Dopo le tifoserie e alcuni club minori, anche gli allenatori italiani prendono posizione contro la partecipazione di Israele agli eventi internazionali di calcio. Martedì 19 agosto, l’associazione di categoria AIAC ha diffuso una nota con cui ha chiesto alla federazione calcistica italiana FIGC di fare pressioni sulle organizzazioni internazionali UEFA e FIFA per la “sospensione temporanea di Israele dalle competizioni internazionali”.
“I valori di umanità, che sostengono quelli dello sport, ci impongono di contrastare azioni di sopraffazione dalle conseguenze terribili” ha dichiarato Renzo Ulivieri, presidente dell’AIAC ed ex allenatore di Sampdoria, Vicenza e Bologna. Le parole di Ulivieri non sono certo una novità: noto fin dagli anni Sessanta per il suo impegno politico a sinistra, è stato anche consigliere comunale e assessore del PCI a San Miniato, e in seguito ha aderito a partiti come SEL e Potere al Popolo. Lo scorso 15 agosto, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, aveva detto, a proposito della prossima sfida tra Italia e Israele: “Abbiamo due possibili scelte davanti a noi: o si gioca a pallone e basta, oppure si guarda anche il mondo“.
L’8 settembre le due squadre si affronteranno infatti nelle qualificazioni mondiali sul campo neutro di Debrecen, in Ungheria, mentre il 14 ottobre Israele verrà ospite a Udine per la gara di ritorno. L’amministrazione comunale ha già chiarito di essere contraria alla partita, ma dato che lo stadio è di proprietà privata (del club locale, l’Udinese), non ha possibilità di intervenire. Tuttavia, varie associazioni italiane pro-Palestina hanno lanciato una campagna per il boicottaggio, e nelle ore precedenti all’incontro si svolgerà una manifestazione di protesta per le vie della città friulana.
La FIGC del presidente Gabriele Gravina, per il momento, si trincera in un cauto silenzio. In fondo, ci ha già pensato il governo, a inizio mese, a chiarire la posizione ufficiale dell’Italia: “La mia opinione è che si debba giocare” ha dichiarato il ministro dello Sport Andrea Abodi, aggiungendo che sono state previste delle iniziative “per costruire percorsi di carattere sociale, di inclusione, facendo incontrare le comunità israeliane e palestinesi”.
Abodi, però, si è anche detto contrario alla sospensione di Israele dal calcio internazionale, come avvenuto nel 2022 con la Russia per l’invasione dell’Ucraina: “Io credo che ci sia una differenza. La Russia è un Paese aggressore, Israele è stato aggredito, forse questo si dimentica”. Parole che hanno innescato nuove polemiche da parte delle opposizioni, con il PD in prima linea grazie al suo responsabile sport, l’ex allenatore di volley Mauro Berruto, che si è detto favorevole alla sospensione di Israele.
Il clima generale sul tema sta chiaramente cambiando, anche fuori dall’Italia. Fino a poche settimane fa sarebbe stato impensabile pensare a una presa di posizione anche timida da parte delle istituzioni del calcio europeo. E invece l’8 agosto la UEFA ha pubblicato su X un ricordo di Suleiman Al-Obeid, leggenda del calcio di Gaza (noto anche come il “Pelé palestinese”), ucciso da un attacco israeliano mentre era in fila per ricevere aiuti umanitari. Un intervento timido, che ha ricevuto anche critiche (come quelle dell’attaccante egiziano del Liverpool Mohamed Salah) per non aver citato la causa della morte di Al-Obeid. Ma che si segnala anche per la sua eccezionalità: la UEFA, l’ente che governa il calcio europeo, tecnicamente non avrebbe avuto motivo di ricordare un calciatore asiatico.
E così il 13 agosto, durante la Supercoppa europea (giocatasi casualmente a Udine, stesso teatro della prossima Italia-Israele), la UEFA ha portato in campo uno striscione che diceva “Basta uccidere i bambini, basta uccidere i civili”. Ancora una volta nessun esplicito riferimento a Israele e alla Palestina, ma è bastato per scatenare le ire israeliane, ben rappresentate da un altro striscione, esposto tre giorni dopo nella Coppa d’Israele dagli Ultras South dell’Hapoel Be’er Sheva: “Due cose che devono essere distrutte: la UEFA e Hamas”. In un’intervista degli stessi giorni, il presidente della UEFA Aleksander Čeferin ha confermato la decisione di non sanzione Israele, ma per la prima volta non ha escluso che le cose possano mutare: “Per adesso, questa è la nostra posizione. Ma è difficile per me dire cosa potrebbe accadere in futuro“.
In un contesto in cui sempre più governi, anche in Europa, sembrano pronti a riconoscere lo stato della Palestina, il cambio di rotta del calcio potrebbe rappresentare un prossimo punto di svolta nel dibattito su Israele. Dopo il grande successo della campagna globale ‘Show Israel the Red Card’, che è stata particolarmente popolare proprio in Italia, la partita del 14 ottobre a Udine sarà un ulteriore banco di prova.
Resta però il fatto che queste prese di posizione, per quanto numerose, restano marginali in quanto a peso politico. La UEFA ancora non ha cambiato posizione e la FIFA – grazie all’alleanza fraterna tra il presidente Infantino e Donald Trump – è implicitamente su posizioni filo-israeliane. La nota dell’AIAC ha un valore storico innegabile, ma non è chiaro come si schieri in merito Gennaro Gattuso, l’attuale ct dell’Italia. E il contemporaneo silenzio della FIGC, che lascia parlare il governo in sua vece, conferma che le istituzioni principali del calcio italiano preferiscono tenersi in disparte e lasciar passare la tempesta.

