Alla Berlinale bisogna vestire “liberal democratico”. Ovvero: non parlare di Gaza

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Il Festival Internazionale del Cinema di Berlino, che lo scorso anno è stato oggetto di proteste e tentativi di silenziare le voci pro-palestinesi, ha pubblicato da poco sul proprio sito web il regolamento del festival. “Il nostro obiettivo è rendere la vostra visita il più piacevole e sicura possibile,” si legge sul sito della celebre Berlinale, in cui si elencano i divieti standard per l’evento, in programma dal 13 al 23 febbraio 2025. Tra questi: fumare, mangiare, bere durante gli eventi, essere sotto l’influenza di droghe o alcol, fare rumore e possedere materiali che violano le leggi tedesche sugli stupefacenti.

Verso la fine del paragrafo riguardante i divieti, si legge: “Il personale addetto all’ingresso e alla supervisione può rifiutare l’accesso a qualsiasi visitatore che non si comporti in modo appropriato o che, a loro giudizio, possa disturbare lo svolgimento della manifestazione o causare problemi agli altri partecipanti. Questo include qualsiasi forma fisica, verbale o gestuale di molestia sessuale o discriminazione. È vietato indossare o portare abiti, borse, materiali, ecc. contenenti espressioni incompatibili con l’ordine liberal democratico. Le persone possono essere allontanate dall’evento o espulse dal luogo… Le istruzioni del personale in servizio devono essere seguite. I biglietti non sono rimborsabili”.

La definizione di “democrazia liberale” è inserita ufficialmente Costituzione tedesca, la quale stabilisce che la Germania è uno “Stato di diritto” (Rechtsstaat) e basato su un “ordine liberale democratico” (freiheitlich demokratische Grundordnung). Questo concetto, in linea puramente teorica, implica un sistema che protegge i diritti fondamentali, come la libertà di espressione, di associazione e di religione, e che garantisce la partecipazione politica attraverso elezioni libere e giuste. Il termine freiheitlich demokratische Grundordnung è spesso utilizzato in relazione alla protezione dell’ordinamento costituzionale tedesco da minacce che potrebbero derivare da gruppi o movimenti estremisti, che tentano di abbattere la democrazia o che negano i diritti fondamentali.

Nella prassi, il concetto è strettamente legato alla dottrina statale dell’anticomunismo, in voga nella Germania occidentale fin dalla fine della Seconda guerra mondiale. La definizione di “liberale democratico”, presentata come se fosse neutrale o tecnica nel regolamento della Berlinale, diventa ambigua non appena la si legge, e aperta alle interpretazioni più arbitrarie. La decisione che un gruppo minacci l’ordine democratico liberale oppure no è, in ultima analisi, una decisione politica.

Avevano, gli organizzatori della rassegna, nel mirino i simpatizzanti nazisti di AfD, il partito di estrema destra in ascesa nei sondaggi e oggi al secondo posto dopo i cristiano-democratici della CDU? Non sembra proprio: in fondo, con l’appoggio di Claudia Roth, commissaria federale per la Cultura, alcuni esponenti di AfD erano stati invitati all’apertura della 74ª Berlinale. Un invito giustificato come pratica democratica, e poi ritirato dagli organizzatori dopo che che i critici avevano puntato il dito contro i piani di AfD per deportazioni di massa di immigrati e i legami del partito con i gruppi neonazisti. Inoltre – questo forse l’aspetto più interessante – il dettaglio sul dress code da adottare alla Berlinale non esisteva fino all’estate di quest’anno. Perché introdurlo ora?

La sensazione è che l’establishment politico-culturale tedesco non voglia rotture di scatole con una ben specifica galassia politicizzata, quella degli attivisti pro-Gaza. Durante l’ultima edizione del festival, a febbraio, il premio per il miglior film è stato assegnato alla regista senegalese-francese Mati Diop per Dahomey. Tuttavia, sono stati i discorsi di accettazione del premio come miglior documentario a No Other Land, diretto dall’israeliano Yuval Abraham e del palestinese Basel Adra, a fare ribrezzo a una Germania liberale sempre meno democratica.

Le parole dei due registi, che hanno accusato Israele di “genocidio” per i bombardamenti nella Striscia di Gaza e chiesto un cessate il fuoco, hanno spinto il sindaco di Berlino Kai Wegner, della CDU, a parlare di una “relativizzazione inaccettabile” e di ribadire che la capitale è “fermamente dalla parte di Israele” e che “non c’è spazio per l’antisemitismo a Berlino, nemmeno nelle arti”. A ruota anche il partito socialista, che ha definito “scioccante” l’applauso del pubblico al discorso di Abraham, mentre Claudia Roth annunciava un’indagine sulle voci critiche contro Israele apparse alla cerimonia.

Dopo anni di crescente repressione del movimento filopalestinesi, con l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, in Germania è andata in scena un’intensificazione delle restrizioni alla libertà d’espressione. Considerando la fedeltà a Israele come una parte integrante della propria ragione di Stato, le autorità tedesche hanno imposto divieti quasi totali alle proteste con la kefia, vietando anche slogan generici come “From the river to the sea” e malmenando manifestanti inermi. Intellettuali, artisti e attivisti che esprimono solidarietà ai palestinesi subiscono censure, licenziamenti e cancellazioni di eventi. Questo clima colpisce anche ebrei critici verso Israele, rivelando un autoritarismo crescente che viene giustificato come lotta all’antisemitismo.

È in questo contesto che si inserisce lo spiazzante dress code liberaldemocratico della Berlinale. Il sociologo tedesco Ulrich Beck lo aveva anticipato trent’anni fa: la vita nella tarda modernità si presenta ormai come una successione di emergenze reali che progressivamente plasmano le abitudini e il diritto. Il vero problema è che misure come questa rendono l’ordinamento macchinoso, goffamente burocratico e contraddittorio. Perché in assenza di un criterio oggettivo e condiviso per soppesare la violazione dell’ordine liberale democratico, la questione si fa inevitabilmente soggettiva. Cioè politica. Il rischio di vedere quell’ordine contestato sta portando, insomma, a rimedi così estremi da fare più male delle contestazioni stesse, e ad annientare le condizioni di pluralismo e critica che avevano reso quell’ordine possibile.