(Agrigento) Nella città dei templi sembra che oramai tutti lo abbiano scaricato. Ad Agrigento, lì dove il professore maltese è stato presidente del locale consorzio universitario, c’è adesso una vera e propria gara a chi prende maggiormente le distanze da lui. Il riferimento è a Joseph Mifsud, personaggio chiave nel Russiagate, di cui non si hanno tracce dall’ottobre del 2017.

Nessuno sapeva nulla

Mifsud è arrivato ad Agrigento nell’aprile del 2010, presentato presso la sede del palazzo della provincia come nuovo presidente del Consorzio Universitario. All’epoca maggiore azionista dell’ente era proprio la provincia, per cui buona parte delle scelte politiche dipendevano da quello che oggi dalla Regione Siciliana è conosciuto come “libero consorzio di comuni”. Promotore del suo insediamento presso il polo universitario agrigentino è stato Eugenio D’Orsi, presidente della provincia dal 2008 al 2013, l’ultimo prima dello scioglimento dell’ente avvenuto per mano di Rosario Crocetta. “Mifsud – ha spiegato D’Orsi nei giorni scorsi – aveva dato ad Agrigento una certa speranza. Era una persona brillante, con conoscenze illimitate, e noi volevamo portare la Sicilia nel mondo. Il docente mi fece mettere in contatto con Malta, e stavamo per fare l’aeroporto grazie a questo. Quella era la parte migliore di lui”.

Poi, secondo l’ex presidente della provincia, qualcosa è cambiato: “Nella seconda parte della sua esperienza dico senza mezzi termini che era un ciarlatano”, ha affermato D’Orsi nell’intervista sopra citata. Lo stesso ex presidente ha poi confermato che la decisione di scegliere Mifsud all’epoca è stata condivisa da tutti gli azionisti del consorzio, dunque anche comune di Agrigento, camera di commercio e Università di Palermo. Ma oggi, come detto, è una gara a chi scarica prima il professore maltese. Il comune di Agrigento nei giorni scorsi, per bocca dell’attuale sindaco Lillo Firetto, ha annunciato la costituzione come parte civile dell’ente nel procedimento aperto dalla procura della città dei templi sulle “spese pazze” operate da Mifsud durante la sua presidenza.

Un procedimento partito dopo gli esposti presentati da Giovanni Di Maida, attuale commissario del consorzio universitario, ma già all’epoca componente del consiglio di amministrazione. Anche lui afferma di non essersi accorto di nulla, di sentire Mifsud giustificare le sue trasferte all’estero con la prospettiva di stringere accordi con altre università straniere. Accordi poi mai avvenuti, tiene a precisare Di Maida. Come però fatto notare da Felice Cavallaro su il Corriere Della Sera, “forse qualche dubbio avrebbe potuto averlo già qualche anno fa anche lo stesso Di Maida, che stava nel consiglio di amministrazione con i professori Maria Immordino e Gianfranco Tuzzolino”. Lui però, come gli altri protagonisti, si sarebbe accorto delle “spese pazze” solo da poco: “Tutto passava attraverso due funzionari del Consorzio che nulla dicevano, una signora oggi in pensione e un impiegato che fecero trasferire dalla vicina Licata”, ha spiegato Di Maida.

In poche parole, ad Agrigento nessuno si era accorto di nulla o almeno così è stato spiegato dai protagonisti. Buchi di bilancio, telefonate strane, viaggi sospetti, prolungate assenze da Agrigento, sono elementi questi saltati fuori soltanto adesso, proprio quando il nome di Mifsud non è stato più confinato nelle pagine della cronaca locale. Ed è soltanto adesso, sotto il profilo politico, che tutti in città hanno iniziato a prendere le distanze dal professore maltese.

Il sospetto che aleggia in procura

C’è però un altro aspetto che è destinato a gettare ulteriore ombra sulla vicenda. È stato avviato dai magistrati agrigentini un procedimento contro Mifsud, reo di aver contribuito a mandare in rosso i bilanci del consorzio universitario. Forse nel creare quel disastro finanziario il professore maltese è stato aiutato da qualcuno. È anche questo che la procura vorrebbe accertare nella sua inchiesta. Il problema però, ed è questo l’elemento che più risalta al momento, è che Mifsud non si riesce a rintracciare. Come detto ad inizio articolo, di lui si sono perse le tracce nel 2017, oramai quindi da più di due anni: “L’ufficio inquirente agrigentino ha attivato le procedure per la notifica, molto complesse anche perché i sospetti sono quelli che possa non essere più in vita”, si legge in una nota dell’Agi di alcuni giorni fa.

Ma dagli uffici della procura nelle ultime ore sono trapelati sospetti ancora più netti. Sono sempre maggiori le voci di corridoio secondo cui i magistrati agrigentini siano oramai quasi certi di avere a che fare con un indagato che, in futuro, non avrà modo di difendersi né in un’aula di tribunale e né a livello politico: “Le probabilità che Mifsud sia morto sono molto alte”, conferma una fonte del palazzo di giustizia agrigentino. “Parliamo dell’80% di possibilità”.

Quel sospetto sul destino di Mifsud

C’è un altro elemento che ci spinge a ipotizzare che Joseph Mifsud possa – il condizionale è d’obbligo, naturalmente – non essere più in vita, per riallacciarci alle voci di corridoio della Procura appena menzionate. Anche se è ovvio che ci auguriamo che non sia affatto così. Parliamo dell’enigmatico file audio inviato alle redazioni dell’Adnkronos e de Il Corriere della Sera: “Spero che farete conoscere le mie parole, per favore ascoltate i file allegati”, afferma la voce di una persona che si qualifica come Joseph Mifsud e che, in data 11 novembre 2019, rilascia quelle dichiarazioni.

Tuttavia, un perito – tra i più qualificati in Italia – a cui abbiamo fatto ascoltare i file audio non ha dubbi: la voce non è quella del professore. “Sono convinto che il file audio sia un falso e che la persona che parla non sia il professor Joseph Mifsud“. Afferma l’esperto in discipline forensi, uno dei più importanti in Italia in questo ambito, che Inside Over ha contattato tramite Cristina Sartori, grafologo giudiziario presso il Tribunale di Trento. Il perito ha messo a confronto il file audio inviato dal presunto Mifsud all’agenzia di stampa Adnkronos e al Corriere della Sera, con due video su Youtube nei quali è il docente a parlare.

L’analisi dell’esperto che abbiamo contattato è estremamente interessante: “È stato registrato con un microfono attaccato al colletto della camicia, in un ambiente molto ampio, collegato direttamente computer, c’è molto eco”, spiega a InsideOver. “Nel file audio inviato ai giornali italiani – osserva – si sente anche la voce di una donna, verso la fine, che dice 22”. La persona del messaggio audio, prosegue, “non ha la stessa cadenza del vero Mifsud dei video, che trascinava le vocali per via del suo respiro. Questa cosa nel file audio non c’è mai e sono abbastanza convinto che sia un falso”. Anche il suo avvocato, Stephan Roh, aveva smentito all’Adnkronos che la persona del messaggio audio fosse il docente maltese: “È assolutamente falsa, al 100 per cento”. Dice Roh: “Voce troppo alta, non il suo accento, non la tonalità, sembra un vero italiano”.

A questo punto, ipotizzando che il perito abbia effettivamente ragione (come crediamo), la domanda è d’obbligo: perché qualcuno avrebbe dovuto fabbricare un falso audio? I casi sono due: o il docente maltese continua a nascondersi – chissà dove – oppure, nella peggiore delle ipotesi, stiamo parlando di una persona che potrebbe non essere più in vita. L’ultima persona che l’ha visto a Roma ha raccontato a Panorama che “Joe ha un bell’appartamento ai Parioli, l’ho visto là l’ultima volta. Era marzo 2018”, spiega la fonte. “Che [Joseph Mifsud] sia scomparso nel 2017 l’ho letto sui giornali. Io l’ho rivisto l’ultima volta ai Parioli, vicino a Piazza Euclide, dove Joe aveva un bell’appartamento”. E poi?

Il nascondiglio nelle Marche

A partire dal 31 ottobre 2017 – data ufficiale della scomparsa – come appurato da La Verità, il docente maltese è stato ospite nella dimora di Alessandro Zampini, medico chirurgo specializzato in odontostomatatologia, che si trova a sei chilometri da Matelica, a Esanatoglia, paesino in provincia di Macerata, uno dei borghi più belli d’Italia. Zampini non sarebbe, secondo quanto ricostruito dalla Verità, un “amico” di Vanna Fadini, amministratore della Global education management (Gem), la società di gestione della Link Campus Università, ma il suo compagno. Il dentista abita a Roma ma torna spesso nella piccola borgata marchigiana, dove vive sua madre Luciana. Il nome di Zampini, fino a qualche tempo fa, figurava peraltro anche tra i membri del cda della Link Campus.

Come spiega lo stesso Mifsud nella deposizione consegnata a John Durham: “Sono rimasto lì per oltre due mesi – spiega – Ho trascorso questi due mesi a pensare a come recuperare la mia salute, che era una delle cose più importanti, e anche tempo per raccogliere le mie idee e punti di vista su cosa era effettivamente accaduto”. Le testimonianze raccolte dalla Verità confermano il soggiorno del professore a Esanatoglia, nella casa di Zampini.

Chi è Joseph Mifsud

Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente affermò in un incontro dell’aprile 2016 a George Papadopoulos, consigliere della campagna di Donald Trump, di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volte riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti tra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti. Ma allora chi ha architettato e confezionato tutto con l’obiettivo di “incastrare” Trump? La giustizia americana sta facendo il suo corso con l’indagine penale di John Durham.

Il 7 novembre 2018 Giulio Occhionero – al centro della vicenda EyePiramid – ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Perugia all’attenzione della Dott.ssa Gemma Milani, nella quale si menziona proprio Joseph Mifsud: a dimostrazione che, ovunque sia, nessuno può nascondere il fatto che il misterioso professore sia fondamentale nel comprendere le origini del Russiagate e un intrigo internazionale che ha portato, per ben due volte, l’Attorney General William Barr in Italia a colloquio con i vertici dei nostri servizi segreti. E un procuratore generale americano non si muove mai da Washington DC, se non per casi eccezionali. Come questo.

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