Russia, Russia, Russia. Dal 2016, il tema delle presunte ingerenze da parte di Mosca nel processo elettorale e nel dibattito politico statunitense è diventato una vera ossessione per certo establishment politico-mediatico legato perlopiù ai democratici. Ma di quelle fantomatiche ingerenze non è mai emerso nulla di veramente significativo. Grazie ai Twitter Files e al giornalista Matt Taibbi, si è scoperto poi, infatti, che i famosi “bot russi” semplicemente non esistevano, mentre l’indagine del Procuratore Robert Mueller ha appurato che non vi fu alcuna “collusione” tra la campagna di Trump nel 2016 e Mosca. A forza di concentrarsi su Federazione russa ci si è tuttavia dimenticati di tutte le altre ingerenze straniere che il Congresso Usa subisce. E in questo caso sono tutt’altro che “presunte”.
Il caso dell’esperta coreana
Anche se ha avuto poco eco, la scorsa estate Sue Mi Terry, affermata studiosa coreano-americana già membro di think-tank importanti e influenti come il Council on Foreign Relations ed ex analista della CIA, è stata incriminata per aver agito come agente straniero presso il Governo della Corea del Sud. Per oltre un decennio, Terry avrebbe promosso pubblicamente le politiche del Governo sudcoreano e fornito informazioni riservate ai funzionari di Seoul. In cambio, ha ricevuto beni di lusso, cene costose e oltre 37.000 dollari per finanziare un programma focalizzato sugli affari coreani. Tra il 2001 e il 2011, Terry ha ricoperto ruoli chiave nel Governo statunitense, tra cui analista della CIA e direttrice per gli affari coreani e giapponesi presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale. Dopo il 2011, ha lavorato presso istituzioni accademiche e think tank, apparendo nei media come esperta di politica coreana e testimoniando davanti al Congresso in tre occasioni.
Secondo documenti giudiziari, Terry era una fonte preziosa per il National Intelligence Service (NIS) sudcoreano. Nel giugno 2022, dopo un incontro riservato con un alto funzionario statunitense sulle politiche verso la Corea del Nord, Terry ha consegnato note dettagliate dell’incontro al suo contatto del NIS, il quale le ha fotografate immediatamente in macchina. Le note erano scritte su carta intestata di un think tank presso cui Terry aveva lavorato.
Un problema più ampio di scarsa trasparenza
Come sottolineato da Responsible Statecraft, il caso di Sue Mi Terry evidenzia un problema più ampio: il fatto che la mancanza di trasparenza è una prassi consolidata, non un’eccezione. Tra il 2016 e il 2022, Terry ha infatti testimoniato tre volte davanti al Congresso, dichiarando in ogni occasione di non essere un agente straniero registrato. Negli Stati Uniti, infatti, un agente straniero registrato – ossia una persona o un’entità che rappresenta gli interessi di un governo straniero – deve far riferimento al Foreign Agents Registration Act (FARA), una legge del 1938 pensata per garantire la trasparenza nei rapporti tra rappresentanti dei governi stranieri e il Congresso Usa. Lo scopo del FARA non è proibire il lavoro per Governi stranieri, ma rendere trasparenti queste relazioni. L’idea è che il Governo e il pubblico statunitensi abbiano il diritto di sapere chi sta cercando di influenzare la politica americana e per conto di chi. Tuttavia, aggirare questa legge datata non è poi così complesso.
Secondo un’indagine di Responsible Statecraft, tra il 2021 e il 2024, l’89% di esperti ed analisti vari legati ai think tank che hanno testimoniato per varie ragioni davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera (HFAC) lavoravano per organizzazioni finanziate da Governi stranieri. Su tutti: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina, ma anche Qatar, Israele, Turchia. Più della metà di questi testimoni non ha dichiarato alcun finanziamento estero. Molti testimoni sfruttano una scappatoia normativa che consente loro di dichiarare di testimoniare “a titolo personale”, quando in realtà lavorano per organizzazioni finanziate da Paesi stranieri. Questa strategia permette loro di evitare di rivelare eventuali legami con organizzazioni finanziate da governi stranieri o aziende legate al settore della difesa, che potrebbero beneficiare dalle raccomandazioni espresse durante le udienze.
È ironico, sottolineava tempo fa il docente di Relazioni internazionali di Harvard, Stephen M.Walt, che nonostante tutti gli sforzi e le risorse che gli Stati Uniti investono nella difesa contro le intrusioni straniere, siano “il sistema politico più permeabile della storia moderna” aperto “all’interferenza straniera in una varietà di modi legittimi e illegittimi”. Niente bot o hacker russi, sottolinea l’esperto di relazioni internazionali: “Sto parlando di Governi stranieri o di altri interessi che usano una varietà di strategie per modellare le percezioni degli americani e persuadere il governo degli Stati Uniti a fare delle cose che potrebbero non essere nell’interesse generale degli stessi Usa”.
La campagna orchestrata da Israele negli Usa
Al di là dei singoli esperti e analisti che agiscono per conto di governi stranieri (spesso non dichiarandolo), chi ha condotto una vera e propria campagna di ingerenza negli Stati Uniti è stato, di recente, Israele. Secondo un’inchiesta pubblicata da Haaretz il 5 giugno 2024, il Governo israeliano ha orchestrato una vasta campagna di influenza rivolta principalmente a parlamentari afroamericani e giovani progressisti negli Stati Uniti e in Canada. L’operazione, avviata dopo l’inizio della guerra a Gaza, mirava a influenzare l’opinione pubblica su temi relativi alla condotta israeliana nel conflitto. La campagna ha fatto largo uso di siti web falsi e social media per diffondere contenuti filoisraeliani, antipalesinesi e antimusulmani. Sono stati anche divulgati dati fuorvianti su episodi di antisemitismo nei campus universitari americani, secondo un rapporto dell’organizzazione Fake Reporter.
L’operazione è stata condotta da STOIC, una società israeliana specializzata in campagne politiche online, su incarico del Ministero degli Affari della Diaspora di Israele. Per evitare che l’esposizione dell’operazione danneggiasse il Governo israeliano, il progetto è stato affidato a una terza parte. Da parte delle autorità Usa, tuttavia, silenzio tombale, nessuna reazione. Evidentemente c’è chi può interferire nel dibattito pubblico americano e chi no.

