La Francia cerca di sfruttare le sommosse popolari in corso in Algeria dal 22 febbraio scorso per controllare o neutralizzare le Forze armate della sua ex colonia. Questo il “J’Accuse” dell’ex segretario generale del Fronte di liberazione nazionale (Fln) algerino, Amar Saadani, in un’intervista rilasciata al sito web Tout sur l’Algerie e ripresa in Italia da Agenzia Nova. Per comprendere meglio la portata di queste dichiarazioni, destinate a scatenare un terremoto politico nell’ex colonia di Parigi, è come se a parlare fosse un ex segretario della Democrazia Cristiana in piena Tangentopoli. Il politico algerino descrive uno scontro attualmente in corso tra “Stato profondo” e “Stato nazionalista”, con il primo che starebbe cercando di avere la meglio sul secondo grazie all’appoggio garantito dall’estero e al lavoro di alcuni alleati in patria. Saadani non la nomina mai direttamente, ma l’allusione neanche troppo velata è alla Francia.

Il ruolo opaco della Francia

La stessa giustizia algerina sta indagando su un presunto incontro con i servizi segreti francesi dell’ex capo dei servizi segreti algerini, Mohamed Mediene, detto generale Toufik, il capo del Dipartimento di sorveglianza e sicurezza algerino (Dss), generale Athmane Tartag, e Said Bouteflika, il fratello del presidente Abdelaziz Bouteflika, dimessosi lo scorso 2 aprile dopo oltre 20 anni al potere. Tutti, a parte l’ex capo dello Stato, sono stati arrestati nell’ambito della maxi-campagna giudiziaria contro alti funzionari, imprenditori e ufficiali legati all’establishment precedentemente al potere. I tre sono considerati i leader del cosiddetto “Stato profondo”, il cui vero obiettivo sarebbe sempre stato quello cambiare l’orientamento delle istituzioni militari, i suoi acquisti di armi e il suo sistema di alleanze. “Questo è ciò che si desidera all’estero e dai loro alleati all’interno del Paese”, spiega l’ex segretario generale dell’Fln.

Stato contro Stato

A questo punto occorre fare un passo indietro. Febbraio 2015. Il generale Toufik, da 25 anni alla guida dell’Agenzia di intelligence militare (Drs), potente organizzazione accusata di omicidi politici e della “sparizione” di un numero tuttora imprecisato di persone, dalle 6.000 alle 16.000, durante il conflitto civile degli anni Novanta), rompe anni di silenzio per schierarsi con l’ex capo dell’anti-terrorismo, Abdelkader Ait Ourabi, detto “Hassan“, condannato a cinque anni di carcere per alcune irregolarità commesse nel corso di una operazione segreta in Libia. La cerchia presidenziale richiama il generale al “dovere di riservatezza”, ma le dichiarazioni di Toufik sono considerate come una “dichiarazione di guerra” contro Bouteflika. Il generale viene mandato in pensione nel settembre 2015, ma gli altarini sono ormai scoperti e la spaccatura è evidente. Il 2015 è dunque l’anno dello “scontro” tra i due Stati nello Stato. Secondo Saadani, in quell’occasione lo Stato nazionalista riconducibile ai militari ha colpito duramente lo Stato profondo guidato da una parte dei servizi segreti. Nonostante i “considerevoli danni subiti”, oggi “lo Stato profondo sta cercando di ricostruirsi e di rilanciare il suo progetto” attraverso la stampa, i social network e le proteste di piazza, aggiunge Saadani. Secondo l’ex leader del Fronte, “la lotta non è tra l’istituzione militare e i cittadini, ma tra questi due progetti”.

I generali sotto assedio

I manifestanti scesi in piazza venerdì scorso, 18 ottobre, per il trentaquattresimo venerdì consecutivo di proteste hanno chiesto di rimandare le elezioni presidenziali previste il 12 dicembre e la nascita di uno “Stato civile e non militare”. Secondo l’ex segretario generale dell’Fln, lo Stato civile non dovrebbe però andare “a scapito delle istituzioni militari e dell’immagine dei generali”. Sempre secondo Saadani, le richieste di dimissioni del capo di Stato maggiore e viceministro della Difesa, il generale Gaid Salah, sarebbero strumentali al progetto portato avanti dallo Stato profondo: “Si vuole svuotare l’istituzione militare del suo comando in modo che diventi una facile preda”. Inoltre, per il politico algerino “è impossibile avere uno Stato civile senza eleggere un presidente eletto democraticamente”. Le elezioni presidenziali, del resto, sono già state rimandate ad aprile a luglio: un ulteriore rinvio a dicembre potrebbe avere conseguenze imprevedibili per il Paese. Finora oltre 100 candidati hanno ritirato i moduli per le presidenziali, ma l’opposizione è assente.

Gli islamisti si schierano con la piazza

Vale la pena ricordare che l’Italia ha interessi importanti in Algeria, che è suo il secondo fornitore di gas dopo la Russia. Un’Algeria nel caos potrebbe portare ad insorgenze islamiche – Fratelli musulmani e salafiti sono abbondantemente presenti nel paese – e irradiare onde sismiche in tutta la regione. Dopo settimane di silenzio, il principale partito islamico del paese, il Movimento per la società della pace (Msp) si è schierato contro le elezioni presidenziali, giudicate non trasparenti, e ora anche contro la nuova legge sugli idrocarburi, adottata dal governo senza dibattuto pubblico ma ancora in attesa del dibattito in parlamento, e dalla parte del movimento di protesta “Al Hirak”. Secondo Saadani, tuttavia, questa scelta è un errore. “Sfortunatamente, gli islamisti, con i loro attuali leader, sostengono un progetto che non è loro. Sostengono il progetto di boicottaggio che è nell’interesse dello Stato profondo e non dello Stato nazionalista o islamico. Si uniscono al loro carnefice. Da un lato si lamentano dello Stato profondo, dall’altro sostengono il suo progetto”.

La frase choc sul Sahara occidentale

Infine Saadani si è espresso anche in merito all’annosa questione del Sahara occidentale, con una frase abbastanza scioccante: “Ritengo, da un punto di vista storico, che il Sahara sia marocchino e nient’altro. È stato tolto al Marocco al Congresso di Berlino. Inoltre, penso che l’Algeria abbia versato per cinquant’anni enormi somme a quello che viene chiamato il Polisario e questa organizzazione non ha fatto nulla e non è riuscito a rompere l’impasse”. Mai prima d’ora un politico algerino di alto livello aveva osato mettere in dubbio la cosiddetta Repubblica araba democratica dei sahrawi autoproclamata nel 1976 dal Fronte Polisario. L’Algeria ospita sul suo territorio circa 180 mila profughi saharawi e non ha mai riconosciuto l’annessione dei territori desertici nel Sahara occidentale (chiamato Sahara marocchino da Rabat) da parte del Marocco. Le Nazioni Unite hanno negoziato un cessate il fuoco tra Fronte Polisario e Marocco nel 1991, ma i colloqui guidati dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara occidentale (Minurso) non sono riusciti a trovare una soluzione stabile. L’Onu mantiene una forza di circa 240 peacekeeper sul terreno, ma è ancora alla ricerca di un inviato speciale dopo le dimissioni del tedesco Horst Kohler.

Aggiornamento del 23/10/2019 alle ore 15.54: Una prima versione dell’articolo riportava la frase “Ritengo, da un punto di vista storico, che il Sahara sia marocchino e nient’altro. È stato assegnato al Marocco al Congresso di Berlino”. Traduzione rivelatasi poi errata e modificata con: “Ritengo, da un punto di vista storico, che il Sahara sia marocchino e nient’altro. È stato tolto al Marocco al Congresso di Berlino”.

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