Le proteste che negli ultimi giorni hanno animato l’Iran hanno colto di sprovvista il governo centrale di Teheran e buona parte degli osservatori internazionali. Le chiavi di lettura con cui interpretare questo improvviso sussulto interno alla società iraniana, di dimensioni certo non comparabili all’Onda Verde del 2009 ma certamente significativo, e le dure tensioni che hanno portato a numerosi morti nelle principali città del Paese sono molteplici.

Numerose testate internazionali ed italiane hanno, in maniera semplificativa, ridotto la questione a una richiesta basilare di “diritti civili”, mostrando come emblema delle proteste giovani donne intente a sfidare la legge dei  mullah togliendosi il velo. Nulla di più errato, secondo quanto scritto da Fulvio Scaglione su Linkiesta in un articolo nel quale l’analista rubricava come marginale anche il possibile coinvolgimento, in un Paese impermeabile e dal forte spirito patriottico come l’Iran, di agenti provocatori statunitensi, sauditi o israeliani. “Al contrario”, scrive Scaglione, “gli iraniani protestano perché hanno problemi che sono loro, particolari, ma nello stesso tempo rimandano alle linee di faglia che scuotono l’intera regione”.

Il dilemma dell’Iran: una società giovane e dinamica, un’economia bloccata

Come scrive Alberto Negri su Tiscali News“in Iran su 80 milioni di abitanti la metà ha meno di 30-35 anni. Tanti i giovani e i disoccupati: circa il 40-50% sotto i 30 anni non trova lavoro o un’attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa e a sposarsi”.

La società dell’Iran è caratterizzata da una popolazione in rapida crescita e dinamica soprattutto nel contesto urbano, fortemente scolarizzata a livello nazionale. Come scrive Scaglione: “Il tasso di iscrizione all’università, in Iran, nel 2015 è arrivato al 70% (solo nel 1999 era al 20%), più che in Italia, Giappone e Regno Unito e pari a due volte la media mondiale. Velo o non velo, quasi il 70% degli studenti universitari sono ragazze”.

A una forte spinta dinamica interna alla società corrisponde un sistema economico decisamente farraginoso, tuttora dipendente in maniera eccessiva dall’esportazione di gas e petrolio, che risente in maniera notevole dell’impatto delle sanzioni internazionali. Un sistema economico che é lo specchio della complessa architettura politica che governa la Repubblica Islamica, fondato sul controllo esclusivo dei rappresentanti del clero sciita sulle bonayad, fondazioni che gestiscono il 20% del PIL iraniano e sono esenti da tasse.

Le proteste, insomma, si alimentano sulla scia della contrapposizione, rilevata da Riccardo Redaelli nel suo saggio L’Iran contemporaneo, “tra le aspettative del periodo rivoluzionario del 1979 e quanto realizzato […] La contaminazione della religione con le pratiche quotidiane del governo e dell’amministrazione ha finito per danneggiare la religiosità del Paese” e il prestigio dello stesso clero sciita. 

Rouhani tra due fuochi

Il presidente della Repubblica iraniana Hassan Rouhani ha condannato duramente le proteste più violente ma difeso al tempo stesso il diritto delle masse iraniane a manifestare il loro dissenso in maniera pacifica. Rouhani si trova, al momento stretto tra due fuochi: osteggiato dagli ultraconservatori per la politica di distensione con l’Occidente che ha portato all’accordo sul nucleare, é al tempo stesso criticato dalla base dei suoi sostenitori che lamentano lo scarso impatto dei successi conseguiti dall’Iran sul piano internazionale sul loro tenore di vita e la delusione di numerose aspettative “progressiste”, come dimostrato dalla mancata liberazione dell’ex candidato alla presidenza Hussein Moussavi e di Mehi Karrubi, animatori delle proteste del 2009.

Rouhani, che ha il merito di aver rafforzato notevolmente l’Iran sul piano internazionale e aver guidato il rilancio della proiezione geopolitica del Paese, sconta dunque lo scarso impatto delle riforme economiche interne e la contrapposizione tra un Iran “profondo” fortemente conservatore e una componente urbana del Paese in cui la popolazione, specie quella più giovane, é colpita duramente dalla contrapposizione tra un’elevata formazione e scarse opportunità lavorative e sempre più flagellata da disoccupazione e impoverimento.

Dalle proteste economiche alla riforma politica?

La particolarità di un moto di proteste che, dopo l’avvio dalla città di Mashhad, ha in pochi giorni coinvolto l’intero Iran è senz’altro l’assenza di una leadership centrale, fatto che alimenta senz’altro argomentazioni favorevoli alla sostanziale spontaneità di buona parte dei moti.

Secondo Mohammad Ali Shabani di Al Monitoril fatto che i protestanti non si rivolgano genericamente a nessun leader politico attuale, al di là della continua richiesta di liberazione per i principali esponenti dell”Onda Verde, potrebbe segnalare che, fondamentalmente, l’uomo che chiedono di avere alla loro testa é lo stesso Rouhani. Un Rouhani che ha dimostrato di saper ascoltare la voce proveniente dal Paese e che con la sua enfasi sui diritti dei cittadini si é discostato, di fatto, dalla voce dell’Ayatollah Khamenei.

Shabani ha scritto che Rouhani potrebbe trasformare “una grande sfida in una grande opportunità” se il suo governo sarà in grado di portare avanti le riforme volte a garantire alla politica più spazio nel sistema duale della Repubblica Islamica, a far sentire maggiormente integrate le fasce più giovani di una popolazione nata in larga misura dopo la Rivoluzione del 1979, a rafforzare l’autorità di vigilanza e controllo della Banca Centrale sull’economia e a ridimensionare l’influenza di centrali di potere ultraconservatrici come le bonayad e i servizi segreti.

Le proteste in Iran sono state sicuramente significative: esse rappresentano l’espressione delle tensioni di un Paese i cui leader, in ogni caso, sono oggigiorno in grado di prestare loro ascolto e garantire, in futuro, un’azione politica efficace in grado di rasserenare gli animi.

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