Morto un Ayatollah se ne fa un altro, o quasi. Ali Khamenei era il dittatore più longevo al potere al mondo, in carica dal 1989. La sua morte- confermata infine nella mattina del 1° marzo anche dalla tv di stato iraniana- ha portato questa mattina alla designazione del successore ad interim: l’Ayatollah Alireza Arafi.

Un triumvirato a capo (di quel che resta) della Repubblica Islamica

Sarebbe ingenuo pensare che la morte di Khamenei abbia colto di sorpresa i vertici della Repubblica Islamica. Se non altro perché, al di là di ogni possibile speculazione, la Guida Suprema era un uomo di 86 anni con una fitta cartella clinica, e perché il Nizam è un sistema pensato per perpetuare sé stesso e sopravvivere a chiunque, persino all’uomo più potente del paese.

In questo frangente entra in gioco l’articolo 111 della costituzione, secondo cui in caso di morte della Guida Suprema il potere passa ad un consiglio ad interim: il Presidente in carica, il capo della magistratura e un giurista religioso selezionato dal Consiglio dei Guardiani. L’ayatollah Alireza Arafi è stato nominato per ricoprire questo terzo posto cruciale, rendendolo di fatto uno dei tre uomini più potenti dell’Iran odierno. La sua figura, al fianco del presidente Masoud Pezeskhian e del Capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei completa di fatto questa sorta di trumvirato che avrà il compito di esercitare il potere precedentemente detenuto dalla Guida Suprema, in attesa che l’Assemblea degli Esperti elegga un nuovo leader.

Arafi il teologo e l’intelligenza artificiale

Alireza Arafi, originario di Yazd, è un religioso di 67 anni, la maggior parte dei quali trascorsi all’interno delle istituzioni teologiche iraniane. Formatosi a Qom, la città santa dell’Islam sciita, ha goduto durante la sua lunga carriera della benevolenza di Ali Khamenei, che nel corso degli anni gli aveva affidato ruoli chiave in ambito religioso, tra cui la guida della preghiera nella sua città natale, Meyabod, e successivamente proprio a Qom. Membro del Consiglio dei Guardiani, l’insieme di esperienza religiosa e istituzionale lo rende una figura salda nell’élite iraniana e quindi ben vista in questo nuovo ruolo di guida ad interim.

Arafi, radicato nel sistema e nella dottrina del Nizam, è al contempo considerato una specie di radicale moderno, per un’insolita propensione alla digitalizzazione degli apparati: ha infatti spesso sostenuto la necessità di ricorrere alla tecnologia e all’intelligenza artificiale per diffondere il messaggio ideologico dello sciismo islamico a livello globale.

In un momento in cui la Repubblica Islamica affronta forse la sua ora più buia dal ’79, l’elezione di Arafi alla guida di questa fase di transizione rappresenta una scelta sicura. Un giurista che nelle speranze degli apparati, come auspicato dallo stratega Larijani, possa assumersi la responsabilità fino all’elezione del prossimo Leader. Ammesso che il Nizam resista.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto