Recep Tayyip Erdogan ha vinto nettamente le elezioni presidenziali in Turchia e si appresta ad affrontare il primo mandato da leader del Paese dopo la riforma costituzionale del 2017, che ha espanso notevolmente i poteri del capo dello Stato e ridotto le prerogative di un Parlamento che, in ogni caso, la coalizione pro-Erdogan, denominata “Alleanza del Popolo”, controllerà con 344 seggi su 600, di cui 295 dell’Akp del presidente e 49 del movimento ultranazionalista Mhp.

Con il 52,6% dei suffragi, Erdogan ha potuto vincere al primo turno ed evitare l’insidioso ballottaggio contro il quotato candidato dell’opposizione Muharrem İnce, fermatosi poco oltre il 30%. Quest’ultimo, riporta l’Agi, non ha voluto spingere sino in fondo la polemica per i presunti brogli elettorali e ha accettato il risultato elettorale, “dato che i brogli non avrebbero potuto riguardare milioni di voti. Poi ha confermato il suo impegno di politico, dicendo che rimarrà in politica finché in Turchia non ci sarà l’eguaglianza”. 

Le radici del trionfo di Erdogan sono innestate nella Turchia profonda, nelle roccaforti anatoliche in cui negli ultimi quindici anni l’Akp ha potuto beneficiare dei dividendi della crescita economica e valorizzare politicamente il forte afflato conservatore della società locale cavalcato da Erdogan a livello nazionale. Di fatto, il quindicennio di potere dell’Akp ha prodotto un radicale mutamento nella società turca, specie delle fasce su cui si innesta il consenso a Erdogan.

La sorprendente performance dei “Lupi” dell’Mhp e il consolidamento della roccaforte anatolica sono infatti le due chiavi di lettura di un trionfo che è percepibile nella sua ampiezza dalla semplice osservazione della mappa interattiva di Hurriyet, in cui l’arancio dell’Alleanza del Popolo predomina ovunque fuorché nelle aree curde e nelle regioni rivierasche della Turchia occidentale.

L’estrema destra dell’Mhp porta Erdogan alla maggioranza assoluta

Rispetto alle previsioni bisogna in primo luogo segnalare il sorprendente risultato del Partito del Movimento Nazionalista (Mhp), la componente più destrorsa del panorama politico turco, fautrice di un accentuato nazionalismo etno-religioso, del panturchismo e di posizioni radicali in materia di diritti sociali. A lungo critico del sistema clientelare di potere dell’Akp, l’Mhp ha recentemente voluto sfruttare il nuovo corso della società turca, in via di transizione dal kemalismo all’erdoganismo, per coalizzarsi con la formazione di Erdogan e accentuarne la virata verso destra.

Dopo l’alleanza con l’Akp in vista del referendum costituzionale del 2017, la base Mhp aveva sussultato contro Devlet Bahçeli, leader del partito dal 1997, accusato di voler sacrificare i destini della formazione alle sue ambizioni di potere personali in un futuro governo di coalizione. Dalle tensioni interne era partita la scissione guidata dall’ex ministro dell’Interno Meral Aksener, che si era presentata alle recenti presidenziali in testa al partito Iyi e puntava a drenare verso le opposizioni buona parte dei suffragi dell’ala politica del movimento dei “Lupi grigi”.

Così non è stato. La Aksener ha conquistato solo il 7,3% dei suffragi nella corsa alla presidenza e l’Mhp, al netto della scissione, ha perso solo 35mila voti nelle elezioni parlamentari rispetto al voto del novembre 2015, conquistando l’11,10% contro il 10% di Iyi. Il rischio, per l’Mhp, era che l’abbraccio con Erdogan si rivelasse mortale e il partito finisse fagocitato dall’Akp. Anticipando i tempi dell’alleanza al referendum, Bahçeli ha vinto la sua scommessa e a queste elezioni può di diritto rivendicare i propri meriti nel successo del Reis.

Erdogan trionfa in Anatolia e sfonda nelle città

Nel contesto del voto presidenziale, la coalizione pro-Erdogan si è imposta in maniera travolgente in un’ampia fascia del Paese, estendendo in maniera significativa il suo consenso oltre quel livello di guardia che l’esito del referendum del 2017, vinto con uno scarto inferiore al 3%, aveva lasciato presagire.

Di fatto, il successo di Erdogan è frutto del combinato disposto tra l’arroccamento dei centri di potere dell’Akp in Anatolia e un avanzamento nelle principali aree urbane. 

Se si escludono Edirne e Izmir, dove İnce ha superato il 50%, tutte le grandi città hanno votato per Erdogan, che ha conquistato il 51,5% nella capitale Ankara, il 50% a Istanbul, il 44% a Adana e Kars, circa il 43% a Kars. Questo ha respinto il fronte anti-Erdogan nelle ridotte occidentali e nelle aree curde, mentre tra Istanbul e Elazig, al confine col Kurdistan turco, si estende un’ampissima regione in cui il Presidente ha conquistato la maggioranza assoluta con percentuali imbarazzanti. Tra i picchi più alti quelli di Konya (74,2%) e Sivas (72,3%): l’Anatolia che nell’era Erdogan ha conosciuto crescita e modernizzazione ha messo da parte le gravi polemiche sul commissariamento della democrazia, la deriva autoritaria e il declino del laicismo, premiando Erdogan ben oltre le sue stesse aspettative.

Tutto ciò segnala un dato importante: il consenso al Reis, nel suo Paese, esiste ed è sentito. Per cavalcarlo in maniera più ottimale, Erdogan ha optato per una virata ancora più estrema attraverso la sinergia per l’Mhp. La deriva autoritaria del potere, in Turchia, preoccupa, ma ancora più significativa è la svolta plebiscitaria dell’evento elettorale e il cambio di prospettiva che ha coinvolto la società turca nel suo complesso. Se per Erdogan e l’Akp dovesse subentrare una fase di flessione, sarebbe preoccupante sapere su chi si orienterebbero in futuro i consensi della popolazione.