Un altro pezzo dell’influenza francese in Africa sembra cominciare a traballare. Questa, almeno, la conclusione a cui si potrebbe giungere esaminando il discorso che il primo ministro del Senegal, Ousmane Sonko, ha tenuto a Dakar in occasione della visita di Jean-Luc Melenchon, il leader di La France Insoumise. Forse stimolato dalla presenza dell’interlocutore, Sonko ha detto che “dobbiamo chiederci, a oltre 60 anni dall’indipendenza, per quali ragioni l’esercito francese possa disporre di diverse basi nel nostro Paese e quale sia l’impatto di tale presenza sulla nostra sovranità e autonomia… Ribadisco il desiderio del Senegal di avere il pieno controllo di sé, cosa incompatibile con la presenza stabile di basi militari straniere sul nostro territorio”. Il riferimento è, ovviamente, ai circa 400 soldati francesi presenti sul territorio senegalese.
Sonko non si è limitato a questo. Parlando di Mali, Burkina Faso e Niger, Paesi che di recente hanno espulso i militari francesi e si sono rivolti alla Russia per avere un aiuto nella lotta al fondamentalismo islamico, ha aggiunto: “Non abbandoneremo i nostri fratelli del Sahel e faremo tutto il necessario per rafforzare i nostri legami”. Una specie di manifesto anti-francese che non può non preoccupare l’Eliseo che negli ultimi anni ha subito in Africa colpi pesanti.
Il presidente Macron ha più volte annunciato il superamento del concetto di Franceafrique che, elaborato da Monsieur Afrique, ovvero Jacques Foccart, ai tempi del generale De Gaulle, è arrivato ai giorni nostri attraverso la grandeur convinta di Mitterrand, l’interventismo di Sarkozy e il conservatorismo tiepido di Hollande. E qualcosa ha pur tentato, per esempio la riforma del franco CFA. L’intento, però, era pur sempre quello di mantenere un’influenza francese in una vasta parte dell’Africa. Ma la tensione tra i due opposti – riformare senza cedere – e la necessità di difendere i molteplici interessi africani delle grandi aziende francesi ha comunque spinto la Francia a lanciarsi in una serie di “imprese” che si sono rivelate fallimentari: i bombardamenti sulla Libia di Gheddafi nel 2011, la repressione del golpe in Costa d’Avorio nel 2011, l’operazione Serval nel 2014-2014 e la successiva operazione Barkane, entrambe in Mali, si sono rivelate fallimentari e hanno prodotto la serie di colpi di Stato di cui sopra.
Ora ci si mette anche il Senegal. Vedremo se Sonko, uscito vincitore dalla crisi istituzionale d’inizio anno, e forte di aver insediato alla presidenza il suo “protetto” Bassirou Diomaye Faye, vorrà andare fino in fondo.