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Il primo dato che risalta all’occhio nelle elezioni parlamentari rumene riguarda l’affluenza, ferma al 52%. A prima vista, una cifra molto bassa anche per gli standard del nostro Paese, dove la partecipazione è sempre più in calo. In realtà, la percentuale emersa nel voto di domenica è più alta di venti punti rispetto alle elezioni di quattro anni fa ed è una delle più alte dalla caduta del comunismo. Segno che la gente ha avvertito molto la chiamata alle urne, nonostante le parlamentari siano cadute a cavallo tra i due turni presidenziali e rese dunque meno “interessanti” rispetto al voto per il nuovo capo dello Stato.

La coalizione uscente potrebbe tornare al governo con i liberali

L’aumento dell’affluenza è senza dubbio ricollegabile all’esito del primo turno delle presidenziali, lì dove il più votato è stato l’indipendente di estrema destra Calin Georgescu con il 22%. Quest’ultimo non sfiderà nessuno dei candidati dei due partiti tradizionali della Romania post comunista, ossia il partito socialdemocratico e il partito nazionale liberale. Né Marcel Ciolacu infatti, premier uscente e leader dei socialdemocratici, e né Nicolae Ciuca, candidato nazional-liberale, sono riusciti a piazzarsi al secondo posto utile per accedere al ballottaggio.

Da qui una chiamata alle urne che potrebbe aver giocato un ruolo importante. Il partito socialdemocratico infatti, nonostante un calo di circa sei punti percentuali rispetto al 2020, si è confermato come prima forza con il 22% dei consensi. In tal modo, ha arginato la corsa dell’Aur, il principale partito di estrema destra ed ex formazione di Georgescu, fermo al 19% e con un balzo di nove punti rispetto a quattro anni fa. Al terzo posto si è piazzato il partito nazional liberale con il 14%.

Socialdemocratici e nazional liberali hanno formato nel 2020 una coalizione a supporto, negli ultimi 12 mesi, del governo Ciolacu. Con gli 80 seggi di cui sono accreditati i primi e i 51 di cui sono accreditati i secondi, sembra impossibile poter riproporre la medesima alleanza visto che quota 166, utile per avere la maggioranza, è ben distante. In soccorso dei due partiti però, potrebbe arrivare l’Unione Salvate la Romania (Usr), di ispirazione liberale e iscritta a Renew Europe all’europarlamento: con i suoi 43 deputati, l’Usr offrirebbe una scialuppa alla coalizione uscente e la possibilità a Ciolacu di riconfermarsi premier.

A Bucarest come a Parigi?

Il sistema costituzionale rumeno è molto simile a quello francese, con un presidente che ha un ruolo politico attivo seppur in maniera meno netta rispetto al modello transalpino. E come in Francia, anche in Romania potrebbe adesso attuarsi il cosiddetto “cordone repubblicano“. Uno sbarramento cioè che vedrebbe assieme tutti quei partiti interessati ad evitare un’ulteriore avanzata dell’estrema destra. I liberali ad esempio, oltre a rappresentare la quarta forza del futuro parlamento, esprimono il candidato chiamato a sfidare domenica prossima Georgescu al secondo turno.

Elena Lasconi infatti, candidata in grado di ottenere il 19% al primo turno e di sopravanzare di poche centinaia di voti il premier uscente Ciolacu, ha già ottenuto l’appoggio dei nazional liberali e ora punta a quello dei socialdemocratici. L’obiettivo è chiaro: socialisti, nazional liberali (membri del Partito Popolare Europeo) e liberali vogliono evitare l’elezione di Georgescu a capo dello Stato e formare poi così una nuova maggioranza in grado di garantire continuità con la linea del governo uscente. Specialmente in politica estera, lì dove Bucarest è schierata a favore dello sforzo volto ad aiutare Kiev e dove le posizioni appaiono convergenti con quelle dei leader della Nato.

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