“Se mi chiedete chi sta destabilizzando la regione [mediorientale, ndr], chi sta portando il caos, allora vi rispondo senza esitazione: Abu Dhabi”. A pronunciare queste parole è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante un’intervista alla Akit TV e le sue dichiarazioni danno ancora una volta conto dello stato dei rapporti tra la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti. Ankara negli ultimi tempi ha più volte accusato Abu Dhabi di voler destabilizzare Paesi come la Siria, la Somalia e la Libia e di aver contribuito alla distruzione dello Yemen dopo 5 anni di guerra civile. Lo scontro tra i due Stati, per quanto si sia intensificato negli ultimi periodi, ha preso però il via almeno sette anni fa e si sviluppa su più fronti, da quello bellico a quello commerciale e informativo.

Alle origini dello scontro

Si può dire che lo scontro tra Emirati Arabi (e Arabia Saudita) e Turchia ha avuto inizio nel 2013, anno della caduta del Governo Morsi in Egitto. Il presidente egiziano, appartenente ai Fratelli Musulmani, godeva del sostengo di Ankara ed è stato sostituito manu militari dal generale al-Sisi, che ha invece avuto – e tutt’ora ha – il sostegno di Abu Dhabi e Riad. La Turchia non ha mai perdonato ai due Paesi del Golfo l’interferenza nelle questioni egiziane e ancor meno la loro campagna contro i Fratelli Musulmani. Prima della caduta di Morsi, segnali di insofferenza tra Turchia ed Emirati si erano già registrati a causa del sostegno di Ankara alle rivolte in Medio Oriente e Nord Africa del 2011, rivolte che i Paesi del Golfo hanno visto come una seria minaccia alla propria stabilità. Sempre al 2011-2012 risale un altro episodio che ha contribuito a preparare il terreno per uno scontro aperto tra le due nazioni. Ankara ha infatti accusato Abu Dhabi di aver finanziato Mohammed Dahlan, ex funzionario di Fatah che avrebbe tentato di spodestare Abbas alla guida dell’Autorità nazionale palestinese. L’uomo, sfuggito alla cattura, ha trovato rifugio proprio negli Emirati Arabi dando così modo alla Turchia di additare il Paese del Golfo quale finanziatore del golpe contro il leader palestinese.

Ma a incrinare ulteriormente i rapporti tra Ankara e Abu Dhabi ha contribuito anche il fallito colpo di Stato contro Erdogan del 2016: il presidente turco ha affermato in più occasioni di ritenere gli Emirati uno dei Paesi che hanno sostenuto i golpisti. Non va poi dimenticato che la Turchia nel 2017 si è schierata in sostegno del Qatar quando il Paese è stato isolato e sottoposto a embargo dalle altre potenze del Golfo con l’accusa di finanziare il terrorismo e gli stessi Fratelli Musulmani. La decisione di Ankara di accorrere in aiuto di Doha ha reso ancora più tesi i rapporti con gli Emirati e l’Arabia Saudita, i due maggiori sostenitori dell’allontanamento del Qatar dal Consiglio di cooperazione del Golfo.

Tensioni recenti

Guardando alla storia recente, i dossier diventati nuovo motivo di scontro fra Turchia ed Emirati Arabi sono principalmente Siria, Libia e Somalia. Nel primo caso, Abu Dhabi avrebbe cercato più volte di convincere il presidente Bashar al-Assad a rompere il cessate il fuoco raggiunto con la Turchia a Idlib in cambio di un finanziamento di 3 miliardi di dollari. Gli Emirati non hanno mai preso direttamente parte al conflitto siriano, ma stanno cercando di indirizzarne indirettamente le sorti facendo pressioni sulla famiglia Assad con l’obiettivo di espandere la propria influenza nell’area. Una mossa che ovviamente non trova il favore della Turchia, che deve già fare i conti con la Russia, l’Iran e i curdi (ancora in parte sostenuti dagli Usa). Per quanto riguarda la Libia, Erdogan ha di recente fatto il suo ingresso nel conflitto che prosegue ormai dal 2011 schierandosi dalla parte del Governo di accordo nazionale guidato da al-Serraj. Inutile dire che gli Emirati sostengono invece il generale Haftar, il cui obiettivo primario è il rovesciamento del GNA. Di recente, anche la Somalia è diventato teatro di scontro tra Ankara e Abu Dhabi: la Turchia, che ha una base militare e una forte presenza nel Paese, ha accusato gli Emirati di star finanziando il gruppo jihadista al-Shabab con l’obiettivo di destabilizzare ulteriormente la nazione africana. Un’accusa che si ripete anche nel caso dello Yemen, Paese in guerra dal 2015 e che vede le truppe emiratine impegnate nel conflitto sotto il comando dell’Arabia Saudita. Non bisogna poi dimenticare che altro capitolo ancora aperto nello scontro tra Turchia e Paesi del Golfo: l’omicidio del giornalista Jamal Kashoggi, consumatosi nell’ambasciata saudita di Istanbul nel 2018.

Boicottaggio e disinformazione

Il conflitto tra Emirati, Arabia e Turchia ha trovato spazio anche nel settore dell’informazione. Mesi fa ha fatto molto discutere la messa in onda di una serie tv saudita che dipinge l’Impero ottomano come una forza di occupazione oscurantista, mentre a metà aprile Abu Dhabi e Riad hanno bloccato le emittenti televisive turche. Poco dopo anche i canali emiratini e sauditi sono stati oscurati sulle TV della Turchia. Nello stesso periodo, Emirati e Arabia Saudita hanno accusato Ankara di aver contribuito alla diffusione del coronavirus nella regione, mentre Erodgan condannava la disinformazione portata avanti dai Saud sulla pericolosità dei pellegrinaggi nel Paese nel momento in cui il virus si stava propagando nella zona del Golfo. Da tempo, inoltre, Abu Dhabi e Riad invitano i loro cittadini a non recarsi in vacanza in Turchia, definendolo un Paese pericoloso per i turisti, e hanno lanciato una campagna di boicottaggio dei prodotti made in Turkey.

Nonostante l’ostilità nei confronti degli Emirati abbia spesso portato la Turchia ha confrontarsi anche con l’Arabia Saudita, i rapporti tra Ankara e Riad sono meno tesi rispetto a quelli con Abu Dhabi. Una parte dell’establishment turco infatti spera ancora di poter ricucire le relazioni con l’Arabia – a danno ovviamente degli Emirati – e la crisi sanitaria e petrolifera secondo alcuni analisti potrebbe trasformarsi in un’opportunità.

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