L’Olanda è tra i membri fondatori della Comunità economica europea e una protagonista di lungo corso delle dinamiche politiche dell’Europa unita, prima e dopo la nascita ufficiale dell’Unione europea; proiettata nel progetto comunitario dopo il declino della sua esperienza di potenza coloniale causato dall’indipendenza dell’Indonesia dopo la seconda guerra mondiale L’Aja è stata sempre tra le protagoniste del progetto di integrazione economica e commerciale tra i Paesi del Vecchio Continente.

Negli ultimi decenni, tuttavia, l’Olanda è diventata via via un fattore di destabilizzazione dell’Europa. Il decennio di governo di Mark Rutte ha consolidato, ma non creato ex novo, le spigolature politiche che hanno condotto, più di recente, al consolidamento dell’Olanda come guida dei Paesi “frugali” e favorevoli alle politiche di austerità e di contenimento della spesa pubblica, riuniti nella Nuova lega anseatica.

L’Olanda ha sempre cavalcato con grande favore le politiche comunitarie che tendevano ad azzerare le barriere doganali e uniformare lo spazio economico comunitario, nonchè a favorire le complesse regole fiscali su cui si è basata la costruzione delle fortune moderne del Paese, vera e propria calamita per i profitti continentali di multinazionali di tutto il mondo. In questo ultimo campo ammonterebbe a 8,6 miliardi di euro, secondo Tax Justicela quantità di risorse drenate dal sistema fiscale olandese. Il cambio di passo per il Paese è arrivato quando dalle parti di Bruxelles, dopo la fine della Guerra Fredda, la commissione di Jacques Delors ha accelerato sull’idea di amplificare le comuni piattaforme istituzionali e compiere passi nella direzione di una più consolidata unione politica.

In Olanda, allora, scattarono le lezioni di una storia secolare. Nazione mercantile e aperta al commercio, caratterizzata da una cultura fortemente influenzata dall’etica protestante, individualista e meritocratica, e dalle ideologie economiche di stampo anglosassone, più occidentale che europea, l’Olanda ha sempre inteso la politica su scala continentale e sovranazionale come funzionale ai propri interessi economici. “Questo interesse è diventato ancora più forte quando i Paesi Bassi si sono trasformati in un’economia dei servizi con un ampio settore finanziario e una posizione cruciale nella logistica e nei trasporti, grazie al porto di Rotterdam e all’aeroporto di Schipol”, ha spiegato il politologo Jan Rood, docente a Leida.

Negli ultimi quindici anni, invece, due tracciati hanno preso a convergere contribuendo a far sorgere il problema olandese in sede all’Unione. L’Olanda si è infatti posta contro qualsiasi proposta di espandere il raggio politico di azione dell’Unione, come dimostrato dal compattamento dei falchi rigoristi contro le proposte di riforma dell’Europa di Emmanuel Macron, fattispecie che visto il ruolino di marcia della comunità europea non rappresenterebbe un problema di grande conto se L’Aja non avesse usato come arma l’ideologia economica del rigore contabile, dell’austerità e del moralismo nei confronti dei Paesi dell’Europa meridionale. Da quando nel 2005 i cittadini olandesi respinsero la bozza di Costituzione europea l’azione de L’Aja nel Vecchio Continente è stata sempre più spregiudicatamente autonoma

Interiorizzando i dogmi del Trattato di Maastricht su rapporto debito/Pil e deficit/Pil e sfruttando la sponda del ritorno in campo della Germania di Angela Merkel come sponsor dell’ideologia del rigore l’Olanda ha proposto una piattaforma politica estremamente originale, al cui interno viene elogiata la natura concorrenziale sul piano economico e commerciale delle relazioni economiche interne all’Unione, esaltata la spinta di matrice neoliberista a ridurre il peso degli Stati nel controllo dell’economia e consolidata una critica censoria, estremamente moralista, verso qualsiasi deviazione sul tema. Dalla crisi della Grecia nel 2010 al dibattito sulla manovra italiana nel 2018 l’Olanda è stata sempre il poliziotto cattivo dell’austerità.

A queste prese di posizione l’Olanda, specie nel corso del governo di Rutte, ha agito molto pragmaticamente per ottenere centralità d’azione nel Vecchio Continente. Lo stimolo alla competizione commerciale non ha impedito a L’Aja di ritenere fondamentale l’ottenimento del “rebate”, il rimborso legato allo sconto garantito al Regno Unito sulla sua contribuzione al bilancio europeo.

La Brexit ha segnato un cambio di passo nella rigidità olandese, dato che a lungo la presenza stessa del Regno Unito nell’Unione garantiva all’Olanda un partner di peso alla cui ombra ripararsi per lucrare concessioni. “Dopo l’uscita di fatto del Regno Unito dal dibattito europeo”, scrive Il Post, “i Paesi Bassi hanno perso il loro alleato più prezioso fra i paesi che ritengono che l’Unione Europea funzioni finché conviene”, e si sono messi alla testa di un ampio gruppo di Paesi, dall’Austria alla Svezia, per “combattere le loro battaglie come un’influente minoranza rumorosa, a colpi di veti e intransigenze, piuttosto che partecipare ai faticosi compromessi collettivi”.

L’Olanda in un certo senso riesce a muoversi con tanta sagacia in Europa perchè ne è l’emblema. Senza ipocrisia il governo olandese considera l’Unione un taxi, un mezzo di trasporto; società del benessere e dai valori in continua evoluzione, gli olandesi sono troppo pragmatici per credere davvero alla retorica del “sogno europeo”. E in questa Unione sguazzano perché ne sono lo specchio: dall’iper-competivitià commerciale al mito del primato dell’economia sulla politica, passando per lo sfruttamento sistemico di ipocrisie e doppi standard e per la difesa della trincea del rigore, non vi è atteggiamento olandese che le istituzioni comunitarie non abbiano, in passato, a loro volta cavalcato o manifestatamente propugnato. L’Olanda liberale di Rutte è il Frankenstein dell’Unione Europea, che incentivandone la deriva ne ha favorito la nascita.

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