Nello stesso momento in cui Donald Trump lasciava in anticipo il G7 per occuparsi della guerra tra Israele e Iran, in Asia centrale Xi Jinping firmava un “trattato di eterna amicizia, buon vicinato e cooperazione” con i leader di cinque ex Repubbliche Sovietiche presenti al vertice ad Astana. Il nuovo patto coinvolge, oltre alla Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan, e sottolinea il ruolo crescente di Pechino in questa regione – tradizionalmente sotto la sfera di influenza russa – ricca di risorse naturali ed energetiche.
“Attualmente il mondo sta attraversando cambiamenti sempre più rapidi e mai visti in un secolo, e sta entrando in un nuovo periodo di turbolenza e trasformazione”, ha dichiarato Xi. “Le guerre commerciali e le guerre tariffarie non producono vincitori e l’unilateralismo, il protezionismo e l’egemonismo sono destinati a danneggiare sia gli altri che se stessi”, ha aggiunto il leader cinese, in una non troppo velata frecciatina lanciata all’indirizzo degli Stati Uniti.
L’obiettivo della Cina? Incrementare la propria presenza in un’area strategica, sia per controbilanciare le conseguenze negative della Trade War con Washington, sia per approfondire la cooperazione in materia di commercio, energia e infrastrutture con i governi locali.

Xi punta sull’Asia centrale
Vale la pena evidenziare un dato: da quando è entrato in carica come presidente, nel 2013, Xi ha visitato il Kazakhstan più volte (6) di qualsiasi altro Paese, fatta eccezione per la Russia (11). Non solo: nel momento in cui scriviamo Pechino ha superato Mosca nei panni di principale partner commerciale di Astana.
Già, perché la quota cinese nelle operazioni di commercio estero della Repubblica del Kazakhstan ha raggiunto il 19,2%, mentre quella della Russia si aggira intorno al 18,8%. I dati della dogana cinese, inoltre, parlano chiaro: il commercio bilaterale del Dragone con i cinque Paesi sopra citati dell’Asia centrale ha raggiunto la cifra record di circa 40 miliardi di dollari nei primi cinque mesi del 2025, con un incremento del 10,4% su base annua.
Nei vari incontri bilaterali tenuti da Xi con i suoi omologhi presenti al vertice di Astana, il presidente cinese ha chiesto una maggiore cooperazione nei settori del gas naturale, dei minerali e delle ferrovie.
Nel meeting con i leader di Uzbekistan e Kirghizistan, per esempio, ha sollecitato progressi relativi al progetto della ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan. In un faccia a faccia con turkmeno Serdar Berdymukhamedov, Xi ha invece suggerito che “entrambe le parti dovrebbero ampliare la portata della cooperazione sul gas naturale, esplorare la cooperazione in settori non legati alle risorse e ottimizzare la struttura degli scambi commerciali”.

La strategia della Cina
Perché scommettere sull’Asia centrale? Le cinque ex Repubbliche Sovietiche offrono alla Cina rotte commerciali alternative per assicurarsi carburante e cibo nel caso in cui conflitti, guerre o shock esterni dovessero interrompere le tradizionali vie di scambio utilizzate da Pechino. Non solo: nel lungo periodo la rotta dell’Asia centrale potrebbe contribuire a ridurre i tempi di trasporto delle merci tra Cina ed Europa. Per completare il quadro, dal canto suo Xi ha promesso di destinare 208 milioni di dollari di sovvenzioni ai Paesi dell’Asia centrale per sostenere i loro progetti di sostentamento e sviluppo.
Ricordiamo che oltre un decennio fa Xi Jinping aveva scelto proprio il Kazakhstan per lanciare la tentacolare iniziativa infrastrutturale della Nuova Via della Seta, il primo tassello per preparare l’economia cinese al futuro e fronteggiare una eventuale frattura commerciale con gli Stati Uniti.
A proposito: dopo aver osservato i ripetuti tentativi dell’Occidente di usare tutta l’influenza economica possibile per isolare la Russia, la sensazione è che Pechino voglia lavorare duramente per salvaguardare la propria economia e le proprie catene di approvvigionamento da qualsiasi futuro confronto con gli Stati Uniti. La salvezza del Dragone passa anche (e soprattutto) dall’Asia centrale.
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