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Per comprendere l’attuale crisi coreana, bisogna fare un passo indietro. Trump si è sempre posto come presidente di rottura rispetto alle amministrazioni precedenti, colpevoli di aver ceduto di fronte a Cina e Corea del Nord senza aver ottenuto alcun miglioramento della situazione. E quindi è importante comprendere alcuni eventi del passato, alcune fasi cruciali delle ultime amministrazioni Usa e dei loro rapporti con il regime di Pyongyang, anche per comprendere cosa sta facendo Trump di così diverso rispetto ai predecessori oppure quanto sia in realtà simile a quello che avveniva già vent’anni fa. Per farlo, ci vengono in aiuto dei documenti declassificati analizzati da Robert A. Wampler per il National Security Archive, istituto di ricerca con sede a Washington. Questi documenti fanno riferimento in particolare alle amministrazioni Clinton e dimostrano come, anche a quei tempi, fu molto alto il rischio di una guerra preventiva contro il governo nordcoreano. Anzi, forse in quel caso poteva effettivamente definirsi “preventiva” perché si trattava di arrestare il programma nucleare prima che questo andasse a buon fine mentre oggi, parlare di guerra preventiva appare quantomeno superficiale.

I documenti confermano come in realtà, passati 20 anni, i fattori fondamentali della sfida fra Stati Uniti e Corea del Nord non siano affatto cambiati. I parametri cui si riferiva l’intelligence Usa erano gli stessi ed erano medesime le preoccupazioni riguardo alla diplomazia di Pyongyang e alla situazione economica e politica del Paese asiatico. E anche in quel periodo, come oggi, la guerra non fu affatto un’ipotesi peregrina, ma fu anzi valutata quale alternativa plausibile allo stallo nei negoziati. William Perry, inviato speciale di Clinton per la Corea del Nord, in uno dei documenti declassificati dichiara, rivolgendosi all’allora residente sudcoreano, Kim Dae Jung, che durante la crisi nucleare del 1994 gli Stati Uniti avevano programmato la guerra. “Ovviamente, con le forze congiunte di Corea del Sud e Stati Uniti, possiamo vincere la guerra”, ma, aggiunge, “la guerra comporta molte vittime”. Una frase che ricorda molto quella di Bannon, pochi giorni prima di essere mandato via dalla Casa Bianca, quando rivolgendosi ai giornalisti disse che non ci sarebbe stata una guerra perché eccessivamente alto il numero potenziale di vittime.

In un altro documento, che si riferisce a un incontro a Pyongyang, nel 1999, tra Perry e più alti funzionari nordcoreani, appare chiaro come l’inviato di Clinton abbia dichiarato ai funzionari che il loro programma missilistico poneva una minaccia “inaccettabile” e che avrebbe portato ” conseguenze gravi e negative” per le relazioni tra i due Stati. Una terminologia non inusuale neanche ai nostri giorni. E sempre per trovare le simmetrie con la crisi cui stiamo assistendo in questi mesi, in un altro documento declassificato viene segnalata la gravissima situazione economica della Corea del Nord. Washington si diceva preoccupata sul fatto che una “Corea del Nord affamata” poteva diventare instabile e creare una “situazione pericolosamente caotica”. L’approccio statunitense doveva quindi essere “abbastanza flessibile da includere un’ampia gamma di opzioni”, da “un collasso del Nord” a uno scenario di “riforme significative che avrebbero conferito al regime una rinnovata vitalità”. Altri documenti parlano invece della necessità di coinvolgere la Cina nei colloqui e di prepararsi “per il lungo periodo” mantenendo “le aspettative basse”. Con l’avvertimento rivolto al governo di Seul di evitare ogni azione che potesse far credere a Pyongyang che gli impegni presi da Usa e Corea del Sud fossero disattesi da quest’ultimi perché si sarebbe arrivato un irrigidimento totale.

Passati circa 20 anni dal momento della stesura di quei documenti, appare evidente che la situazione non sia poi così diversa. Anzi, molto probabilmente quello che viviamo oggi è proprio il frutto della strategia Usa per la Corea del Nord e della stessa strategia nordcoreana. Con la differenza che mentre Pyongyang voleva esattamente ottenere questo, e cioè l’assicurazione sulla vita costruita sul deterrente nucleare, gli Stati Uniti pensavano di interrompere prima il programma nucleare nordcoreano con politiche di allentamento delle sanzioni e con minacce di guerra. Un conflitto che in realtà non è stato mai voluto effettivamente perché troppi i rischi di una catastrofe umanitaria. I documenti mostrano poi come l’amministrazione Clinton non nutrisse grandi speranze riguardo una soluzione rapida alla “minaccia” nordcoreana. Gli Stati Uniti sembrano certi dei risultati dei negoziati, consapevoli che sarebbero stati “tediosi e soggetti a continue tensioni”, e considerando quello che l’autore definisce il “solito modus operando nordcoreano”, e cioè “essere ostinati, fare pressione e poi cedere alla fine”. Ma per cedere, la Corea del Nord avrebbe dovuto ricevere garanzie di mantenimento degli accordi presi da parte dell’amministrazione americana. Ma se questa convinzione era chiara durante l’amministrazione Clinton e anche durante l’amministrazione di George W. Bush, adesso con Trump le cose sembrano cambiare. Il metodo di gestione delle crisi da parte di The Donald, unilaterale e deciso, contrasta con la strategia nordcoreana avuta negli ultimi decenni. Trump vuole rompere lo schema del negoziato basato sulle minacce di Pyongyang, ma il rischio è dietro l’angolo. Leggendo i documenti del passato, l’attuale escalation non è una novità assoluta e anche in questo caso ci sono molte simmetrie. Ma la differenza è che Trump vuole interrompere questo tipo di rapporti.

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