Negli ultimi giorni non sono stati raid, bombardamenti od azioni militari a diffondere il panico in medio oriente. Il coronavirus è riuscito a monopolizzare l’attenzione della popolazione anche in questa regione, con milioni di persone che adesso temono un repentino dilagare dell’epidemia. L’epicentro del coronavirus in medio oriente è in Iran, qui dove anche il voto per il parlamento di venerdì è stato condizionato dall’emergere dei contagi. Adesso è proprio il virus l’elemento che, nelle prossime settimane, potrebbe maggiormente incidere nelle dinamiche politiche dell’intera turbolenta area.
Il contagio in Iran
Subito dopo la Cina, è proprio l’Iran il paese con più vittime per coronavirus. Le autorità sanitarie di Teheran hanno ufficialmente riconosciuto 6 morti a causa dell’epidemia. Ma qualcosa non torna: secondo il ministero della salute iraniano, i contagiati da coronavirus nel paese sarebbero “appena” 28. Considerando che in Cina, epicentro del virus, il tasso di mortalità della malattia non va oltre il 2%, al momento i dati iraniani svelerebbero invece una percentuale ben superiore ed intorno al 21%. Dunque, è invece molto probabile che i contagiati siano molti di più di quelli riconosciuti. Del resto, nel giorno delle elezioni da Teheran hanno fatto sapere che non ci sono città del paese non esenti da coronavirus, nella capitale è stato contagiato anche il sindaco di un distretto. Difficoltà nel rilevare il virus oppure omissioni nella comunicazione stanno rendendo arduo capire l’entità del fenomeno del coronavirus in Iran.
Ciò che si sa con quasi certezza, per via delle conferme giunte dalle autorità locali, è che il contagio potrebbe essere iniziato nella città di Qom. Qui lavorano diversi operai cinesi, alcuni di questi sarebbero arrivati da Wuhan nei giorni in cui stava iniziando a dilagare l’epidemia nella città da cui si è sviluppato il virus. In Iran la preoccupazione è massima, basti pensare che ai seggi elettorali venerdì scorso veniva misurata la febbre agli elettori che si recavano alle urne. Ma è ancor più alta la paura nei paesi vicini. Il timore infatti è che il sistema sanitario iraniano possa avere gravi ripercussioni dall’epidemia di coronavirus, influendo dunque anche sulla situazione delle nazioni confinanti. Le quali, a loro volta, adesso iniziano a chiudere le frontiere ed a vietare i viaggi.
Le misure prese dai paesi vicini
Il sistema sanitario iraniano rispetto a quello degli altri paesi dell’area sembra offrire maggiori garanzie: le strutture sono diffuse capillarmente in buona parte del territorio nazionale, nelle città più importanti esistono centri in grado di intervenire in caso di emergenza. Tuttavia, non sempre gli standard appaiono sufficienti e questo specialmente nelle aree più periferiche. Inoltre, occorre considerare che la sanità iraniana è fortemente condizionata dalle sanzioni occidentali e degli Stati Uniti, per cui a volte le stesse autorità di Teheran hanno lamentato la carenza di alcuni delicati farmaci. Contenere il virus è dunque un imperativo. E questo non vale solo per l’Iran. Se già si possono temere ripercussioni sul sistema sanitario iraniano, la situazione potrebbe essere ancora più problematica nei paesi vicini. A partire dall’Iraq: qui, specialmente nelle aree meridionali, a volte mancano i servizi basilari non solo in campo sanitario ma anche nelle forniture di acqua ed energia. A Baghdad sono certi che anche una piccola diffusione del coronavirus sarebbe ingestibile dalle locali autorità. E dunque sono già state imposte prime drastiche misure.
Niente viaggi in Iran, divieto di entrare in Iraq dall’Iran, eccezion fatta per gli iracheni ancora presenti nel paese confinante i quali però devono sottoporsi ai test nei valichi di frontiera. Questi ultimi sono chiusi e presidiati già da tre giorni, i voli tra i due paesi inoltre sono stati sospesi a data da destinarsi. La settimana scorsa persino l’ayatollah Al Sistani, massima autorità sciita irachena, è intervenuto sulla questione esortando il governo di Baghdad a fare il possibile per prevenire i contagi. A far scattare ancor di più l’allarme, è stato il primo caso di coronavirus rilevato venerdì in Libano: a Beirut, in particolare, è risultata positiva ai test una ragazza tornata proprio dall’Iran. Da quel momento, anche altri paesi dell’area, come lo stesso Libano e come il Kuwait e la Turchia, hanno deciso il momentaneo stop dei collegamenti aerei con Teheran e le altre città iraniane.
Le conseguenze politiche
La paura è molta, perché è forte la consapevolezza dei paesi mediorientali di non essere in grado di arginare un’eventuale emergenza dovuta ai contagi. Ma in una regione già turbolenta, in cui l’anno è iniziato con il raid nei confronti del generale iraniano Qassem Soleimani, le scelte riguardanti il coronavirus non possono non avere anche possibili significati politici. In Iraq ad esempio, da mesi vanno avanti manifestazioni che in alcune occasioni hanno preso di mira proprio i rapporti tra Baghdad e Teheran. La chiusura delle frontiere tra i due paesi in questo frangente, potrebbe rappresentare dunque argomento di scontro politico. In particolare, dall’Iran potrebbero vedere in questa misura un modo per far vincere le fazioni irachene più avverse all’influenza di Teheran o dare loro la scusa per insistere sulla fine dei rapporti tra i due paesi. Allo stesso modo, in un Libano dove il nuovo governo appare più vicino all’Iran lo stop ai voli potrebbe dare modo, a quei partiti ed a quelle formazioni più lontane dalle posizioni della Repubblica Islamica, di chiedere maggiori distanze dalla politica iraniana.
In poche parole, quella “mezzaluna sciita” molto cara alla dirigenza di Teheran e preconizzata dal generale Soleimani, potrebbe essere ridimensionata per via delle misure prese contro il coronavirus. Quell’asse cioè che va da Beirut fino all’Iran, in questo momento verrebbe ad essere parzialmente tranciato per la paura suscitata dall’epidemia. Allo stesso tempo, quei paesi i cui rapporti con la Repubblica Islamica appaiono deteriorati, potrebbero sfruttare questo momento per provare ad isolare ulteriormente gli ayatollah. Il coronavirus dunque, potrebbe incedere molto di più delle mosse militari e politiche degli ultimi mesi.