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Per decenni, i legami di natura economica tra Turchia e Iran hanno sorretto la loro relazione altrimenti competitiva in molteplici ambiti. Lo scambio commerciale e l’approvvigionamento energetico in particolare hanno favorito in passato cicli di dialogo e cooperazione, ma di recente l’intersezione di interessi strategici ha scoraggiato l’import-export e ha aggravato tensioni geopolitiche esplosive tra i due vicini, a discapito della stabilità regionale.

La contrazione commerciale

Lo scambio commerciale turco-persiano e la cooperazione economica sono, dal 1979, la più importante piattaforma su cui si basano relazioni bilaterali altrimenti molto tese. Questo rapporto, che ha conosciuto in passato periodi particolarmente virtuosi, si è incrinato negli ultimi anni. In particolare, il volume commerciale tra i due Paesi è sceso precipitosamente tra il 2017 e il 2020. Dietro lo scudo delle sanzioni americane all’Iran, Ankara ha progressivamente ridotto gli import di greggio e gas naturale (prima voci di scambio tra i due) per ridurre la dipendenza energetica dalla Repubblica Islamica, ritenuta sia pericolosa che troppo costosa. La pandemia da Covid-19 ha certamente avuto un impatto negativo sul commercio, e anche se la chiusura del confine e il blocco del commercio internazionale via terra non avrebbero dovuto impattare la vendita di risorse energetiche, lo scambio si è ridotto di molto. Nel 2020, mentre il volume di scambio del primo semestre dell’anno registrava una diminuzione del 73% rispetto allo stesso periodo nel 2017, i presidenti dei due Paesi si sono impegnati ad aumentare lo scambio commerciale fino a $30 miliardi annui. Quando nell’aprile 2020 i curdi hanno fatto esplodere un tratto turco del gasdotto iraniano, Teheran aveva subito proposto di collaborare per la riparazione. La Turchia ha declinato l’offerta, preferendo aumentare l’import energetico dagli Stati Uniti. Tolto il gas naturale dal bilancio, per la prima volta la Turchia si è trovata in una condizione di surplus commerciale con l’Iran. Ad oggi i maggiori acquirenti di combustibili fossili iraniani rimangono Iraq e Turchia, ma il calibro di quest’ultima come acquirente è comunque ridimensionato rispetto a cinque anni fa.

L’opposizione in Siria

08/05/2022, Teheran (Iran). Il presidente iraniano Ebrahim Raisi incontra il presidente siriano Bashar al Assad (EPA/IRANIAN PRESIDENT OFFICE HANDOUT)

La questione siriana rimane il primo oggetto del contendere tra i due Paesi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è uno dei principali sostenitori dell’opposizione politica e armata contro il regime di Bashar al Assad, che invece la Repubblica Islamica supporta apertamente. L’estate scorsa, le forti obiezioni del leader supremo Ayatollah Ali Khamenei contro una nuova campagna di incursioni militari nel nord della Siria non hanno frenato bombardamenti turchi sulle posizioni curde siriane nel novembre 2022.

Per Ankara la questione siriana è di primaria importanza: le ripercussioni della guerra all’ISIS e del conflitto civile hanno posto una sfida diretta non solo alla sicurezza nazionale turca, ma anche all’integrità territoriale del Paese a causa della presenza di gruppi armati affiliati con il Partito dei lavoratori curdi (PKK). Inoltre, la presenza di più di 3 milioni e mezzo di rifugiati siriani in Turchia si somma ora alla crisi umanitaria creata dal terremoto del 6 febbraio scorso.

La penetrazione israeliana nel Caucaso

Il riavvicinamento turco ad Israele di inizio 2022 (in parte causato dalle policy iraniane) aveva già destato non poche preoccupazioni a Teheran. Oggi, a queste si aggiungono le inquietudini causate da una crescente presenza israeliana nella regione del Caucaso. Nel Sud del Caucaso, dove lo status quo è volto a favore di Turchia e Azerbaijan (e Israele) in seguito al secondo conflitto del Nagorno-Karabakh, Iran e Turchia competono per il predominio economico e geopolitico. Come diretta conseguenza dello scontro tra Azerbaijan e Armenia nel 2020, l’Iran ha sempre meno controllo sul proprio confine settentrionale, mentre la Turchia ha guadagnato un corridoio che connette l’Azerbaijan a discapito degli interessi regionali iraniani. Malgrado il fastidio esplicito del ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian, Tel Aviv non ha nascosto le sue intenzioni di usare l’alleanza Turchia-Baku come base per attacchi in Iran, nonostante la smentita azera.

“Vediamo nella presenza del regime sionista una minaccia alla pace e alla stabilità nella regione” ha avvertito il ministro Abdollahian in una conferenza stampa con la controparte turca lo scorso 8 marzo. Agli occhi del presidente Ebrahim Raisi, la presenza israeliana in Azerbaijan è un tassello del più grande disegno di accerchiamento dell’Iran da parte dell’Occidente. Questa visione è aggravata dal sospetto che circonda l’aggressione all’ambasciata azera di Teheran di fine gennaio 2023. Il “corridoio Zangezur” che connetterebbe l’exclave azera del Nakhichevan con la Turchia tramite il sud dell’Armenia è fortemente osteggiato dall’Iran, che non accetta di essere bypassato né di modificare l’assetto territoriale e geopolitico della regione.

Il nodo curdo

11/01/2016 Istanbul (Turchia). Il presidente Erdogan partecipa al funerale di un soldato turco caduto in uno scontro a fuoco tra il Kurdistan Workers’ Party (PKK) e le forze armate turche nel sud-est del Paese (EPA/TURKISH PRESIDENT PRESS OFFICE)

Il nord dell’Iraq – in particolare l’area contesa di Sinjar – rimane oggetto di grande rivalità geopolitica tra Iran e Turchia. Nel distretto di Sinjar, rilevante per la posizione strategica di frontiera ma anche per la ricchezza di risorse minerarie e l’abbondanza di falde acquifere che rendono i terreni coltivabili, Teheran cementa la sua presenza militare attraverso milizie sciite, mentre Ankara cerca di estromettere il PKK (che riconosce come organizzazione terrorista, come anche Stati Uniti e Unione Europea) e i contingenti supportati dall’Iran.

Le policy turche in Iraq sono focalizzate sulla presenza di basi del PKK nella porosa area di confine siro-irachena. Lo scorso aprile, Ankara ha lanciato l’operazione Claw-Lock per stanare i combattenti nel kurdistan iracheno; il governo di Baghdad ha condannato duramente le operazioni turche oltre il confine, ma non si è attivato per affrontare la presenza terrorista nel nord e venire incontro ad Ankara.

Anche per Teheran la relazione con la popolazione curda è conflittuale. Diversi gruppi curdi iraniani hanno riparato nel nord iracheno da cui organizzano attacchi contro la Repubblica Islamica, attacchi ai quali i Pasdaran rispondono regolarmente con aggressioni oltre il confine. In seguito alle ultime incursioni, a novembre 2022 il governo iracheno ha convocato gli ambasciatori di Turchia e Iran ammonendo: “questi attacchi esulano dagli sforzi per contrastare il terrorismo a livello regionale”.

Pragmaticamente, il governo di Ankara teme la commistione tra i miliziani del PKK e i leader iraniani nel Kurdistan iracheno. Più diplomaticamente, Erdogan si augura che gli ayatollah sfruttino il loro ascendente per influenzare un governo filo-iraniano a Baghdad e gestire dall’interno il problema turco del PKK sia in Siria che in Iraq.

I riverberi del conflitto ucraino

Un ulteriore fronte di contrapposizione si è aperto come conseguenza dell’aggressione russa in Ucraina. La Turchia, membro allineato del Patto Atlantico si trova opposta all’asse tra Teheran e Mosca, in cui la prima fornisce expertise ed equipaggiamento militare alla seconda. Va sottolineato comunque il tentativo di mediazione della Turchia: Erdogan si è impegnato su più tavoli per mantenere buone relazioni con il Cremlino, ritagliando per il Paese il nuovo ruolo di facilitatore diplomatico. Il presidente turco ha messo a disposizione le proprie strutture e il sostegno dell’ intelligence turca per il dialogo tra gli alleati Nato e i partner russi, e si è destreggiato in prima persona al telefono con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Proponendo il Paese come territorio neutrale, Erdogan ha segnalato la preferenza per la partecipazione e l’impegno diplomatico piuttosto che militare, diversamente da Teheran.

Il processo di Astana come opportunità détente

19/07/2022. Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan posano per una foto in occasione di un meeting trilaterale (EPA/SERGEI SAVOSTYANOV / KREMLIN)

Il vertice di Astana ospitato e guidato da Mosca potrebbe rappresentare la più promettente opportunità per appianare le divergenze tra Iran e Turchia. A cominciare da un compromesso sulla questione siriana, il processo di Astana potrebbe sedare le tensioni tra i due vicini al punto da far loro preferire la continuazione e il rafforzamento dei rapporti commerciali piuttosto che una contrapposizione conflittuale che potrebbe potenzialmente sfociare in scontro aperto data la centralità dei punti di contesa tra i due. L’inclusione della Repubblica Islamica, supporter principale del presidente Bashar al-Assad, nei negoziati patrocinati da Putin potrebbe essere la chiave per innescare un processo di intesa che sconvolgerebbe in positivo gli scenari analizzati, dall’Iraq all’Azerbaijan. I presupposti ci sono: in accordo con l’Iran, Ankara potrebbe infine ristabilire la relazione con Damasco, favorendo così il rientro dei rifugiati siriani e la rimozione della minaccia terrorista; Teheran vedrebbe la sua posizione finalmente normalizzata e potrebbe adottare una postura meno aggressiva.

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