Spesso anche in Israele diversi analisti hanno messo in relazione il prolungamento del conflitto a Gaza, operato dal premier Netanyahu, con la volontà di quest’ultimo di “aspettare” le elezioni Usa di novembre. Consultazioni dove ad avere la meglio potrebbe essere, in un rinnovato duello con l’uscente Joe Biden, Donald Trump. Colui che, da presidente, ha spostato l’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme e che con lo stesso “Bibi” Netanyahu ha condiviso un certo astio nei confronti dell’Iran. In poche parole, il capo dell’esecutivo israeliano potrebbe essere andato ai ferri corti con la Casa Bianca su molte questioni relative a Gaza, non ultimo la possibilità di un attacco dell’Idf contro Rafah, nella prospettiva però a novembre di trovare un proprio fedele alleato come nuovo interlocutore.
Nelle scorse ore tuttavia da oltreoceano sono arrivati segnali di segno opposto. Intervistato sulla rivista Time, lo stesso Donald Trump non è stato molto tenero nei confronti di Netanyahu. Il tycoon newyorkese, in particolare, ha rinnovato il consiglio di chiudere il più in fretta possibile l’attuale conflitto nella Striscia. Ma non solo: il futuro sfidante di Biden ha apertamente accusato il premier israeliano di avere gravi responsabilità per gli attacchi di Hamas del 7 ottobre e ha ricordato un retroscena del gennaio 2020 ricollegabile al raid contro il generale Soleimani in cui, tra le altre cose, lo stesso Netanyahu avrebbe voltato le spalle all’allora inquilino della Casa Bianca.
Dito puntato contro Netanyahu
Come nel suo stile, anche nell’intervista pubblicata su Time il candidato repubblicano per la presidenza Usa non ha usato molti filtri o mezze misure. Trump ha spaziato a 360 gradi su vari argomenti, senza lasciare troppo spazio al “politichese”. E questo è stato evidente anche a proposito del suo pensiero su quanto sta accadendo in queste settimane in Israele. Secondo il tycoon, a Netanyahu va imputata la colpa per le stragi attuate dai miliziani palestinesi: “Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre – si legge nell’intervista curata su Time da Eric Cortellessa – sono avvenuti sotto la sua vigilanza, Netanyahu è stato quindi giustamente criticato per non aver evitato la tragedia”.
Ci sarebbe quindi, leggendo le frasi di Trump, una precisa responsabilità politica in capo all’attuale primo ministro: “Il 7 ottobre non sarebbe mai dovuto accadere – ha proseguito il rappresentante repubblicano – I servizi israeliani avevano tutto per fermarlo, loro hanno le strumentazioni più sofisticate per fermare azioni di questo tipo. E poi molte persone sapevano, migliaia e migliaia di persone sapevano cosa stava preparando Hamas, ma Israele non lo sapeva e allora penso che il governo di Netanyahu sia stato fortemente incolpato per questo”. Frasi che non lasciano spazio a dubbi: per Trump le stragi di ottobre sono da imputare anche all’attuale goveranance dello Stato ebraico.

Non solo, ma lo stesso sfidante di Biden sembra aver perso già da tempo, nei confronti di Bibi, non solo la stima politica ma anche umana. È stato lo stesso candidato alla Casa Bianca, senza peraltro essere incalzato da Cortellessa sull’argomento, a citare e ricordare un episodio risalente a quando Trump era inquilino della Casa Bianca: “Da presidente – ha dichiarato – sono stato molto leale con Israele e più di quanto non lo siano stati altri presidenti. Con Netanyahu ho però avuto una brutta esperienza, mi ha lasciato solo quando si è trattato di effettuare il raid contro Soleimani. Non ero felice di quell’episodio. È stato qualcosa che non ho mai dimenticato. E mi ha mostrato qualcosa”.
Il riferimento è al raid compiuto a Baghdad il 3 gennaio 2020 contro il generale Soleimani, l’architetto della politica estera iraniana e fautore della cosiddetta strategia della “mezzaluna sciita”. L’attacco è stato effettuato e rivendicato dalle forze Usa di stanza in Iraq, ma da anni si parla di una collaborazione di Israele soprattutto sul fronte dell’intelligence e del tracciamento degli spostamenti del generale iraniano. Nelle sua intervista, Trump non solo ha confermato il coinvolgimento israeliano ma ha anche evidentemente alluso alla possibilità che l’operazione a Baghdad doveva essere svolta in comune. Ma all’ultimo, per l’appunto, Netanyahu avrebbe preferito defilarsi. Ed è forse da quel momento che tra il capo del governo di Tel Aviv e Donald Trump i rapporti si sono definitivamente incrinati: “In Israele – ha concluso il candidato alla presidenza Usa – ci sono tante persone che possono fare un buon lavoro come premier”. Parole che sembrano quasi auspicare, in un futuro non molto lontano, un possibile passaggio di testimone all’interno del governo israeliano.
Il possibile effetto sulla politica israeliana
Per Netanyahu il mancato appoggio da parte di Trump potrebbe rivelarsi un’altra tegola. Con i rapporti con Biden che continuano a rimanere tesi, nonostante l’appoggio della Casa Bianca contro l’attacco iraniano di aprile, Bibi non può nemmeno fare affidamento su un eventuale passaggio di testimone in quel di Washington. Un elemento che rischia di aggravare la percezione di isolamento internazionale paventata da molti membri dell’opposizione e da una fetta sempre più importante dell’opinione pubblica.
Le parole di Trump peraltro sono arrivate in una fase molto critica anche sul fronte interno: a Tel Aviv e Gerusalemme le proteste, portate avanti soprattutto dai parenti degli ostaggi detenuti da Hamas, sono oramai all’ordine del giorno e secondo i più recenti sondaggi almeno il 58% degli israeliani vorrebbe la fine del conflitto a Gaza e oltre la metà degli intervistati sarebbe inoltre a favore di elezioni anticipate.
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