Il rullo dei tamburi di guerra si è spostato dal mare al continente. Dopo mesi di provocazioni e recriminazioni tra l’Egeo e le acque antistanti Cipro, con tanto di navi petroliere e di ricerca inviate da Ankara nelle zone dei lotti di giacimenti di gas già assegnati dal governo cipriota, tra Turchia e Grecia la tensione è salita anche lungo i confini terrestri. In particolare, dalla capitale turca è stato reso noto che una quarantina di carri armati sono stati spostati dal confine siriano al fiume Evros, corso d’acqua che divide il territorio turco da quello greco. Tuttavia, le autorità militari di Ankara non hanno perso tempo nel specificare che queste mosse erano previste da tempo e che dunque non sono inquadrabili nell’ambito del braccio di ferro con Atene. Ma, in frangenti come questi, appare impossibile immaginare che anche ogni singolo episodio accada per mera casualità.

La mossa di Ankara

Togliere mezzi e uomini dal confine siriano è un atto politicamente molto forte per il presidente turco Erdogan: è qui che, fino a pochi mesi fa, passava il fronte più importante su cui il “sultano” si è giocato buona fetta della sua strategia in medio oriente. In Siria la Turchia è entrata a più riprese dal 2016 in poi, l’ultima volta nello scorso ottobre supportando milizie islamiste contro i curdi. Distrarre quindi carri armati da qui per mandarli verso il confine con la Grecia è altamente indicativo: adesso il fronte più caldo per Ankara potrebbe essere quello europeo e non più siriano.

Il trasferimento dei quaranta carri armati verso l’Evros era programmata, hanno fatto sapere dalla difesa turca, e rientrerebbe nel quadro di alcune esercitazioni previste da diverso tempo. La spiegazione data dalle autorità del Paese anatolico però convince, ma fino ad un certo punto. Ben si intuisce infatti l’effetto politico che, dall’altra parte del confine, può avere il semplice sapere che la Turchia ha rafforzato la sua presenza militare a pochi passi dal territorio ellenico. In un momento contraddistinto dal braccio di ferro tra Ankara e Atene, anche un singolo carro armato in più sarebbe in grado di generare reazioni da parte greca. Inoltre lo spostamento di mezzi verso la Tracia è arrivato a poche ore da un altro annuncio, quello cioè delle esercitazioni congiunte con l’esercito di Cipro del Nord, lo Stato filo turco riconosciuto internazionalmente solo da Ankara e che ha sede nel territorio occupato dalla Turchia sull’isola nel 1974. Altro gesto che segna in modo inequivocabile il clima di tensione di queste ore.

Continuano le tensioni

Lo scontro tra Grecia e Turchia non è soltanto frutto di una storica rivalità, a cui nessuno dei due Paesi ha definitivamente rinunciato nemmeno difronte la comune appartenenza alla Nato. In ballo ci sono interessi economici ed energetici vitali e, per Erdogan in particolar modo, in palio c’è la sua visione relativa al ruolo della Turchia nel Mediterraneo orientale. Oggetto principale della disputa sono i giacimenti di gas scoperti dinnanzi l’isola di Cipro: la repubblica cipriota, filo ellenica e riconosciuta internazionalmente come unica rappresentante del territorio cipriota (nonché membro dell’Unione Europea) ha rivendicato il diritto di sfruttamento delle risorse. Ma da Ankara il governo turco ha iniziato al contrario a parlare di “equità” nella suddivisione delle risorse, avanzando pretese per la Repubblica di Cipro del Nord. Quest’ultima non è riconosciuta a livello internazionale, per cui in un primo tempo le rivendicazioni turche non sono state prese in considerazione. Ma Erdogan ha giocato la carta delle provocazioni e del guanto di sfida militare per portare sul tavolo la questione. Dal 2018 Ankara ha spesso inviato navi nella zona contesa, ha svolto esercitazioni militari lungo i confini dello spazio aereo e marittimo greco, ha bloccato anche una nave della nostra Saipem che stava regolarmente lavorando in uno dei lotti dei giacimenti ciprioti. 

Il resto è storia degli ultimi giorni, con la tensione cresciuta a dismisura fino alle ultime ore. Il presidente turco in un’intervista televisiva non ha espresso certo il più diplomatico dei suoi discorsi: “Capiranno che la Turchia è abbastanza forte politicamente, economicamente e militarmente da stracciare mappe e documenti immorali – ha affermato Erdogan, in riferimento agli ultimi accordi che ha stretto la Grecia con l’Egitto per estendere la propria Zona Economica Esclusiva – Lo capiranno, o attraverso il linguaggio della politica e della diplomazia, oppure sul campo attraverso amare esperienze”. Una minaccia diretta, poche ore prima delle notizie che hanno confermato i movimenti di carri armati lungo i confini con la Grecia. Da Atene il premier Mitsotakis ha fatto sapere che soltanto quando dalla Turchia cesseranno le minacce allora potrà prendere forma un vero dialogo.

La difficile mediazione della Nato

Grecia e Turchia sono entrambe membri della Nato ed è proprio l’alleanza atlantica per adesso a svolgere un ruolo di mediazione tra le parti in grado di stemperare gli animi. Su Twitter il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha fatto sapere di lavorare per far sedere attorno a un tavolo le parti: “Grecia e Turchia – si legge nelle sue dichiarazioni social – hanno concordato di impegnarsi in colloqui tecnici, con l’obiettivo di prevenire ogni nuovo incidente in quest’area del Mediterraneo”. Ma l’operazione di mediazione non è semplice: al contrario, tra Atene e Ankara sembra sia in atto una gara a chi riesce a cedere per ultimo con le rispettive pretese. La Turchia vorrebbe dimostrare di saper negoziare mantenendo navi e mezzi in acque greche e cipriote, la Grecia vorrebbe invece prima di ogni possibile colloquio far uscire i mezzi di Ankara dai territori di propria pertinenza.