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La scia di esplosioni che da oltre una settimana sta colpendo le infrastrutture critiche di Teheran ha riportato la tensione fra Israele e l’Iran ai livelli del decennio nero, ovvero gli anni ’90. Fu nel corso di quella decade, la cui memoria è poi caduta nel dimenticatoio, che la guerra a distanza fra i due paesi raggiunse un apogeo mai più toccato, sino agli anni recenti. Fu l’epoca dei sanguinosi attentati del 1992 e del 1994 contro la comunità ebraica di Buenos Aires, presumibilmente compiuti da cellule locali di Hezbollah, e del repulisti del Mossad per privare Teheran dei suoi migliori scienziati militari, rallentandone la corsa verso la bomba atomica.

Oggi come allora, è in America Latina che i due paesi stanno combattendo una parte importante della loro guerra sotterranea. È in questo contesto che si inquadrano l’agenda regionale anti-Hezbollah dell’amministrazione Trump, il protagonismo diplomatico di Benjamin Netanyahu per migliorare i rapporti bilaterali con quei paesi la cui identità religiosa sta venendo riscritta dalla rivoluzione evangelica, e in cui si inquadra, forse, una serie di morti di cui nessuno, Teheran a parte, sta parlando.

Una mattanza silenziosa?

Il 20 giugno, nella moschea principale di Shiraz, una delle più grandi città dell’Iran, i fedeli riunitisi in occasione della preghiera del venerdì hanno assistito ad un fuori programma, ad un sermone atipico. L’imam responsabile della predica settimanale, Lotfollah Dezhkam, non si è limitato a discutere di fede ma ha voluto denunciare un fenomeno inquietante che starebbe colpendo alcuni connazionali impegnati a fare proselitismo all’estero.

L’accusa di Dezhkam è grave: diversi missionari sul libro-paga di Teheran e di stanza in America Latina, con l’incarico di guidare la vita comunitaria delle piccole comunità sciite, sarebbero stati uccisi. Il chierico, che non è un imam qualunque, ma è il rappresentante ufficiale della guida suprema nella provincia di Fars, non ha voluto fornire ulteriori dettagli sulle presunte morti ma ha lanciato un appello al governo: che vengano formati al più presto nuovi predicatori così da colmare il vuoto dei caduti.

A questo punto sorge un problema con le dichiarazioni di Dezhkam: non sono suffragate da prove, non risulta che nei tempi recenti, in America Latina, sia stato ucciso nessun predicatore o missionario rispondente a Teheran. L’assenza di rapporti di polizia e/o di denunce di scomparsa, però, non confuta automaticamente le parole del chierico, perché potrebbe essere a conoscenza di informazioni che, semplicemente, non sono state rivelate al pubblico.

Il velo di segretezza su queste morti, che Dezhkam ha rimosso solo in parte, potrebbe essere spiegabile da ragioni di prestigio. Infatti, nei mesi recenti si è assistito alla ritirata dell’Iran dal cosiddetto asse della resistenza a causa delle operazioni chirurgiche israeliane in Libano, Siria ed Iraq; operazioni che da pochi giorni sono state estese fino a Teheran.

Inoltre, l’anno si è aperto con l’eliminazione del secondo uomo più influente dell’ordine rivoluzionario, il generale Qassem Soleimani. Segnalare al pubblico che una ritirata silenziosa è in corso anche in America Latina, uno dei principali teatri operativi di Teheran, ammettendo l’impotenza nel fermare la campagna di esecuzioni, significherebbe mostrare una debolezza fatale. L’Iran, infatti, non è mai stato così vulnerabile ed esposto al rischio collasso come quest’anno.

I precedenti

Le dichiarazioni di Dezhkam non sono da bollare aprioristicamente come fasulle per un motivo: non sarebbe la prima volta che le missioni religiose di Teheran nel subcontinente sudamericano vengono prese di mira da ignoti e terminano nel sangue.

Il caso più eclatante risale al lontano 2004, quando la Guyana fu scossa dal brutale assassinio di Muhammed Hassan Abrahemi, religioso e professore iraniano con una cattedra presso il Collegio Islamico Internazionale di Studi Avanzati di Georgetown. Abrahemi scomparve la sera del 2 aprile, dopo essere stato rapito da ignoti fuori dall’istituto, e fu ritrovato senza vita un mese dopo all’interno di una fossa, con due proiettili in testa.

Il caso fu seguito con attenzione da Teheran, che inviò una squadra di investigatori speciali a Georgetown per fare chiarezza sugli ultimi istanti di vita dell’uomo, sul contesto della sparizione e sui possibili moventi dell’omicidio. Non riuscirono a scoprire nulla, né a formulare una pista di indagine che valesse la pena seguire; chiunque uccise Abrahemi, fece in modo da non lasciare tracce.

L’interesse del governo iraniano nei confronti di Abrahemi, forse, non era motivato dal mero desiderio di rendere giustizia ad un proprio cittadino, perché è possibile che la carriera accademica e l’impegno comunitario avessero funto da paravento per nascondere i reali motivi della presenza dell’uomo in Guyana. Infatti, a tre anni di distanza dal fatto, il nome del defunto Abrahemi comparve nel fascicolo investigativo redatto dalle autorità statunitensi sul fallito attentato contro l’aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York, orchestrato da una cellula dell’organizzazione terroristica trinidadiana Jamaat al Muslimeen con il presunto appoggio esterno di islamisti guyanesi ed agenti iraniani.

Nel corso dell’operazione che vanificò la trama terroristica fu arrestato un personaggio di spessore del panorama politico guyanese, l’ex parlamentare Abdul Kadir. Questi era una figura molto nota negli Stati Uniti ed in Israele, e dapprima del fallito attentato, perché era amico di Mohsen Rabbani, il presunto architetto degli attentati contro la comunità ebraica di Buenos Aires, dal quale fu convertito all’islam sciita.

Una rete di spie e agenti in tutto il subcontinente

L’America Latina è entrata nel mirino della strategia geo-religiosa dell’Iran all’indomani della rivoluzione khomeinista. Il paese ha saputo sfruttare egregiamente la presenza di una cospicua comunità siro-libanese nel cono Sud, radicata soprattutto fra Brasile, Argentina e Paraguay, utilizzandola come uno scudo per coprire l’invio di agenti iraniani e membri di Hezbollah, per nascondere ricercati internazionali del calibro di Rabbani, e come un importante bacino dal quale ricavare informazioni per mezzo di reti spionistiche e per mezzo del quale costruire rapporti con la politica locale e con il crimine organizzato.

L’infiltrazione del Partito di Dio ha svolto un ruolo-chiave nel consentire all’Iran di espandersi a macchia d’olio in tutto il subcontinente e le sue attività sono state segnalate, e comprovate da arresti, in Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico, Nicaragua, Paraguay e Perù. Il radicamento dell’organizzazione libanese sarebbe tale che, secondo lo stratega e geopolitico Edward Luttwak, nell’area della triplice frontiera fra Argentina, Brasile e Paraguay si troverebbe la più importante base operativa di Hezbollah all’estero.

Negli stessi paesi in cui è stata segnalata la presenza di Hezbollah, si trovano anche i principali centri di propagazione dell’islam sciita duodecimano, ovvero moschee, scuole coraniche, centri culturali ed istituti simil-accademici come il collegio islamico di Georgetown. Imam, attivisti e professori che ivi lavorano condividono alcune peculiarità: hanno cittadinanza iraniana e ricevono un’adeguata e propedeutica formazione prima della partenza presso le realtà accademiche più prestigiose del paese, come l’università internazionale Al-Mustafa.

Negli ultimi quindici anni l’Iran ha finanziato l’edificazione di oltre 80 centri culturali in tutto il subcontinente, ottenendo risultati di rilievo poiché si è assistito ad un significativo incremento numerico dei fedeli sciiti, soprattutto in paesi come Cile e Perù, dove la popolazione islamica era virtualmente inesistente ma dove oggi risiedono comunità fiorenti, prospere e, soprattutto, che sono legate profondamente alla loro culla spirituale da pellegrinaggi e viaggi-studio e formativi a Qom.

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