C’è qualcosa di vero nella descrizione terribile e macabra che viene fatta delle carceri turche, oppure è un modo per screditare Ankara ed il suo governo? Di certo non sembrano passare inosservate le inchieste pubblicate dal centro di giornalismo investigativo tedesco “Correctiv“, che parla dei cosiddetti “Black Site Turckey“, le “Guantanamo” di Erdogan dove vengono torturati presunti terroristi e cospiratori. In particolare, a finire nella ragnatela dei servizi turchi sarebbero soprattutto i seguaci di Fethullah Gulen, il magnate predicatore islamico inizialmente vicino ad Erdogan ma adesso in esilio negli Usa. Secondo l’Akp, il partito del presidente, ci sarebbe lui dietro il tentativo di colpo di Stato del 16 luglio 2016, non andato a segno e che anzi da allora in poi ha dato maggior potere allo stesso Erdogan. Ma da quella terribile notte di più di due anni fa, gli apparati di sicurezza turchi avrebbero messo in piedi una gigantesca opera di repressione di tutti coloro sospettati di essere vicini a Gulen. 

L’inchiesta

Non è il nome di un sito internet, bensì è la denominazione che i giornalisti impegnati nell’inchiesta hanno dato al loro reportage sui “buchi neri” della Turchia. Nel paese esisterebbero delle carceri dove verrebbero “inghiottite” le storie di chi risulta poi ufficialmente scomparso o sospettato di far parte della rete di Gulen. Quest’ultimo, secondo le inchieste portate avanti da Ankara successive al fallito colpo di Stato, negli anni avrebbe portato avanti un vero e proprio “Stato parallelo“. Dalla giustizia all’istruzione, dalla politica al giornalismo, secondo la sicurezza turca Gulen avrebbe intrattenuto ramificazioni tali da arrivare anche all’interno dell’esercito e, da qui, a pianificare il golpe poi fallito. Ed è contro chiunque venga sospettato di essere dentro questa rete che si scaglia la scure di Erdogan. Già dopo quella lunga notte di luglio, il governo porta avanti un piano di espulsione dei sospettati da ogni carica. Vengono licenziati insegnanti, professori, impiegati statali, così come vengono espulsi alcuni membri dell’esercito: una vera e propria “purga” che lascia a casa centinaia di persone che secondo l’esecutivo fanno parte dello Stato parallelo di Gulen.

Ma se questi atti sono svolti alla luce del sole, esisterebbero invece azioni compiute dai servizi di intelligence che comprenderebbero arresti, sparizioni e torture. L’inchiesta sui Black Site della Turchia viene portata avanti nei mesi scorsi da nove testate internazionali, con il coordinamento del sopra citato centro Correctiv. Vengono sentiti testimoni, sopravvissuti, gente rilasciata ma subito dopo costretta a lasciare la Turchia. L’inchiesta fa riferimento soprattutto a due testimoni, entrambi rapiti alla stessa maniera da agenti in borghese. Uno in particolare ha appena accompagnato la figlia a scuola, in uno degli istituti privati riconducibili a Gulen, quando viene preso di forza da alcune persone e caricato su un piccolo furgone dai vetri oscurati. Da allora inizia un calvario in una località segreta, fatto di torture ed abusi. Analoga testimonianza viene riportata da un altro soggetto, il quale è un membro attivo di Hizmet, il movimento di Gulen. I due, specificano i giornalisti che realizzano l’inchiesta, non si conoscono e vengono ascoltati dai cronisti più volte senza mai farli incontrare. Le loro testimonianze non sarebbero dunque frutto di un accordo reciproco, ma spontanee dichiarazioni di ciò che vedono durante la detenzione. 

Entrambi dichiarano di essere liberati dopo aver confermato e confessato le informazioni in possesso dei servizi. Dopo alcuni giri di diverse ore mentre sono bendati, vengono dunque rilasciati ma costretti a diventare informatori segreti a servizio dell’intelligence. Uno dei due lascia il paese ed entra poi in contatto con i giornalisti, l’altro invece si troverebbe ancora in Turchia e viene raggiunto dai cronisti in una località segreta. Ma in questa operazione di arresti e torture, ci sarebbe anche spazio per rapimenti all’estero. Nell’inchiesta si fa riferimento ad un volo partito il 29 marzo scorso da Pristina, capitale del Kosovo. Si tratta di un paese con forti legami sia con il governo turco, che spesso ne fa quasi un suo avamposto nei Balcani, sia anche però con la rete di Gulen. Qui ha sede un altro degli istituti privati finanziati dal magnate in esilio negli Usa. Da qui in quel 29 marzo parte un aereo di proprietà della Yenimahalle, una società che ha lo stesso indirizzo del Mit, il servizio segreto turco. Questa circostanza viene presentata dagli autori dell’inchiesta come una prova del coinvolgimento degli apparati di Ankara. 

A bordo del velivolo ci sarebbero cinque persone che, poco prima, vengono immortalate ammanettate da una telecamere di videosorveglianza dello scalo. Sarebbero cinque insegnanti proprio della scuola di Gulen con sede a Pristina. La moglie di uno dei cinque insegnanti denuncia che è otto mesi che non vede il marito ed organizza una manifestazione. Secondo le indiscrezioni trapelate dall’inchiesta, i cinque arrestati si troverebbero nel carcere di Silivri. Un vero e proprio rapimento all’estero dunque, un blitz nel territorio di un altro Stato reso più semplice per via dei legami tra Ankara e Pristina. In questo caso viene tirato in ballo non il governo kosovaro, bensì la Limak: si tratta di un’azienda turca che gestisce l’aeroporto della capitale del piccolo Stato balcanico, il cui proprietario sarebbe vicino all’Akp di Erdogan. 

Racconti reali o mossa per screditare Erdogan?

In Turchia, ma anche all’estero, alcune organizzazioni sostengono che in realtà quanto sostenuto nell’inchiesta sopra riportata sia una montatura volta a screditare Ankara. C’è chi fa notare, ad esempio, che i racconti dei testimoni a cui si fa riferimento nell’inchiesta sui Black Site della Turchia siano identici a quelli riportati, in un video su YouTube, dal canale di Bold Media. Quest’ultima è una testata in lingua turca, ma con sede all’estero e sarebbe molto vicina a Gulen. Di sicuro, si tratta di un canale non certo in linea con il governo di Ankara. 

C’è da dire comunque, per come affermato dagli stessi giornalisti autori dell’inchiesta, che il governo turco non ha risposto alle domande dei cronisti e non ha voluto lanciare alcuna replica. Ma non è la prima volta che l’esecutivo di Erdogan viene accusato di praticare torture. L’unica risposta del presidente turco in tal senso è dello scorso anno, quando il fondatore dell’Akp smentisce a sua modo le accuse: “Ci dicono che usiamo torture, ma in realtà l’unica tolleranza zero che abbiamo è proprio contro le torture”. 

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