Ricorre l’anniversario del summit tra Donald Trump e Vladimir Putin a Anchorage (Alaska) e i media che da quattro anni e mezzo promettono la rapida sconfitta della Russia oggi si affannano a spiegare che quel giorno il presidente russo prese una gran trombata: tante promesse da Trump, concessioni territoriali importanti, baci e abbracci per ritrovarsi adesso impantanato in una guerra senza fine. Mah… è la solita narrazione che i russi sono sì feroci ma anche molto molto stupidi. Davvero qualcuno crede che Putin non ricordasse che Trump (quello che, ci dicevano all’epoca del primo mandato, era stato eletto solo grazie ai maneggi russi) aveva poi tempestato la Russia di sanzioni? Che al Cremlino non avessero capito quale sia la personalità, e l’affidabilità, del presidente americano? E che in questo anno non abbiano seguito i suoi capricci, i suoi cambi repentini di strategia e, soprattutto, le azioni più o meno diretta contro l’influenza, politica ed economica, della Russia, dalla spedizione contro il Venezuela alle minacce a Cuba, dai diversi tentativi (di cui la guerra contro l’Iran è solo il più clamoroso) per danneggiare l’export energetico della Russia? Non è stato Trump, ormai molti mesi fa, a cercare di farsi promettere dall’India che non avrebbe più comprato petrolio russo? Gi è andata male, a giugno il petrolio russo ha fatto più del 50% delle importazioni indiane, ma Trump ci ha provato.
Nel maggio scorso Putin ha fatto l’ennesimo viaggio in Cina per incontrare Xi Jinping. E ciò avveniva poco dopo che lo stesso Trump era stato a Pechino. Uno dei giornalisti al seguito chiese a Yurij Ushakov, consigliere politico di Putin ed ex ambasciatore a Washington, che cosa restava dello “spirito di Anchorage”. Ushakov rispose piatto piatto: “Non so cosa sia lo spirito di Anchorage. Perché non parliamo dello spirito di Pechino”. A dire quali siano gli orizzonti fondamentali della politica russa. Nessuno sa con esattezza che cosa si siano detti Trump e Putin in Alaska. È probabile che Trump abbia proposto (Marco Rubio, il segretario di Stato Usa, ha più volte detto che si trattava di “una proposta e non di un accordo”) a Putin, in cambio del cessate il fuoco, concessioni territoriali sulla Crimea e sul Donbass. Perché Putin avrebbe dovuto dire “no, grazie”? Sapendo benissimo che, comunque, bisognava sempre fare i conti con la resistenza feroce dell’Ucraina e l’interesse politico dell’Europa a supportare tale resistenza?
La vera verità, al di là di qualunque retorica, è che in questa guerra assurda siamo impantanati tutti. La Russia, che si è data obiettivi precisi (la conquista dell’intero Donbass e il mantenimento del controllo sulla Crimea) e deve fare grandi sacrifici per continuare a perseguirli. L’Ucraina, inchiodata dall’avanzata russa alla condizione di dover combattere a tutti i costi, spopolata, ridotta a vivere dell’appoggio finanziario europeo e forte ormai solo dell’industria degli armamenti, anche questa strettamente connessa alle esigenze europee di riarmo. E ovviamente l’Europa stessa, che ha rinunciato a un modello di sviluppo (energia a buon prezzo dalla Russia, trasformazione ed esportazione) e ora non riesce a produrne uno nuovo, avendo nel frattempo tagliato i ponti con mercati importanti come quello russo e quello cinese. L’Europa che ha finora elargito all’Ucraina, in aiuti militari, umanitari e finanziari, più di 200 miliardi di euro: se avessimo investito in sforzi di pace metà di quella somma nel 2022, al momento dei primi negoziati tra russi e ucraini, la guerra sarebbe forse finita da tempo. Impantanata è pure la Nato, che si allarga, fa la faccia feroce, abbatte droni qua e là, fornisce intelligence e supporto all’Ucraina ma non ha ancora dimostrato quanto solida sia la sua promessa statutaria: se il Cremlino, per dire, invadesse la Lituania, tedeschi, francesi e italiani correrebbero a combattere? L’unico che si era tolto dai pasticci, alla maniera sua, era stato Donald Trump, che aveva bloccato gli aiuti all’Ucraina facendoseli invece pagare dall’Europa, la gallina dalle uova d’oro degli Usa. Ma poi ha trovato modo di impantanarsi da solo in Iran, il genio.
Oggi, data anniversaria di Anchorage, la Russia si avvia a un’elezione parlamentare-farsa. Un voto da cui è stato escluso, per il palese timore che ottenesse un buon risultato, il partito Yabloko che fu di Grigorij Yavlinskij, l’unica formazione a essere apertamente contraria alla guerra. E le autorità ucraine consigliano alla popolazione, in vista dell’inverno, di lasciare le città e trasferirsi in campagna. Quelle stesse che, secondo tanti dei nostri media, stanno brillantemente vincendo la guerra. Impantanati, dicevamo. Ma tra essere intrappolati in quella condizione e crogiolarsi nel pantano c’è ancora una differenza. Cerchiamo di non dimenticarlo.
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