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Quando un leader mondiale sceglie di affrontare un viaggio di migliaia di km, non è quasi mai per mostrare i muscoli, ma per almeno due altri ordini di ragioni: salvare il salvabile o chiedere aiuto. Nel caso del presidente americano Joe Biden, vi è un mix di entrambe le questioni. Certo è che spacciare il suo tour in Europa come un abbraccio fraterno agli antichi alleati è miope, oltre che fuorviante. Multilateralismo è la parola più usata dal momento dell’ingresso della Casa Bianca per descrivere la “dottrina Biden”, tuttavia, bisognerebbe intendersi su cosa esattamente il multilateralismo sia: Biden non è Woodrow Wilson né tantomeno Clinton. Il suo multilateralismo appare tendenzialmente funzionale più che liberale: si dialoga con tutti, si può rompere con chiunque, si possono abbandonare alleati storici e puntare a nuovi nodi caldi. “America is back, si sente tuonare a destra e a manca, abusando del motto che Biden adottò per contrapporsi all’ex presidente Donald Trump. Ma ne siamo davvero sicuri?

Il declino americano

Manca la verve. Quella che ha reso gli Stati Uniti, per quasi cento anni, una leadership mondiale in senso economico, militare e diplomatico. Biden si dimostra diverso, à la page su clima e diritti umani, duro con i nemici Russia e Cina, ma senza filo conduttore tra le diverse pratiche: verrebbe da dire che una vera dottrina Biden non sembra nemmeno profilarsi. La pandemia ha mostrato al mondo la debolezza di un Paese frantumato e costellato di cleavage, con una politica estera recentemente pasticciata (l’ISIS, l’Afghanistan), passata da un estremo all’altro nel passaggio tra Obama e Trump. Ora Biden si lancia nel suo primo tour europeo, nel bel mezzo di “un’orgia di vertici”, come l’ha definita Jeremy Shapiro dalle pagine di Politico.

Tuttavia, pur dichiarando di voler rinfocolare l’alleanza transatlantica in nome del tempo che fu, nelle stanze dei bottoni di Washington c’è quasi esclusivamente un’ossessione post-moderna: la Cina. E in questo Biden non differisce da Trump: i toni sono diversi, ma l’ossessione è comune e fagocita il resto, richiedendo di subordinare ogni altra questione di politica estera. In questo Biden ha bisogno di alleati fidati, severi e potenti, non di virgulti da crescere e proteggere. Serve un’ Europa forte non per sé, come nella Guerra Fredda, ma forte tanto da prendere parte nella lotta per il China second. Altra differenza evidente rispetto all’era della Cortina di ferro è che questa richiesta di forza avviene per un teatro non più europeo ma tendenzialmente indo-pacifico. Non è un caso che Biden abbia collocato due sue punte di diamante, Kurt Campbell e Brett McGurk, rispettivamente, nei Consigli di sicurezza nazionale per l’Indo-Pacifico e per il Medio Oriente.

L’Europa occidentale

Ma soprattutto, non si può affermare che lo stato delle cose consenta all’amministrazione americana di dialogare esclusivamente via Unione europea, altrettanto zoppicante tra tante sorellastre. Innanzitutto, perché Europa vuol dire anche Regno Unito post-Brexit: se il presidente americano rinfocola la special relationship, Boris Johnson restituisce al mittente l’uso del termine “speciale”: “fa sembrare il Regno Unito debole e bisognoso”, tuona BoJo proprio mentre lancia il suo Paese come ponte fra le democrazie, attestandosi la paternità della proposta del D10. Anche con la Francia, al di là di una nuova piccola Statue of Liberty che prende il mare verso gli Usa, i rapporti sono da ricucire: non bisogna dimenticare le minacce doganali tra Trump e Macron, ma soprattutto il fatto che quest’ultimo sia proprio colui che, nel novembre 2019, mise in dubbio l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa, candidandosi a ministro degli Esteri europeo. Note ancora più dolenti giungono dalla Germania: nell’era della grande transizione energetica e politica di Berlino, il governo tedesco è pressato tra le proprie esigenze energetiche (filorusse) e i doveri coniugali verso la Nato. Tuttavia, Biden non sembra essere nelle condizioni di poter chiedere con forza ad Angela Merkel di rinunciare al Nord Stream 2. Stesso dicasi per l’Italia di Draghi che, pur confermata la linea atlantista, ha difficoltà a rinunciare ai legacci complessi imposti dalle relazioni commerciali (e non) con Russia e Cina. Anche qui il dubbio è il medesimo: quanta forza ha Biden per chiedere a Roma di sconfessare questi legami in nome della Nato? È l’interdipendenza, bellezza.

Nord e Est Europa

Fin qui, non è difficile intuire gli attriti e le sintonie tra Biden e l’Europa occidentale. Ma l’Europa non è più solo tale. Per molti versi, il Nord Europa è il vero microcosmo delle sfide a breve termine che devono affrontare le relazioni transatlantiche. La prima di queste è la Russia per i Paesi nordeuropei. Le loro basi solide, le forze specializzate, le reti di comunicazione resilienti e le solide capacità di dominio possono fungere da spina dorsale per la presenza degli Stati Uniti nella regione. Allo stesso modo, i Paesi che utilizzano un concetto di difesa totale (cioè Finlandia, Norvegia, Svezia e Paesi baltici) possono condividere questa esperienza per migliorare la strategia della Nato: i nordeuropei sono in prima linea in domini nuovi ed emergenti come spazio, cybersecurity e intelligenza artificiale. Una seconda sfida transatlantica che si manifesta nel Nord Europa, su scala minore, è la Cina. Sebbene gli europei non vedano la Cina come una minaccia militare in Europa, la Finlandia ha approvato una legge sulla sicurezza che consente al governo di vietare le apparecchiature di rete di telecomunicazioni se “sospettano che l’uso di tali apparecchiature possa mettere in pericolo la sicurezza o la difesa nazionale”. La Svezia ha fatto un ulteriore passo avanti, vietando Huawei e ZTE nelle sue reti 5G.

E poi c’è l’Europa dell’Est, il residuo fossile di un pezzo di Cortina di ferro che si dimena tra nuovi autoritarismi, che arranca nell’acquis communautaire ma che è, al tempo stesso, il cuscinetto geopolitico con cui l’Europa si protegge da Putin. Gli stati della Nato dell’Europa orientale vorrebbero una maggiore presenza militare alleata sul fianco orientale del blocco: questo è il motivo per cui presidente rumeno Klaus Iohannis, appena un mese fa, ha sostenuto con forza un aumento della presenza militare alleata in Romania e nel sud del fianco orientale. Il presidente degli Stati Uniti conosce molto bene, poi, sia la Polonia che l’Ucraina. I suoi decenni di servizio come senatore degli Stati Uniti e i suoi otto anni come vicepresidente sotto Barack Obama gli hanno insegnato che i due Paesi sono tra gli amici e gli alleati più devoti dell’America: anche se qui, Washington, sembra scivolare verso un “benigno abbandono”, tanto per citare Daniel Patrick Moynihan.

Alla luce di tutto questo, affermare che Biden stia venendo ad abbracciare l’Europa è una favola che non regge. Si trova di fronte una Babele di condizioni e di richieste alle quali non ha che proporre altre richieste. Chi ha bisogno di chi, adesso?

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