Giovedì 3 settembre, un gruppo di attivisti baschi pro-Palestina è riuscito in una piccola impresa storica: bloccare una tappa della Vuelta, la corsa ciclistica a tappe più importante di Spagna e la terza al mondo. La gara ha dovuto essere interrotta 3 km prima dell’arrivo di Bilbao, in una regione nota per il suo solido sostegno alla causa palestinese. Si è trattato di una protesta abbastanza mirata, dovuta alla partecipazione alla corsa del team Israel-Premier Tech, accusato da tempo di essere uno strumento di propaganda politica di Israele. Non è la prima volta che questa squadra riceve delle contestazioni durante una competizione: era già successo lo scorso maggio, durante il Giro d’Italia, e poi al Tour de France del luglio successivo.
Al Giro e al Tour, gli attivisti non erano però arrivati a fermare delle gare, ma si erano limitati a criticare la partecipazione della Israel-Premier Tech e a esporre bandiere palestinesi. Quanto avvenuto a Bilbao rappresenta dunque un grande salto di qualità nel boicottaggio sportivo contro Israele nel ciclismo, uno sport che è da tempo molto permeabile alle operazioni di “sportwashing”, non solo israeliane.
Dal 2007 è attiva nel circuito professionistico la squadra Astana, finanziata dal governo autoritario del Kazakstan, mentre dal 2009 fino all’esclusione del 2022 è esistito un team chiamato Gazprom-RusVelo, chiaramente un’espressione del governo russo. Oggi, una delle squadre più forti del ciclismo internazionale è l’UAE Team Emirates, controllato dagli Emirati Arabi Uniti. Da non dimenticare, inoltre, che a fine mese si svolgeranno i Mondiali di ciclismo in Ruanda, un Paese molto criticato per le sue connessioni con lo sport e per il ruolo nella guerra nella Repubblica Democratica del Congo.
Il caso di Israele si inserisce dunque in una tradizione ben consolidata in questo sport. La Israel-Premier Tech è nata nel 2014, e tecnicamente è un team privato, a differenza di quelli citati poco sopra. Tuttavia, la scelta di chiamarlo come lo Stato di Israele è stata presa in maniera deliberata, per utilizzare il team ciclistico come strumento di propaganda. A dirlo è stato lo stesso Sylvan Adams, imprenditore israeliano-canadese e co-proprietario della squadra, in un’intervista del 2023 con The Jewish Chronicle.
Le proteste di questi mesi prendono allora di mira non un semplice team sportivo, ma una squadra che ha fatto della propaganda politica attraverso lo sport la sua ragione d’essere. Lo scorso luglio, il ciclista italiano Alessandro De Marchi si era detto sollevato di aver lasciato la Israel Premier-Tech, spiegando che “le persone dietro la squadra avevano il desiderio di mostrare le bellezze del Paese”, ma che “non c’era spazio per discutere di Gaza“.
Una discussione inedita per il ciclismo
L’evento del 3 settembre non ha cambiato la posizione ufficiale della Vuelta nei confronti del team israeliano, ma ha innescato una discussione all’interno del ciclismo che era inimmaginabile fino a poco prima. Come riportato dal giornalista Daniel Friebe, diversi team avrebbero chiesto all’organizzazione della Vuelta di escludere l’Israel-Premier Tech, i cui corridori avrebbero anche ricevuto degli insulti da colleghi sia in gruppo, durante le gare, che in alcune chat.
“Per me c’è una sola soluzione, ed è che la squadra israeliana si renda conto che restando nella corsa non facilita la sicurezza degli altri” ha detto Kiko García, il direttore tecnico della Vuelta. Un modo per spostare la responsabilità sulla Israel-Premier Tech, evitando di escluderla ma facendo pressioni perché sia il team a farsi da parte per primo.
Appello che, però, è andato a vuoto, dato che la squadra di Sylvan Adams, nella serata di giovedì, ha chiarito che non si ritirerà. Anzi, la Israel-Premier Tech ha escluso un passo indietro, definendolo “un pericoloso precedente nel mondo del ciclismo”. In nessun altro sport fino ad ora, però, si era mai arrivati a una situazione di tensione così forte sulla partecipazione di una rappresentativa israeliana.

