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Sono passati cinque mesi dall’inizio delle proteste, eppure l’Iraq non è ancora riuscito a formare un nuovo governo e a dare risposta alle richieste dei propri cittadini scesi in strada all’inizio di ottobre. Un punto di svolta sembrava fosse stato raggiunto un mese fa, con la nomina di Mohammed Allawi alla carica di premier. L’ex ministro dalle Comunicazioni aveva promesso riforme e la creazione di un esecutivo formato principalmente da tecnici, ma le sue parole non avevano convinto i manifestanti che hanno infatti continuato ad occupare le piazze del Paese chiedendo un reale cambiamento politico.

Dalla candidatura alla rinuncia di Allawi

La nomina di Allawi come primo ministro dell’Iraq aveva suscitato non poco malumore. Secondo quanto rivelato da Middle Est Eye, la decisione di affidare un simile incarico politico all’ex ministro delle Comunicazioni era stata presa a seguito di un accordo tra al Sadr e Amiri, leader del blocco sciita Fatah e capo della milizia Badr, firmato nella città iraniana di Qom. Un dettaglio molto importante che aveva messo in luce il ruolo giocato ancora una volta dall’Iran nelle questioni di politica interna del vicino Iraq. Teheran infatti non ha alcuna intenzione di ridurre la propria influenza su Baghdad e l’uccisione proprio in Iraq del generale Qassem Soleimani per mano degli Usa non ha fatto altro che rafforzare la presa degli Ayatollah sul vicino iracheno.

Ma la premiership di Allawi era già debole ancora prima di nascere proprio a causa di questo accordo tra le forze sciite. Secondo indiscrezioni riportate sempre da Mee, il compito reale di Allawi doveva essere quello di traghettare il Paese a nuove elezioni, senza poter quindi prendere decisioni di particolare rilevanza. Stando così le cose, sarebbe stato molto difficile per il futuro premier attuare le riforme promesse ai manifestanti in tema di lotta alla corruzione e di riforma del sistema politico in vigore dal 2003. Allawi però non è riuscito nemmeno ad avere l’appoggio necessario per diventare primo ministro. Nella notte tra domenica 1 e lunedì 2 marzo l’ex ministro ha rassegnato le sue dimissioni accusando alcuni partiti – di cui ha preferito non fare nomi – di pensare unicamente ai propri interessi anziché al bene dell’Iraq. Nel dare l’annuncio della sua rinuncia, Allawi ha rilasciato una breve dichiarazione: “Alcuni partiti non avevano davvero intenzione di portare avanti le riforme che loro stessi avevano promesso al popolo. Se avessi fatto delle concessioni adesso sarei premier, ma ho cercato di fare il possibile per salvare il Paese dalla crisi che sta vivendo”.

Adesso la palla passa nelle mani del presidente Saleh, cui spetta il compito di indicare un nuovo candidato per la carica di primo ministro: secondo quanto riportato da AFP, il capo di Stato avrebbe intenzione di proporre il capo dell’intelligence Mustafa al-Kazimi.

Le proteste

La mancata formazione del nuovo Governo continua ad aggravare la delicata situazione politica e sociale che l’Iraq sta vivendo ormai da ottobre, mese in cui sono iniziate le proteste che tuttora interessano quasi interamente il Paese. Ad oggi, circa 500 manifestanti hanno perso la vita a causa della repressione portata avanti dalle milizie legate ai diversi partiti politici, come spiegato in questo articolo di InsideOver. La nomina di Allawi in realtà non aveva placato le piazze, che chiedono la formazione di un Governo di tecnici in grado di presentare delle riforme serie del sistema politico iracheno. Adesso però il rischio è che la tensione continui a salire, come dimostrano i due missili che hanno colpito la Green Zone nelle stesse ore in cui Allawi rassegnava le sue dimissioni.