Un drone non identificato è stato avvistato vicino allo spazio aereo dell’aeroporto londinese di Heathrow, causando la sospensione di tutti i voli in uscita dallo scalo. Il traffico aereo è ripreso regolarmente dopo circa un’ora di interruzione, seguendo le procedure operative standard dell’aeroporto. Secondo quanto riferito da un portavoce di Heathrow, la sospensione delle attività di volo sarebbe stata una “misura precauzionale per prevenire qualsiasi minaccia alla sicurezza operativa”, ma le autorità starebbero continuando “a lavorare a stretto contatto con Scotland Yard per rispondere alle segnalazioni di droni a Heathrow”.

Si tratta del secondo episodio di questo genere in meno di un mese. Un caso analogo si era verificato tra il 19 e il 21 dicembre 2018, quando l’avvistamento di droni aveva mandato in tilt l’aeroporto di Gatwick, il secondo della Gran Bretagna, causando disagi a più di 140mila passeggeri. Proprio il giorno precedente all’ultimo avvistamento di droni nei cieli inglesi, lunedì 7 gennaio, il governo britannico aveva annunciato di voler concedere maggiori poteri alla polizia e agli aeroporti per permettere loro di “abbattere, catturare e bloccare i droni”, così da impedire quanto accaduto a Gatwick prima delle festività natalizie.

Stando al quotidiano britannico Daily Mail, l’aeroporto di Gatwick sarebbe già dotato di un sistema avanzato di difesa (il Anti-Unmanned Aerial Vehicles Defence System – Auds) del valore di almeno 800.000 sterline. Si tratta di un sistema utilizzato dall’esercito statunitense e dalla Nato dal settembre 2016. L’Auds, che ha il compito di difendere la struttura aeroportuale da eventuali attacchi da parte di droni, è composto da un radar di scansione a 360 gradi, capace di rilevare droni di dimensioni micro, mini o standard. Una volta individuata la posizione del velivolo senza pilota, lo staff aeroportuale è legittimato a utilizzare il jammer delle comunicazioni per annientare il segnale del drone e farlo cadere al suolo.

I droni: una minaccia del terrorismo?

L’Intelligence americana teme che l’utilizzo dei droni da parte dei gruppi terroristici possa costituire una nuova minaccia per l’Occidente, dal momento che organizzazioni jihadiste come l’Isis o Al-Qaeda potrebbero utilizzare questi strumenti per condurre attentati nelle città, negli aeroporti o nei luoghi a cielo aperto in cui si riuniscono grandi masse.

Da tempo i governi occidentali sono in allerta per un eventuale attacco con i droni da parte delle organizzazioni terroristiche. Già nell’ottobre 2017 lo Stato Islamico aveva minacciato di condurre questo tipo di attentato, diffondendo poster con immagini di droni contro New York e Parigi e la scritta “Await For Our Surprise”. Il 10 ottobre 2018, in occasione di un’audizione davanti al Homeland Security and Government Affairs Committee, il direttore dell’Fbi Christopher Wray aveva spiegato che la disponibilità commerciale di droni e la loro facilità di utilizzo li renderebbero uno strumento agevole per colpire gli eventi di massa. Wray ha inoltre sottolineato come la minaccia dei droni negli Stati Uniti “aumenti costantemente” e che la stessa Fbi ritiene “con molta sicurezza che i terroristi oltreoceano continueranno a utilizzare piccoli Uas per condurre attività efferate”.

I droni dell’Isis

L’utilizzo di droni da parte delle organizzazioni terroristiche non è nuovo. Tuttavia, secondo quanto emerge da un’analisi dei ricercatori Asaad Almohammad e Anne Speckhard, l’Isis avrebbe sviluppato un proprio programma per l’uso dei droni.

Prima della sconfitta militare del Califfato, i soldati dell’Isis raccoglievano i droni in una struttura chiamata Panorama Park, a Raqqa, dove erano modificati e adattati per essere utilizzati nelle operazioni future. Le trasformazioni principali consistevano nell’installazione, all’interno dei droni, di materiale esplosivo. Una volta modificati, i velivoli senza pilota venivano trasferiti in un secondo centro, dove erano smistati e distribuiti tra le divisioni dei soldati. Inoltre l’Isis aveva fondato un centro destinato all’addestramento dei propri soldati nella pratica dell’utilizzo di droni sia a scopo di attacco che di ricognizione.

Stando ad Almohammad e Speckhard, nel periodo compreso tra l’agosto 2014 e il marzo 2017, i soldati del Califfato avrebbero fatto ricorso ai droni in venti occasioni, con l’obiettivo di compiere operazioni di ricognizione e di spionaggio o di colpire alcune postazione nemiche in Siria, Iraq e Libia. I due ricercatori ritengono che l’impiego dei velivoli senza pilota abbia contribuito ad accrescere e migliorare le capacità militari dell’organizzazione terroristica. Si tratta quindi di una minaccia concreta alla quale dovranno presto fare fronte i Paesi occidentali.