Se la sconfitta di Donald Trump verrà archiviata nelle prossime settimane, i suoi effetti a distanza possono già farsi sentire, soprattutto in Arabia Saudita. Nel bel mezzo del plauso internazionale che ha accolto il futuro inquilino della Casa Bianca, il principe ereditario Mohammed bin Salman è stato uno dei pochi a congratularsi più di 24 ore dopo che Joe Biden ha sconfitto il suo avversario.

Un segno ben preciso che dice molto sul futuro delle relazioni tra i due Paesi.

Il sodalizio dell’era Trump

La complessa relazione tra Stati Uniti ed Arabia Saudita si è andata via via consolidando dal secondo conflitto mondiale in poi, passando per mille sfumature che hanno virato dalle mere concessioni petrolifere fino ad una vera e propria partnership di sicurezza, che ha fatto di Riad un pilastro della politica di sicurezza americana nel Golfo. Una special relationship complessa, che ha risentito spesso dei cambi di guardia a Washington, pur restando sempre un punto fermo.

Venendo agli ultimi dodici anni, se i rapporti Washington Riad si erano progressivamente incrinati nell’era Obama, si erano rinsaldati notevolmente dopo l’elezione di Trump. L’intesa tra l’amministrazione uscente e i sauditi, in grande spolvero dal 2016, ha visto la sua nemesi nell’intesa personale tra Jared Kushner, genero di Donald Trump, e bin Salman. Gli ultimi quattro anni, se hanno riallineato in senso saudita la politica americana in Medio Oriente, hanno generato parallelamente un diffuso malcontento nella diplomazia americana, che ha bollato più volte come inopportune le telefonate private tra  bin Salman e Kushner, e le numerose “missioni” non ufficiali di quest’ultimo a Riad, soprattutto dopo l’affaire Kashoggi. A ciò si aggiungono le molteplici visite personali volte a rassicurare la monarchia saudita, messa in allarme dall’avvicinamento tra Riad e Mosca. Lo stesso presidente Trump, per lungo tempo, ha agito come arbitro tra l’Arabia Saudita e i membri del Congresso, decisi a punire Riad per l’omicidio del giornalista saudita, caduto vittima nel consolato di Istanbul.

Biden inviso ai sauditi

Trump adesso è stato sconfitto e, per quell’antico principio del simul stabunt vel simul cadent, presto anche Kushner sarà fuori dai giochi, almeno da quelli pubblici ed istituzionali.

In occasione delle prime battute della campagna elettorale Usa, ancor prima delle convention di partito, il mondo dei Dem aveva rivolto pesanti accuse all’Arabia Saudita. Aveva iniziato Bernie Sanders, che aveva bollato i sovrani sauditi, in diretta sulla Cnn, come “criminali omicidi guidati da un dittatore miliardario”. Più edulcorate le esternazioni di Joe Biden, impegnatosi nella sua campagna per rivalutare i legami con il Regno, chiedendo maggiore responsabilità per l’omicidio Khashoggi, nonché la fine del sostegno degli Stati Uniti alla guerra nello Yemen, esponendosi anche sulla detenzione di numerose donne attiviste.

Le algide congratulazioni giunte dopo la vittoria di Biden, che hanno meramente elogiato “le relazioni illustri, storiche e strette tra i due paesi amici e il loro popolo che tutti cercano di rafforzare e sviluppare a tutti i livelli”, senza alcuna menzione alla qualità del vincitore, sono il primo segno dell’umore di Riad, testimoniato anche dagli accoliti di bin Salman che si sono scatenati sui social.

I rapporti con Riad passano dall’Iran e dallo Yemen

Sebbene le solide relazioni tra le due potenze tenderanno a restar tali, al netto del cambio di colore dell’amministrazione Usa, l’evoluzione della politica estera americana sarà sostanziale. Se l'”America first” di Trump è corrisposto ad un ritorno all’America isolazionista, c’è da aspettarsi una chiara riproposizione del multilateralismo su più fronti ed il Medio Oriente, presumibilmente, ne subirà i maggiori contraccolpi con un probabile disimpegno nella regione, per concentrarsi su pandemia e crisi economica.

A giocare un ruolo cruciale sarà la composizione del Congresso, l’elemento che più interessa bin Salman: nell’eventualità, infatti, di un Congresso ostile, potrebbero essere soggetti a revisione alcuni importanti dettagli della politica estera, soprattutto in Yemen e Iran. Nel primo caso, in quello che è da sempre il Vietnam dei sauditi, l’era Biden potrebbe inaugurare una stagione differente che non muta gli equilibri precedenti, ma che porterà Washington a non accelerare sulla risoluzione del conflitto stesso. Non una questione ideologica o di volontà, ma in Yemen sarà davvero difficile per gli Stati Uniti tirarsi fuori da un teatro così sotto i riflettori, in un momento in cui deve ricostruire la narrazione Nato ed evitare che la Guerra Fredda con Pechino si sposti proprio nella regione Mena: un passo falso nell’area potrebbe infatti spingere l’Arabia Saudita ad espandere i legami con la Cina. Una cosa è certa: qualunque cosa accada, le priorità di Biden saranno altrove e l’Arabia Saudita sarà un po’ meno la beniamina di Washington.

Diverso è invece il corso delle relazioni future con l’Iran, nemico storico dell’Arabia Saudita. Nel 2018 l’amministrazione Trump si è ritirata dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), inaugurando la linea dura contro uno dei vertici dell’“asse del male”. Biden si è mostrato più volte disponibile al dialogo e a tornare allo status quo del 2015, anno in cui era ancora vicepresidente, a patto che l’Iran torni a rispettare i suoi obblighi nucleari. È proprio quest’apertura che promette di far montare lo spirito anti-Biden dei sauditi: a Teheran, al contempo, sfiducia verso Washington e sofferenza per le conseguenze delle sanzioni potrebbero essere il grande ostacolo a questa manovra distensiva. Ma se i diktat di Riad saranno il principale limite all’appeasement con gli iraniani, Israele potrà essere l’altro importante giocatore a porre un freno al rientro Usa nel Jcpoa. Le elezioni iraniane del 2021, tuttavia, rendono questo percorso ancora molto accidentato e lungo.

I diritti umani

La sensibilità Dem e di Biden, in particolare, verso il tema dei diritti umani è cosa risaputa, oltre che refrain della retorica liberal. Tuttavia, nel caso dell’Arabia Saudita, la questione si fa ancora più scottante. Come presidente, Biden ha annunciato all’inizio di ottobre, nel secondo anniversario dell’omicidio di Khashoggi, l’intento di riesaminare le relazioni degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita e difeso i diritti di attivisti, dissidenti politici e giornalisti, giurando di non abbandonare i valori americani in nome di quel credito perennemente aperto ai sauditi, legato ad armi e petrolio. Il suo discorso è stato un messaggio, per nulla subliminale, alla controparte: “L’impegno dell’America per i valori democratici e i diritti umani sarà una priorità, anche con i nostri più stretti partner per la sicurezza. Difenderò il diritto di attivisti, dissidenti politici e giornalisti in tutto il mondo di esprimere liberamente le loro opinioni senza timore di persecuzioni e violenze. La morte di Jamal non sarà vana e dobbiamo alla sua memoria lottare per un mondo più giusto e libero”.

Se, quindi, il turnover alla Casa Bianca non metterà in discussione il legame tra le due potenze, certamente ridimensionerà l’appoggio incondizionato ai sauditi dell’era Trump, soprattutto se bin Salman non mostrerà passi avanti sui temi umanitari e sulla questione femminile. “Le priorità dell’America in Medio Oriente dovrebbero essere fissate a Washington, non a Riad”, aveva dichiarato proprio Biden al Council on Foreign Relations, lo scorso anno.