Non è usuale veder respingere le credenziali di un ambasciatore. Quando un governo designa un rappresentante diplomatico da inviare in un determinato Paese, il via libera per l’accreditamento è spesso una semplice e mera formalità. E se questo vale anche per governi i cui rapporti sono storicamente contrassegnati da non pochi contrasti, a maggior ragione risulta veritiero per due Paesi formalmente alleati o comunque molto vicini sotto il profilo diplomatico.
Non è quindi passato inosservato quanto accaduto nei giorni scorsi a proposito della designazione del nuovo ambasciatore israeliano in Italia. Il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Eli Cohen, aveva infatti nominato Benny Kashriel quale nuovo rappresentante nel nostro Paese. Una scelta fatta trapelare già la scorsa estate, anche se la formale richiesta di accreditamento è stata effettuata solo a inizio anno. Da Roma però, sono state espresse riserve. Palazzo Chigi, Farnesina e Quirinale hanno congiuntamente fatto sapere al governo israeliano di nutrire più di una perplessità a proposito del possibile nuovo ambasciatore.
Forse per evitare l’apertura di un nuovo fronte diplomatico, il governo di Netanyahu ha fatto un passo indietro e non invierà Kashriel a Roma. L’episodio però potrebbe avere non poche ripercussioni in ambito politico, con riferimento all’attuale situazione a Gaza.
Il motivo della scelta di Roma
Alla base delle rimostranze italiane occorre inserire in primo luogo il curriculum del designato ambasciatore. Benny Kashriel infatti è stato sindaco di Maale Adumim, ossia uno dei più importanti insediamenti attorno l’area urbana di Gerusalemme Est. Si tratta, in poche parole, di una colonia israeliana in un territorio considerato formalmente occupato dallo Stato ebraico dal 1967. Ossia dalla famigerata guerra dei sei giorni. Un’area quindi in cui gli insediamenti israeliani sono considerati illegali sotto il profilo del diritto internazionale.
La carriera politica di Kashriel ha suggerito ai funzionari del governo e del Quirinale di trovarsi davanti a uno dei principali sostenitori delle cause dei coloni. Del resto, oltre a essere stato primo cittadino di uno degli insediamenti principali in Cisgiordania, Kashriel per un certo periodo ha guidato anche il consiglio della Yesha, l’organizzazione dove confluiscono i rappresentanti delle municipalità stanziate nelle aree occupate.
Il quotidiano The Times of Israel già a dicembre aveva riportato le perplessità italiane. Accreditare una figura molto legata alle cause dei coloni in un momento come quello attuale, è il pensiero trapelato dai corridoi della nostra diplomazia, è apparso subito come gesto potenzialmente poco prudente. Anche perché la questione degli insediamenti è centrale sia nella politica interna israeliana, dove diversi movimenti e partiti dell’opposizione hanno denunciato l’asservimento del premier alle richieste dei coloni supportati dall’estrema destra, sia a livello internazionale. Il recente via libera dato dal governo di Netanyahu alla costruzione di altri 3.500 alloggi nei territori occupati, è stato visto con preoccupazione anche dagli Stati Uniti e dagli altri alleati dello Stato ebraico.
La questione relativa ai coloni
In altri tempi e in altre circostanze, la nomina di Benny Kashriel quale nuovo ambasciatore in Italia sarebbe passata sottotraccia e non avrebbe causato strappi diplomatici. Roma cioè avrebbe probabilmente concesso le credenziali, così come accade nella stragrande maggioranza dei casi relativi agli ambasciatori nominati nel nostro Paese. Le rimostranze del governo Meloni, così come della Presidenza della Repubblica, dimostrano quindi l’importanza assunta a livello politico dalla questione relativa ai coloni.
La costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania e in tutte le aree considerate, a norma di diritto internazionale, occupate da Israele viene vista come gesto in grado di alimentare ulteriormente la tensione. Non solo, ma Roma e gran parte dei Paesi europei sostengono la linea dei “due popoli e due Stati“: sotto questa prospettiva, l’allargamento della presenza israeliana nelle zone occupate allontana l’idea di poter creare uno Stato palestinese.
La sensazione è che i governi del Vecchio Continente abbiano tracciato una specifica linea rossa: il sostegno a Israele non può coincidere con il sostegno alle politiche di espansione degli insediamenti nelle aree occupate. E dunque, come dimostrato dal caso relativo alla mancata nomina dell’ambasciatore israeliano in Italia, non possono più essere visti di buon occhio i rapporti con chi sostiene le cause dei coloni o chi ne rappresenta le comunità.