Venticinque minuti di applausi hanno salutato in sala la fine della proiezione di Naza, il documentario israeliano premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, che così non solo si è aggiudicato il premio speciale della giuria della 83^ edizione, ma soprattutto la più lunga ovazione di pubblico della storia della manifestazione.
Il documentario diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già fatti oggetto di strali in patria, riprende una serie di testimonianze, rigorosamente anonime, di appartenenti alle forze armate dello stato ebraico (IDF), riguardanti uccisioni e violenze perpetrate ai danni di civili palestinesi a Gaza.
L’argomento non è nuovo per Venezia, visto che già lo scorso anno La voce di Hind Rajab, incentrato sull’ultima telefonata della piccola palestinese uccisa assieme ai suoi familiari in una spirale di fuoco dell’IDF, aveva commosso il pubblico, senza dimenticare No Other Land, premiato agli Oscar nel 2025; a quest’ultimo proposito, ricordiamo l’aggressione subita da uno degli autori palestinesi poche settimane dopo la cerimonia di premiazione a opera di alcuni estremisti israeliani.
La novità di Naza è costituita dal fatto che si tratta di una produzione integralmente israeliana, visto e considerato che esistono già innumerevoli denunce e rapporti sulla condizione dei palestinesi nei territori (illegittimamente) occupati da Israele, e che sono anni che i palestinesi denunziano crimini e violenze di ogni genere perpetrati ai loro danni, e questo ben prima del 7 ottobre, tanto a Gaza che in Cisgiordania (dove, peraltro, Hamas non governa…).
Nel commentare l’evento, i ricercatori e analisti Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad, riprendendo alcune osservazioni a suo tempo fatte sulla condizione dei gazawi, parlano di Naza come di “…un atto d’accusa contro un’informazione occidentale che per tre anni ha trattato i giornalisti palestinesi come narratori inaffidabili della nostra stessa morte”. La stessa che, all’opposto, accoglie con favore, senza dubitarne, le parole dei carnefici i quali illustrano nel documentario, con dovizia di particolari macabri e raccapriccianti, le atrocità cui hanno assistito (e/o provocato). Il tutto con voce ferma, senza mostrare rimorso.
Sarebbe lecito a questo punto interrogarsi non tanto sull’identità delle persone, tenuta nascosta probabilmente per la loro sicurezza interna, quanto sul perché non siano chiamati a rendere conto delle loro azioni. E la risposta, temiamo, non sarebbe particolarmente edificante.
Perché ascoltiamo una voce sola
Assieme a questo dubbio, il dato più inquietante sotto il profilo comunicativo è che persino nella tragedia e nelle azioni criminali, il ruolo dei palestinesi emerga come fonte inattendibile, tra accuse di terrorismo e fiancheggiamento, e spesso additati come diffusori di notizie false. Al contrario la fonte israeliana, per quanto riveli fatti oramai arcinoti, viene considerata come fosse l’unica e sola a meritare attenzione, guadagnandosi gli applausi del pubblico.
Tali considerazioni, si badi bene, non si prefiggono lo scopo di sminuire in alcun modo l’importanza della reazione dell’opinione pubblica, assai più solerte di tanti governi nel recepire e tentare di contrastare orrori indicibili, quanto suscitare qualche riflessione su certe dinamiche, che troppo spesso sfociano nei famosi doppi standard.
Proprio per questa ragione, facendo nostri alcuni dei preziosi consigli dei già citati analisti, è assolutamente auspicabile non solo la visione di Naza – e dei Bibi files – ma anche di un’altra importante pellicola intitolata Palestine 36, sottotitolo “Quando tutto ebbe inizio”, che ha il grande merito di ricordare a tutti una verità nota, ma troppo spesso oscurata. La storia tormentata del popolo palestinese, a partire dalle grandi rivolte iniziate sotto il mandato britannico nel 1936, che ha origini assai risalenti.
Una constatazione che dovrebbe farci interrogare sulle ragioni per cui tanti (troppi) palestinesi debbano seguitare a morire, o patire sofferenze indicibili, affinché il mondo stia ad ascoltare la loro voce. E chi non prende posizione è solamente complice, anche solo col suo silenzio. In definitiva, ascoltare (e dare credito) a una sola voce non è la mai la migliore strada per conoscere la verità, così come demonizzare un intero popolo non può mai rispondere a un elementare principio di giustizia. E non ci sembra che queste regole, per quanto scontate, vengano sempre rispettate, per usare un eufemismo. Nel caso dei palestinesi, e non solo.