Anche gli alleati sono contrari alla presenza Usa in Medio Oriente

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La presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente è diventata sempre più ingombrante e un’indicazione in tal senso arriva anche dai Paesi considerati alleati. La politica estera americana dopo la Guerra Fredda ha sempre dato un certo peso specifico all’area afferente il Medio Oriente. Con quest’obiettivo in testa Washington ha coltivato una rete di alleanze, già sorta durante il periodo bipolare, con l’intento di difendere gli interessi nazionali nell’area, sia essi politici che prettamente economici.

Ventisei anni di interventi americani hanno creato risentimento nella popolazione

In quest’ottica sono da leggere i svariati interventi militari fatti dagli Stati Uniti in Medio Oriente dal 1991 fino ad oggi. Ventisei anni di ingerenze più o meno legittime hanno ridisegnato i confini geopolitici di alcuni Stati dell’area. Tra una dichiarazione di guerra e un negoziato di pace intercorrono però operazioni militari che possono causare la distruzione materiale di un Paese. Situazioni che sono vissute in maniera molto fastidiosa se non tragica da parte della popolazione locale, che ovviamente coltiverà una determinata percezione rispetto a quello che non può che apparire come un invasore illegittimo.



Se ventisei anni di unilateralismo americano in Medio Oriente hanno in qualche modo favorito un revanscismo jihadista, divenuto poi benzina delle principali organizzazioni terroristiche quali Al Qaeda e Isis, è ora divenuto realtà come nemmeno più i popoli dei Paesi alleati sopportino la presenza americana.

Uno studio che dimostra il fallimento del progetto americano agli occhi degli alleati

È stato infatti condotto uno studio dal Pew Reaserch Center e riportato dalla CNBC, un centro di sondaggi con sede negli USA, all’interno di cinque Paesi scelti tra Nord Africa e Medio Oriente. Giordania, Tunisia, Libano, Israele e Turchia, sono i paesi selezionati per la ricerca. Di questi cinque Paesi tre sono, a livello politico, accondiscendenti se non alleati di Washington (Israele, Giordania e Tunisia). La Turchia, dopo essere stata storicamente alleata americana, solo nell’ultimo anno ha iniziato a uscire dall’influenza di Washington. In Libano, con la  componente Hezbollah divenuta molto popolare, è invece più ravvisabile un sentimento meno amichevole verso Washington.

In ogni caso si tratta di cinque Paesi che non hanno vissuto direttamente gli interventi militari americani, ma che hanno potuto assistervi da osservatori. Ebbene la ricerca mirava a stabilire quale fosse il livello di risentimento della popolazione di questi Paesi verso Stati Uniti e Russia. Incredibilmente solo il 27% delle persone intervistate, tra tutti e cinque i Paesi, vede in maniera favorevole l’influenza americana in Medio Oriente. Un giudizio che diventa più positivo se la nazione da valutare è la Russia. In questo caso la percentuale di persone favorevoli alla presenza russa nell’area sale al 35%. Tra Russia e Stati Uniti dunque la scelta ricade puntualmente sulla prima, ritenuta come male minore anche dagli stessi alleati degli americani.

Tutti hanno pagato le conseguenze dell’interventismo degli Stati Uniti

D’altronde Turchia, Libano e Giordania, pur non avendo vissuto il conflitto siriano sulla propria pelle, ne hanno pagato comunque le conseguenze. Secondo l’Alto Commissariato dei Rifugiati per le Nazioni Unite sono 3,3 milioni i profughi siriani che hanno trovato rifugio nelle tre nazioni. Una media di 1 milione e 655mila ciascuno. Numeri che hanno creato non pochi problemi al tessuto economico sociale dei Paesi ospitanti. L’opinione pubblica di questi Paesi considera l’intervento americano in Iraq come incipit per tutto il resto. È nell’Iraq occupato che si è diffusa la “predicazione” di Al Zarqawi, divenuta spinta decisiva per la nascita dello Stato Islamico. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e la rinnovata presenza americana in Medio Oriente, in un momento in cui la popolarità di Washington è ai minimi storici, potrà mettere in difficoltà i governi alleati dell’area rispetto all’opinione pubblica.