Anche in Marocco la generazione Z si rivolta, ma con l’appoggio dei campioni del calcio

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Dopo Indonesia, Nepal e Madagascar, le proteste di massa dei giovani arrivano anche in Marocco. Almeno 200 persone sarebbero già state arrestate in varie città del Paese, dove la cosiddetta “generazione Z” è scesa nelle strade per contestare il governo. E, virtualmente al loro fianco, ci sono anche alcuni noti calciatori della Nazionale che nel 2022 ha raggiunto uno storico quarto posto ai Mondiali.

Nelle proprie storie su Instagram, il 25enne centrocampista Azzeddine Ounahi, rivelazione della Coppa del Mondo di tre anni fa e attualmente in forza al Girona, ha pubblicato delle immagini dei manifestanti, nella giornata del 30 settembre. Hakim Ziyech, attaccante di 32 anni che ha giocato con Ajax, Chelsea e Galatasaray, ha pubblicato una foto dei manifestanti con la scritta “Per i nostri diritti, per la dignità, la sanità e l’educazione”.

Ziyech è molto attivo sui social, anche se principalmente in favore della causa palestinese. Non è però nuovo a critiche verso il governo marocchino: nel settembre 2024 aveva pubblicato un post su Instagram in cui accusava le autorità di Rabat di supportare il genocidio in Palestina. Il riferimento era ai ben noti rapporti diplomatici che il Marocco intrattiene con Tel Aviv, a dispetto del fatto che la popolazione sia invece schierata soprattutto sul fronte opposto. C’è anche chi ha ipotizzato che, per queste critiche al governo, Ziyech sarebbe stato addirittura escluso dalla Nazionale: non viene più convocato, infatti, dal 9 settembre 2024.

Oltre a Ounahi e Ziyech, anche Nayef Aguerd, 29enne difensore dell’Olympique Marsiglia, ha espresso solidarietà alle manifestazioni di questi giorni, pubblicando su Instagram un post in arabo. “Sostengo le richieste dei giovani e degli anziani sulla sanità e l’educazione, perché sono il fondamento di ogni nazione forte”, ha scritto Aguerd: “Sono richieste totalmente legittime“.

Il Marocco costruisce stadi ma non ospedali

Che alcuni noti calciatori marocchini si schierino a favore delle proteste non è rilevante solo per la loro notorietà, ma anche per il fatto che le contestazioni dei giovani nelle strade sono rivolte anche verso gli investimenti nello sport. “Ci sono gli stadi, ma non gli ospedali” è uno dei motivi ricorrenti nelle proteste: si stima che negli ultimi anni il Marocco abbia investito oltre 9,5 miliardi di dirham (quasi 1 miliardo di euro) nella costruzione di nuovi impianti sportivi.

La politica degli stadi di Rabat va di pari passo con le ambizioni di imporre il Paese nordafricano come il principale polo sportivo (e calcistico in particolare) del continente. Sono già state organizzate le ultime due edizioni della Coppa d’Africa femminile (2022, 2024) ed è già prevista la prossima nel 2026. Lo stadio Mohamed V di Casabalanca è stato la sede delle finali della Champions League africana maschile del 2021 e del 2022, mentre le edizioni femminili del torneo del 2022 e del 2024 si sono concluse rispettivamente a Rabat e a El Jadida.

Soprattutto, il Marocco ospiterà la Coppa d’Africa maschile che vedrà il via il prossimo dicembre, e sarà una delle sedi del Mondiali maschile del 2030, assieme a Spagna e Portogallo. Tra gli impianti in cui si svolgerà il torneo ci sarà il recentemente inaugurato stadio Principe Moulay Abdellah di Rabat, una struttura da 69.500 posti costata 75 milioni di dollari, e firmata dal prestigioso studio di architettura Populous.

Ma il vero fiore all’occhiello del Mondiale, e quasi certamente lo stadio che ospiterà la finale, è l’Hassan II di Casablanca: è costato da solo 500 milioni di dollari, e verrà inaugurato nel 2028. Con i suoi 115.000 posti sarà lo stadio più grande di tutta l’Africa e il terzo più grande al mondo, dopo il Narendra Modi di Ahmedabad (132.000 posti, ma destinato solo al cricket) e il Rungrado 1º maggio di Pyongyang (150.000 posti).

Progetti magniloquenti, che vogliono mostrare al mondo la forza e la ricchezza del Marocco, ma che fanno a pugni con la realtà quotidiana degli ospedali. Uno degli eventi scatenanti delle proteste è stata la notizia della morte di alcune donne incinte (non è chiaro il numero esatto, ma si parla di sei o addirittura otto casi) nell’ospedale pubblico di Agadir.