L’Egitto ha acquistato armi della Corea del Nord e ha permesso ai diplomatici nordcoreani di usare l’ambasciata del Cairo come base per la vendita di armi in tutta la regione. Questo è quanto sostengono alcuni funzionari americani e delle Nazioni Unite e che viene riportato dal New York Times. Queste transazioni avrebbero fatto guadagnare quantità enormi di contanti alla Corea del Nord, violato le sanzioni internazionali e, di conseguenza, attirato le ire del “principale mecenate militare egiziano, gli Stati Uniti, che hanno tagliato o sospeso 291 milioni di dollari in aiuti militari ad agosto”.

Secondo quanto riportato dalla testata newyorchese, le tensioni potrebbero aumentare nelle prossime settimane con la pubblicazione di un rapporto che contiene nuove informazioni sul carico di un mercantile nordcoreano intercettato al largo della costa egiziana nel 2016. La nave trasportava 30mila granate a propulsione per un valore di 26 milioni di dollari

Il rapporto, che verrà pubblicato questo mese, identifica il cliente per le armi come un braccio dell’Organizzazione araba per l’industrializzazione, il principale consorzio egiziano di armi di Stato di cui al Sisi è vertice. In precedenza, l’Egitto aveva negato di essere il destinatario previsto delle armi o di violare le sanzioni internazionali. E lo aveva riferito la stessa intelligence del Cairo alle Nazioni Unite.

Dopo che l’amministrazione Trump tagliò drasticamente gli aiuti militari la scorsa estate, i funzionari egiziani dissero che avrebbero reciso immediatamente i collegamenti militari con la Corea del Nord, riducendo inoltre le dimensioni della sua ambasciata del Cairo e monitorando le attività dei diplomatici nordcoreani. Il ministro degli Esteri Sameh Shoukry, in una conferenza stampa con il segretario di stato Rex Tillerson al Cairo, il mese scorso lo ha anche ribadito onde evitare ulteriori sospetti.

Ma quella rappresentanza diplomatica rimane il problema principale. Il sontuoso edificio che la ospita la rende la più grande ambasciata della Corea del Nord in Medio Oriente. E, come tutte le sedi di delegazioni nordcoreane, i compiti dell’ambasciata del Cairo, a detta dell’accusa di parte americana, vanno ben oltre la diplomazia. Soprattutto in Africa, dove i diplomatici nordcoreani si sono impegnati in un’ampia varietà di stratagemmi per guadagnare valuta e costruire una particolare rete diplomatica tutta sul filo dell’illegittimità.

Secondo le Nazioni Unite e gli Stati Uniti, in Egitto, l’attività dell’ambasciata è rappresentata dalla vendita di armi. A detta dei funzionari, con la copertura diplomatica e dalle compagnie di facciata, i funzionari nordcoreani si sono recati in Sudan, per vendere missili satellitari guidati,e altri sono volati in Siria, dove la Corea del Nord, secondo le accuse di cui parlò anche il blog Piccole Note, avrebbe fornito componenti che potrebbero essere utilizzati nella produzione di armi chimiche. Accuse che, naturalmente, non hanno alcuna prova certa. Ma che alimentano la narrazione dell’asse del male che ha un suo particolare peso nella logica neo-con americana.

Nel novembre 2016, gli Stati Uniti e le Nazioni Unite definirono l’ambasciatore, Pak Chun-il, come un agente della più grande società di armi della Corea del Nord, la Korea Mining Development Trading Corporation. Sotto sanzioni, finirono anche altri cinque funzionari nordcoreani in Egitto. Uno di loro aveva ottenuto contratti milionari con il Sudan (altro nemico, guarda caso, proprio degli Stati Uniti). “Un trafficante d’armi con passaporto diplomatico è ancora un trafficante d’armi”, ha detto al Consiglio di sicurezza nel 2016 Samantha Power, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite.

I servizi segreti americani, nel 2016, avevano localizzato nella nave Jie Shun, un carico di granate a propulsione a razzo che è diventata il fulcro dei legami del Cairo con la Corea del Nord. “Mentre si avvicinava al Canale di Suez in agosto- scrive il Nyt -, secondo un diplomatico occidentale che aveva familiarità con il caso, gli americani avvertirono gli egiziani che avrebbe potuto trasportare merce di contrabbando, costringendoli a intervenire”.

Per i successivi tre mesi, scoppiò un vero e proprio caso diplomatico. Gli americani volevano inviare funzionari per ispezionare il cargo. La Corea del Nord ha inviato un diplomatico per negoziarne il rilascio. Gli egiziani hanno rifiutato entrambe le richieste, ma nel novembre 2016 hanno accettato di consentire agli ispettori delle Nazioni Unite di salire a bordo della nave. Ma a quel punto mancavano informazioni preziose sull’identità del cliente, i razzi erano spariti, l’equipaggio della Corea del Nord era stato mandato a casa. 

Secondo le fonti Usa, la spedizione del Jie Shun è stato un esempio lampante di come la Corea del Nord abbia contribuito a finanziare il suo programma nucleare vendendo scorte di armi di epoca sovietica o missili balistici. Non è chiaro però se l’Egitto abbia mai acquisito i missili Nodong. Nel 2013, una spedizione di pezzi di ricambio per i missili Scud-B, che hanno una portata inferiore rispetto al Nodong, è stata intercettata mentre veniva spedita via aerea dall’ambasciata nordcoreana a Pechino ad una compagnia controllata dal governo militare al Cairo. Ma l’Egitto negò che la compagnia militare avesse ordinato le parti di Scud.

L’amministrazione Trump ha ottenuto alcuni successi nel suo tentativo di isolare la Corea del Nord dai suoi alleati. Ma le relazioni dell’Egitto con la Corea del Nord sono profonde. Il presidente Mubarak era un prezioso amico dei nordcoreani, mentre il magnate egiziano, Naguib Sawiris, ha costruito la principale rete di telefonia della Corea del Nord. Insomma, non sembra che le cose debbano andare velocemente nella direzione voltua dagli Stati Uniti. Ma si sa anche cosa significhi, per un partner americano, iniziare ad esser messo sotto pressione da parte di Washington: specialmente in Medio Oriente.