La mattina del 20 agosto, Alexei Navalny, uno dei più celebri detrattori del Cremlino, si è sentito male poco dopo essersi imbarcato su un volo che lo avrebbe portato da Tomsk a Mosca, costringendo l’aereo ad un atterraggio di emergenza poco dopo il decollo. La situazione è parsa grave sin dai primi istanti e l’attivista anti-corruzione si trova ricoverato in stato comatoso. Anche se l’ultimo aggiornamento dall’ospedale di Omsk getta un’ombra su quanto affermato in queste ore: “Nessuna traccia di avvelenamento”. Segno che se si è trattato di avvelenamento, non c’è modo di trovarne traccia.

La pista dell’avvelenamento intenzionale da parte di agenti governativi è stata battuta sin da subito. Navalny per molti è già considerato una delle vittime del sistema di potere legato al Cremlino. Ipotesi possibile, certo, ma che in diversi punti non regge: pur essendo vero che Navalny è il volto più noto dell’antiputinismo, una conoscenza approfondita della realtà russa fa comprendere quanto sia falsato ed esagerato il profilo politico solitamente descritto dall’informazione occidentale.

In breve, il Cremlino, da un punto di vista del rischio interno di consensi e di crollo dell’immagine, non avrebbe ragioni evidenti e così cristalline per eliminare lo scomodo oppositore per due ragioni: non rappresenta una minaccia all’ordine putiniano tale da giustificare un ordine di esecuzione in stile Litvinenko; la sua morte, in questo momento, non produrrebbe alcun giovamento ma, anzi, sarebbe fonte di ulteriori problemi per Mosca, attualmente sotto pressione per via di una crisi di legittimità interna e degli accadimenti che stanno scuotendo il mondo russo, in primis la Bielorussia.

L’accaduto

Navalny era a bordo del volo Sibir 2614 che da Tomsk lo avrebbe dovuto riportare a Mosca quando si è sentito male, perdendo i sensi, costringendo l’equipaggio ad un atterraggio di emergenza a Omsk. L’attivista rincasava dopo aver terminato un intenso tour per le città siberiane, organizzato per promuovere i candidati indipendenti che concorreranno alle elezioni locali del prossimo mese.

I testimoni concordano: stamane, nell’attesa dell’imbarco, Navalny non ha consumato alcun pasto nell’area ristorazione dell’aeroporto, limitandosi ad ordinare e a bere una tazza di . La versione è stata confermata anche dalla portavoce ufficiale dell’attivista, Kira Yarmish, che ha scritto su Twitter: “Sospettiamo che Alexei sia stato avvelenato con qualcosa mescolato nel suo tè. È l’unica cosa che ha bevuto questa mattina. […] I dottori hanno detto che la tossina è stata assorbita più velocemente perché la bevanda era calda”.

Le condizioni di Navalny sono apparse gravi sin da subito: ricoverato d’urgenza in terapia intensiva nell’ospedale, è stato comunicato che l’uomo si trova attualmente in stato di coma ed è stato attaccato ad un ventilatore. I medici stanno eseguendo tutti gli esami ordinari e straordinari richiesti dal caso, precisando che, al momento, “non c’è nessuna certezza” a sostegno della tesi dell’avvelenamento; sul posto, comunque, è immediatamente giunta una squadra di investigatori per chiarire le dinamiche e seguire l’evoluzione della vicenda.

Una morte che non gioverebbe al Cremlino

Quello di oggi, se venisse confermato dagli accertamenti ospedalieri, sarebbe il secondo presunto avvelenamento subito dall’attivista anti-corruzione dopo quello della scorsa estate. Esattamente un anno fa, Navalny si trovava in stato di detenzione nel carcere della capitale russa per trenta giorni per aver incitato la popolazione a infrangere la legge e sfilare in una manifestazione non autorizzata dalle autorità. Queste le motivazioni dell’arresto. Durante la breve incarcerazione, l’uomo si era sentito male, manifestando segni di un’acuta reazione allergica; sulla vicenda non è stata fatta completa chiarezza e soltanto un dottore ha ritenuto plausibile la tesi del possibile avvelenamento.

Il presunto tentativo di eliminare l’attivista, che viene spesso rappresentato come il capofila dell’opposizione antigovernativa, non sarebbe di alcun giovamento per il Cremlino, soprattutto in un momento di alta tensione quale quello attuale.

Per quanto riguarda il fronte interno, il Paese sta venendo scosso periodicamente da ondate di proteste, da quelle di Mosca ed Ekaterinburg dello scorso anno alla recentissima mobilitazione di Khabarovsk, che sono indicative dell’esistenza della crisi di legittimità attraversata dalle istituzioni – palesata dal crollo di consensi e fiducia verso Vladimir Putin – minate dal serpeggiamento di un innegabile malcontento popolare strumentalizzato da giocatori esterni.

La morte dell’attivista avrebbe ripercussioni negative sull’immagine delle istituzioni, erodendo ulteriormente il consenso riscosso da Putin, e non è da sottovalutare che possa fungere da fattore scatenante di una stagione di proteste tale da costringere il Cremlino a deviare parte dell’attenzione dagli affari esteri a quelli interni.

I problemi sul fronte esterno sono altrettanto significativi: il mondo russo è sotto pressione a causa di un accerchiamento poliedrico da parte di Occidente, Turchia e Cina, e mentre le manovre delle ultime due potenze si concentrano nello spazio postsovietico asiatico, il contenimento duro di Unione Europea e Stati Uniti sta provocando effetti perniciosi in quello che rimane della sfera d’influenza russa nell’Europa orientale, ovvero Serbia, Moldavia e Bielorussia.

Quest’ultima, inizialmente incamminatasi autonomamente verso un percorso di allontanamento dal Cremlino su iniziativa di Aleksandr Lukashenko, è stata infine travolta dai contraccolpi di quel cambio di rotta geopolitico, perché la comunità euroamericana ha preferito condurre la transizione con un personaggio più fidato, la liberale Svetlana Tikhanovskaya, come palesato dalle recenti prese di posizione dell’Ue.

La Russia, dapprima forzatamente obbligata ad un basso profilo negli affari interni di Minsk per non inimicare ulteriormente Lukashenko, si trova, adesso, costretta ad affrontare la minaccia di un nuovo scenario Euromaidan lungo i propri confini, indecisa se intervenire in difesa del presidente, rivelatosi inaffidabile oltre che screditato agli occhi di larga parte della popolazione, o in supporto di un’opposizione difficilmente penetrabile, poiché già avvicinata dall’Ue.

La morte di Navalny potrebbe fungere da miccia per l’esplosione della polveriera, spingendo una parte della società russa a protestare in segno di solidarietà con l’attivista che, trasformatosi post-mortem in un martire, sarebbe realmente in grado di portare in strada un numero tale di persone da obbligare il Cremlino a spostare l’attenzione da Minsk a Mosca, a San Pietroburgo, a Ekaterinburg, a Khabarovsk, e in tutte quelle città che negli anni recenti hanno manifestato insofferenza, attraversate da un importante fermento popolare.

Navalny non è una minaccia

Abbiamo raggiunto Ivan Timofeev, il direttore dei programmi del prestigioso Russian International Affairs Council, per capire quanto è realmente importante la figura di Navalny in Russia e quali potrebbero essere le conseguenza della sua morte. Secondo Timofeev, “Navalny non è una minaccia fondamentale per il governo”, perciò il Cremlino non avrebbe alcun interesse nella sua eliminazione.

L’eventuale decesso non favorirebbe l’agenda del Cremlino, anzi getterebbe nuove ombre sulle istituzioni: in breve, “la sua morte sarà un problema”. Tuttavia, secondo Timofeev è improbabile che l’evento “avrà alcuna risonanza” e che i suoi seguaci possano riuscire a collegarlo in qualche modo a quanto sta accadendo in Bielorussia; e il motivo è semplice: contrariamente a quanto descritto dai media occidentali, Navalny è politicamente irrilevante.

Alla domanda se Navalny sia realmente influente, un “game-changer“, all’interno del mondo politico russo, Timofeev risponde che “no, non lo è; è una figura, anzi, piuttosto marginale”.

L’opinione di Timofeev è corroborata dai numeri, il vero strumento capace di confutare l’immagine dell’attivista cristallizzatasi nell’immaginario collettivo euroamericano: secondo un sondaggio d’opinione del Centro Levada del 2017, all’epoca il 48% dei russi non era a conoscenza di chi fosse e i rispondenti positivi erano polarizzati sul tema, il 31% credeva che fosse un politico come gli altri mentre il 28% credeva che fosse un agente dell’Occidente.

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