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L’accordo di Prespa è adesso realtà: con la ratifica da parte del parlamento greco, successiva a quella del parlamento macedone, le firme apposte nei mesi scorsi dai leader dei due paesi sono esecutive. Questo vuol dire, in primo luogo, la nascita di un nuovo Stato a sud dei Balcani: la Macedonia del Nord. 

L’approvazione del parlamento di Atene

In Grecia, così come in quella che adesso occorre chiamare Macedonia del Nord, la questione viene molto sentita soprattutto nei giorni che segnano la vigilia del voto parlamentare. Secondo i più recenti sondaggi, circa il 70% dei cittadini greci non è d’accordo con l’accordo di Prespa. Ed anche in parlamento emergono spaccature. Nelle settimane antecedenti all’approdo in aula dell’accordo, la maggioranza di governo si spacca: da un lato Syriza, con in testa il premier Tsipras, ovviamente premono per l’approvazione. Ma gli alleati di Anel, ossia i Greci indipendenti, escono dall’esecutivo e dalla maggioranza in quanto non d’accordo con il trattato siglato con Skopje. Dopo l’approvazione in Macedonia dell’accordo, i principali leader di Anel danno le dimissioni ed annunciano voto contrario. Tsipras a quel punto preferisce andare alla “conta”, chiedendo la fiducia del parlamento. Nonostante le defezioni di Anel, alcuni parlamentari vanno in soccorso di Syriza ed il premier ellenico continua nella sua azione di governo e porta quindi in aula il trattato. 

Dopo alcuni giorni di dibattito, venerdì si ha l’approvazione finale. Il testo passa con 153 voti favorevoli, a fronte di 146 contrari. La maggioranza si ha per tre soli voti, raccattati di fatto da alcuni fuoriusciti di Anel e di altri partiti dall’opposizione che salvano ancora una volta Tsipras e permettono la ratifica del trattato. Secondo il primo ministro ellenico, questa è una personale vittoria in quanto pone fine ad una disputa di oltre 25 anni. Ma a giudicare dall’esigua maggioranza parlamentare e dalle proteste fuori dal parlamento, potrebbe essere anche uno degli ultimi atti del suo governo. A novembre si vota e Syriza viene data dietro rispetto al centro – destra guidato da Nuova Democrazia. 

Cosa prevede l’accordo di Prespa

La disputa tra Atene e Skopje riguarda il nome della repubblica macedone. Secondo la Grecia, gli slavi che nel 1991 si staccano da Belgrado e si rendono indipendenti dalla Jugoslavia, sfruttano un nome che invece appartiene soltanto alla cultura ellenica. La Macedonia infatti è la denominazione con cui l’intero mondo conosce l’impero di Alessandro Magno, così come è una regione storica della penisola ellenica e, attualmente, è anche il nome della regione con capoluogo Salonicco. Dunque la Grecia non riconosce l’appellativo di Macedonia alla repubblica con Skopje quale capitale. Non solo: Atene impedisce l’ingresso di questo Stato alla Nato ed all’Ue, all’Onu invece si usa come compromesso l’acronimo inglese Fyrom (Former Yugoslav Repubblic Of Macedonia). Per di più negli ultimi anni a Skopje si attua una politica che mira ad appropriarsi, secondo i greci, di simboli ellenici: vengono dedicate vie ad Alessandro Magno, anche l’aeroporto della capitale è intitolato al condottiero. 

L’accordo di Prespa, frutto delle negoziazioni tra Tsipras e l’omologo macedone Zaev, prevede il superamento di queste dispute. Come detto, Skopje adesso è capitale di uno Stato che si fa chiamare Macedonia del nord, per distinguersi da quella greca del sud. In cambio, Atene dà il via libera per le trattative dell’ingresso di Skopje nella Nato e nell’Ue. Ma in entrambi i paesi montano le critiche: i macedoni (del nord) vedono nell’azione di Zaev un compromesso troppo oneroso, i greci non digeriscono il riconoscimento di Atene di un’altra entità che si richiama alla Macedonia. A Skopje poi, per avere la maggioranza il premier è costretto a gravosi compromessi anche con gli albanesi, minoranza all’interno dello Stato balcanico. I partiti che rappresentano questa etnia infatti, pretendono (ed ottengono) l’eliminazione del riferimento all’entità macedone nel preambolo della Costituzione. Nasce quindi la Macedonia del Nord che però, nella sua stessa carta fondamentale, non si riconosce quale Stato macedone e considera l’etnia albanese quale altra entità costitutiva del paese. Un paradosso, che fa esplodere le proteste a Skopje e che potrebbe essere anche anticipazione di nuove tensioni nell’area. 

Entrambe le popolazioni contrarie al trattato 

Si protesta a Skopje, così come ad Atene. Nella neonata Macedonia del Nord, come detto nei giorni scorsi, un referendum viene anche respinto in merito. Infatti solo circa il 30% dei macedoni va alle urne, rigettando di fatto non solo la nuova denominazione ma anche l’ingresso in Ue e nella Nato. Pur tuttavia, si va ugualmente avanti: il parlamento, con un solo voto di scarto, ratifica l’accordo ed il governo spinge per le trattative con Bruxelles. E se per la Macedonia (del nord) nessuno si crea lo scrupolo di gridare al tradimento della democrazia, anche per la Grecia non si può certo dire che l’accordo venga digerito dall’opinione pubblica. Al di là dei sondaggi sopra riportati, ad Atene sono giorni di proteste e scontri con la Polizia quelli della vigilia del voto parlamentare. Alla fine, con maggioranze raccattate per il rotto della cuffia, da entrambi i lati si approva l’accordo. Ed ora non resta altro che considerarlo ufficialmente in vigore. 

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