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Si chiama QazCovid-In ed è la risposta (autarchica) del Kazakistan alla pandemia: un vaccino interamente sviluppato dal comparto medico-scientifico nazionale che, oltre ad aiutare il Paese a controllare la circolazione del virus, se adeguatamente utilizzato, potrebbe permettergli di incrementare prestigio e influenza in Asia centrale.

Le menti dietro il vaccino

Il QazCovid-In è un vaccino di natura inattivata ed è stato realizzato dall’Istituto di ricerca per i problemi di sicurezza biologica (RIBSP, Research Institute for Biological Safety Problems), un ente fondato nel 1958 con l’obiettivo di “proteggere i confini meridionali dell’Unione Sovietica, in particolare le regioni dell’Asia centrale e il Kazakistan, da malattie infettive estremamente pericolose di animali selvatici e di fattoria possibilmente provenienti dai Paesi vicini”.

L’ente non ha mai cessato le operazioni, neanche con l’estinzione dell’entità statuale sovietica, e la sua importanza per la sicurezza nazionale è tale che nel 2000, a mezzo di decreto governativo, è stato insignito del titolo di “oggetto protetto” della repubblica. Esattamente vent’anni dopo, allo scoppio della pandemia più grave di questo secolo, l’istituto ha dato prova del proprio potenziale sviluppando un vaccino contro il Covid19, il QazCovid-In.

Lo sviluppo

La produzione del QazCovid-In è stata subitanea. Le attività di ricerca erano cominciate ufficialmente lo scorso 23 marzo, su esplicita richiesta del presidente Qasym-Jomart Toqaev, e soltanto due mesi dopo, il 15 maggio, il prodotto del RIBSP veniva inserito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’elenco dei vaccini candidati contro il Covid19.

Nel mese di luglio, dopo averlo sperimentato su se stessi, registrando risultati positivi in termini di immunogenicità e nessun effetto collaterale, gli scienziati del RIBSP avevano ottenuto dal Ministero della Salute i permessi necessari per poter avviare le fasi uno e due delle sperimentazioni cliniche con volontari. I primi due stadi della sperimentazione, svoltisi fra settembre e dicembre, avevano corroborato i risultati preliminari: buona tollerabilità, buona sicurezza, alta attività immunogenica dopo due iniezioni, efficacia del 96%.

Dati (ottimistici) alla mano, il 25 dicembre è stata avviata la terza e ultima fase, nonché la più importante, coinvolgente circa tremila volontari appartenenti a differenti fasce anagrafiche, incluse quelle considerate a rischio. Il 13 gennaio, la svolta: il QazCovid-In ottiene una registrazione temporanea di nove mesi, quindi iniziano i preparativi per il suo ingresso ufficiale nelle strutture ospedaliere del Paese, che dovrebbe avvenire nel mese di aprile.

La campagna di vaccinazione

La campagna di vaccinazione è iniziata ufficialmente il primo febbraio, giorno in cui ai primi cittadini kazaki è stata somministrata la prima dose di Sputnik V, ma entrerà nel vivo soltanto a partire da aprile, ossia con l’ingresso nel mercato del QazCovid-In.

L’obiettivo del governo è di vaccinare almeno, se non di più, sei milioni di cittadini entro fine anno, perciò è stata formulata una strategia per l’immunizzazione basata sull’ampio ricorso ai servizi di e-governance e digitalizzazione, funzionali allo sveltimento e alla de-burocratizzazione della procedura, e alle iniziative di sensibilizzazione in tutte le regioni del Paese, utili a persuadere i più scettici e a raggiungere i luoghi più remoti.

Il potenziale del QazCovid-In

Il Kazakistan dispone di siti utili alla produzione su larga scala di vaccini, come ad esempio il complesso farmaceutico di Karaganda, perciò, con un piano adeguatamente meticoloso, potrebbe trasformare il QazCovid-In in una leva con cui incrementare il proprio prestigio e la propria influenza nel vicinato centroasiatico (e non solo).

Gli impianti disponibili, secondo quanto dichiarato dalle autorità kazake, sarebbero in grado di garantire una produzione annuale di oltre sessanta milioni di dosi – ovvero più del necessario al soddisfacimento del fabbisogno nazionale – una cifra che, se effettivamente raggiungibile, potrebbe essere capitalizzata per convertire il QazCovid-In da una soluzione autarchica relegata esclusivamente all’ambito domestico ad un mezzo con cui proiettare potere morbido in Asia centrale (e oltre). Tale processo trasformativo, tuttavia, sarebbe possibile soltanto a patto di soddisfare tre condizioni: un rapporto qualità-prezzo adeguato, delle capacità di produzione elevate e delle capacità di consegna competitive.

Il punto uno, ovverosia il rapporto qualità-prezzo, è il meno importante dei tre. Invero, le diplomazie del vaccino di Russia, Cina e India sono la dimostrazione che il potere dei sieri non risiede nella loro economicità quanto nella loro pieghevolezza alla logica della diplomazia umanitaria, o meglio sanitaria. Scritto e spiegato altrimenti, il QazCovid-In potrebbe migliorare l’immagine del Kazakistan sia se commercializzato sia se introdotto in schemi umanitari di rilievo globale, come il programma CoVax delle Nazioni Unite, e/o se fatto circolare all’interno di diplomazie del dono ad hoc. Nur-Sultan, infatti, potrebbe fare leva sulla sua posizione geostrategica e sull’appartenenza a diverse realtà internazionali per inviare gratuitamente carichi del proprio vaccino in più direzioni – dagli –stan più in difficoltà ai teatri-chiave come l’Azerbaigian, passando per organizzazioni come il Consiglio Turco – consolidando il proprio status di potenza umanitaria emergente.