne militari volte a liberare Mosul e Raqqa dalla morsa del Califfato, dall’altro la “dottrina dell’annichilazione” assegna un’elevata importanza al numero di guerriglieri nemici eliminati.Incrementare il bilancio del body count, in quest’ottica, significherebbe prevenire in maniera diretta il possibile ritorno dei foreign fighters verso i Paesi di provenienza e, di conseguenza, è ritenuta da Mattis una manovra di primaria importanza per sradicare possibili minacce terroristiche. Una strategia muscolare, fortemente aggressiva nei confronti delle bandiere nere, sottoscritta apertamente anche dal Generale Joseph F. Dunford jr., capo del Joint Chiefs of Staff, e da Brett McGurk, inviato speciale di Washington al quartier generale della coalizione anti-Isis. Gli Stati Uniti hanno fretta e necessitano assolutamente di risultati positivi sul terreno in Medio Oriente: in questo senso, una continua escalation dell’impegno militare contro l’Isis potrebbe sicuramente accelerare lo strangolamento delle ultime roccaforti del sedicente Stato islamico, ma non garantirebbe assoluta certezza di un completo debellamento del suo potenziale combattente.Il proposito di Mattis di “annichilire” l’Isis combattente dopo combattente rappresenta sicuramente un messaggio forte e manifesta la concreta volontà dell’amministrazione di Washington di garantire maggiori margini di manovra ai militari in Medio Oriente, come già dimostrato in occasione dei diversi raid mirati di forze speciali in Yemen, ma al tempo stesso si scontra con alcune problematiche di natura non secondaria. In primo luogo, ovviamente, vi è sicuramente la questione dei costi umani del cosiddetto “annichilimento”: a marzo, le Nazioni Unite hanno richiamato gli Stati Uniti per il loro scarso impegno nella preservazione delle vite dei civili nel corso della battaglia di Mosul e, sebbene tale ammonimento appaia ipocrita in quanto giunto a quattordici anni di distanza dalle fake news di Colin Powell e dalla guerra lanciata da George W. Bush, sicuramente le parole di Mattis sono oltremodo indicative laddove il leader del Pentagono sottolinea schiettamente come le vittime civili siano un “dato di fatto” in contesti di battaglia urbana.Mad Dog Mattis, tra i protagonisti della feroce battaglia di Fallujah del 2004, ha fissato come assoluta priorità la disarticolazione fisica del sedicente Califfato; in ogni caso, non è detto che il completo disinteresse per i “danni collaterali” delle operazioni possa portare a una completa dissoluzione del potenziale combattente dell’Isis.Più volte, in passato, l’Isis si è dimostrato capace di portare avanti operazioni di infiltrazione, copertura e dissimulazione che, soprattutto sul fronte siriano, hanno consentito alle sue forze di acquisire un elevato grado di mobilità: nonostante la connotazione para-statuale dell’Isis, infatti,  le sue forze sono riuscite più volte ad applicare le strategie elaborate a inizio Anni Duemila da Abu Musab al-Zarqawi, teorizzanti un’organizzazione jihadista “anfibia”, capace di poter camuffare in maniera rapida e continua la sua struttura. Un attacco frontale ad ampio raggio volto a debellare completamente l’Isis potrebbe spingere i sodali di al-Baghdadi a incentivare la natura “sommersa” della loro organizzazione e a rilanciare una guerriglia fatta di punture di spillo, attentati terroristici e colpi a sorpresa che potrebbero rendere più complicata la loro eradicazione. Mattis dovrebbe aver ben presente, inoltre, un’importante lezione che gli Stati Uniti hanno tratto dalla guerra del Vietnam: valutare il successo di una campagna militare esclusivamente attraverso la “conta dei cadaveri” rappresenta un esercizio fuorviante e poco indicativo circa il suo effettivo esito finale. Le roboanti dichiarazioni circa la “strategia dell’annichilimento”, di conseguenza, potranno essere seguite da azioni sul terreno che, paradossalmente, potrebbero portare l’ISIS a percepire una minaccia esistenziale alla sua sopravvivenza tale da spingerlo a riqualificare la sua struttura e a rendere la sua sconfitta una questione ancora più complicata.