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Politica

Alessandro Aresu: dalla tecnologia all’industria, ecco come la Cina ha vinto

C’è un Paese, nel mondo, che in mezzo secolo è passato dalla trappola malthusiana alla contesa per l’egemonia globale, che è divenuta la prima potenza manifatturiera tecnologica globale ed è un serio candidato a un ruolo di leadership politica internazionale....

C’è un Paese, nel mondo, che in mezzo secolo è passato dalla trappola malthusiana alla contesa per l’egemonia globale, che è divenuta la prima potenza manifatturiera tecnologica globale ed è un serio candidato a un ruolo di leadership politica internazionale. Quel Paese è la Cina, sistema complesso e articolato spesso poco compreso, o letto per luoghi comuni, nella pubblicistica nostrana. Ma l’ascesa cinese è la storia di un’avanzata tecnologica, industriale, geopolitica che passa anche per la storia degli uomini che l’hanno resa possibile. Capire come evolverà la traiettoria del Paese è cruciale per comprendere il futuro dell’ordine globale. Alessandro Aresu, studioso specializzato in scenari geopolitici legati all’industria tecnologica e consigliere scientifico di Limes, ne parla nel suo ultimo saggio, La Cina ha vinto, dei cui contenuti discute con InsideOver.

“La Cina ha vinto” è il titolo del suo ultimo saggio. Quali sono stati i grandi successi di Pechino e quali le tappe decisive?

Il successo principale è stato lo sviluppo economico, con l’uscita dalla povertà assoluta di centinaia di milioni di persone e l’ascesa a superpotenza della manifattura globale. In termini politici, tutto ciò ha rappresentato un successo per il Partito Comunista Cinese perché è avvenuto senza la perdita del suo controllo politico sulla Cina, anzi. I successi manifatturieri si sono poi concretizzati in alcune industrie specifiche.

Credo che in termini cronologici i passaggi più importanti siano in questo secolo l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e la crisi finanziaria “nord-atlantica” (così viene chiamata spesso in quella parte del mondo) del 2007-2008 a seguito della quale si è accelerata l’azione per lo sviluppo tecnologico, comunque presente da decenni, e poi la localizzazione della filiera elettronica complessiva, in particolare per gli smartphone, nella Repubblica Popolare. Nel 2015 è arrivato Made in China 2025. Il piano, per esempio nella critica dell’ex ministro Lou Jiwei, insisteva troppo sugli aspetti di politica industriale ed era un piano troppo diretto, contrario al precetto di Deng Xiaoping di nascondersi e attendere.

Un passaggio speculare è la distrazione da parte degli avversari su alcuni elementi strutturali dello sviluppo cinese e la sua riduzione a stereotipo. Ogni anno in cui il nostro mondo ha detto “la Cina copia, la Cina è incapace” ha rappresentato un anno di vantaggio per la Cina stessa.

La Cina è oggi una grande potenza tecnologica ed economica. Come si presenta, dopo il primo quarto di XXI secolo, nel quadro del confronto con gli Usa sulle grandi partite strategiche, soprattutto a livello d’innovazione?

La Cina è una grande potenza tecnologica ed economica. Come si presenta, dopo il primo quarto di XXI secolo, nel quadro del confronto con gli Usa sulle grandi partite strategiche, soprattutto a livello d’innovazione?

La prima cosa che va compresa è che l’innovazione di cui parliamo oggi è anzitutto innovazione di scala. Noi siamo nell’età della scala, dalle “scaling laws” dell’intelligenza artificiale (leggi che non sono leggi, portando all’estremo la prospettiva della stessa Legge di Moore, verso il “basta che funzioni”) alle dinamiche della produzione contemporanea. Quindi in quest’età è fondamentale potere realizzare la tecnologia su scala gigantesca, e quindi accedere a mercati di centinaia di milioni, miliardi di consumatori.

La storia dei colossi tech cinesi lo conferma…

Tante delle aziende che ho descritto nei miei vari libri non hanno “inventato” le loro tecnologie in termini di “zero a uno”, da ASML a TSMC, da BYD a CATL. Hanno però perfezionato in termini diversi il potere della scala. Per la sua struttura, la Cina è una grande potenza di scala: nelle infrastrutture, nell’infrastrutturazione energetica, nel capitale umano. Punto fondamentale.

Poi possiamo andare tecnologia per tecnologia e vedere dove sta la Cina, per quanto sia possibile. L’avanzata può essere misurata nella struttura industriale della cosiddetta transizione energetica, nella struttura materiale del mondo (acciaio, rame, altre materie prime, poi terre rare, trattamenti chimici), filiera dell’elettronica (assemblaggio, interconnessioni, ottica), vari standard di telecomunicazioni e loro realizzazione (5G,6G e altro), droni commerciali, logistica, navi, semiconduttori in tutti i loro segmenti, nuovi materiali, sistemi d’arma, spazio, aviazione civile. Su queste diverse filiere avremmo risultati non uniformi ma in ogni caso una prospettiva di avanzamento.

Da un altro lato, non bisogna dimenticare che la finanza rappresenta un elemento di svantaggio davvero molto consistente della Cina rispetto agli Stati Uniti.

La storia dell’ascesa cinese è anche una storia di uomini. Oltre ai volti del Partito e della leadership ci sono figure strategiche di peso. Nel libro spicca quella di Wang Huning. Che ruolo ha svolto nell’ascesa cinese?

Wang Huning rappresenta in sostanza l’umiliazione dell’altro mondo, il nostro, perché è uno studioso che conosce meglio i nostri classici rispetto a quanto li conoscano le classi dirigenti occidentali. L’interrogazione del professor Wang Huning umilierebbe, credo, un sacco di persone. Wang Huning studia prima il pensiero francese, poi è imbevuto dei dibattiti degli Stati Uniti nella politologia e nella storia delle idee tra fine anni ’80 e anni ’90, da Huntington a Nye passando per “La chiusura della mente americana” di Bloom. E tutto questo deve andare al servizio del Partito Comunista Cinese; quindi, in un disegno dove il pensiero conservatore occidentale è ripreso per garantire la sovranità del Partito e l’ordine retto dal Partito.

Wang Huning è un primato della politica, un feroce primato della politica, in cui la politica non è una dimensione occasionale della vita, che lascia spazio per altro, ma divora tutto, ha questa potenza. Tanti altri intellettuali hanno voluto fare politica e pensare la politica, ma il successo di Wang Huning, per come l’ho descritto anche nel libro e nei suoi esercizi di prospettiva e di fiction, parla da solo.

Wang Huning è poi la profezia sugli Stati Uniti: “America contro America”. E cioè, un concetto di affermazione cinese che si basa sull’avversario che si auto-delegittima, si auto-indebolisce, si auto-distrugge. Nella propaganda cinese, e quindi essenziale la delegittimazione dell’ordine statunitense, dire davanti alle critiche al sistema cinese “e allora l’Iraq? E allora Gaza?” eccetera.

La figura di Wang Huning appare anche nei miei libri precedenti, “Il dominio del XXI secolo” e “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, quindi qui voglio mostrare come sia importante approfondire quella prospettiva.

Quali altri grandi figure ritieni decisive per la corsa di Pechino?

Quelle che non conosciamo e che ci sorprenderanno. Certo, nell’immaginare l’incontro nella Grande Sala del Popolo coi capitalisti rossi io poi descrivo quelle storie: la storia di Ren Zhengfei, il veterano di Huawei della guerra tecnologica, la storia di Wang Chuanfu di BYD. Mi sono soffermato su queste storie anche nei libri precedenti ma qui si tratta di vedere anche altri aspetti, e in particolare la prospettiva di chi comprende queste persone, chi capisce quello che sta succedendo, come Charlie Munger, lo storico braccio destro di Warren Buffett. Questo ci parla anche di differenze interne al sistema statunitense, perché da un lato c’è Charlie Munger mentre dall’altro lato ci sono i protagonisti dell’automobile negli Stati Uniti che non capiscono assolutamente nulla e poi si ritrovano ora a dire “ok, ho paura, le auto cinesi sono meglio di quelle che faccio io”.

Il sistema cinese, nel frattempo, applica la scala di cui si parlava anche alla trasmissione di conoscenze e competenze. I numeri remano a favore di Pechino?

È importante capire che la corsa di Pechino è fatta di quantità. Ma questo “regno della quantità”, per dirla con Guenon, diviene sul serio anche qualità. Il mondo della ricerca e della tecnologia applicata non è fatto di dieci Einstein che cambiano il mondo ma di centinaia di migliaia di persone che frequentano corsi specializzati. Se le università progrediscono in modo molto significativo, come è avvenuto, aumentano i corsi di dottorato di nicchie specializzate, aumentano anche gli articoli prodotti, aumentano anche i brevetti, e tutto ciò ha un effetto, dentro questa gigantesca macchina di capitale umano che alla fine, come noto nel dettaglio nel libro, con decine e decine di nomi e di casi, finisce per avviluppare l’avversario americano.

Anni di letture del confronto Occidente-Cina attraverso varie chiave interpretative (come quella della “nuova Guerra Fredda”) spesso mancano di centrare il punto sul percorso che ha portato la Cina ad ascendere al rango globale. Scontiamo una scarsa conoscenza della Repubblica Popolare anche a livello di classe dirigente e élite?

Rispetto all’Unione Sovietica, la Cina è una grande potenza di mercato ed è diventata in modo deliberato la principale potenza manifatturiera al mondo. Pertanto, esiste un condizionamento da parte della Cina nella struttura produttiva del nostro pianeta e dell’economia mondiale che difficilmente può essere superato. Questo rappresenta un problema al cuore della nostra epoca di capitalismo politico. Ne è il riflesso l’uso di una serie di termini per cercare di dare un nome a questo problema: reshoring, reindustrializzazione, friendshoring, decoupling, decoupling strategico.

In estrema sintesi, vuol dire sempre che – una volta che si definisce la Cina come rivale e avversario – bisognerebbe costruire una sfera di capacità produttiva che metta al riparo dalla conflittualità con Pechino. Come vediamo ormai da anni, è più facile a dirsi che a farsi. Se tu dici, come Jake Sullivan nell’amministrazione Biden, “guarda, c’è uno steccato di cui io decido l’altezza e le dimensioni, la Cina può fare con noi quello che dico e non può fare con noi quello che dico”, allora loro rispondono “sì, in teoria tu puoi non darmi quelle tecnologie, ma punto numero uno, le tue imprese vogliono vendere lo stesso nel mio mercato, e punto numero due, io posso decidere altre cose che non ti darò, e poi aggiungiamo anche il punto numero tre che questo enorme esercizio di relativa autosufficienza nazionale io posso farlo con milioni di burocrati invece tu non hai le stesse risorse umane”. Oppure puoi intraprendere altri approcci, ma nessuno funziona veramente. Tutti gli approcci decenti, naturalmente, vedranno gli Stati Uniti insieme ad alleati, mica da soli. Occorre quindi comprendere la differenza di questa dinamica rispetto a quella della guerra fredda, anzitutto.

Un dato fondamentale: la conoscenza dell’Urss da parte degli Usa della Guerra Fredda era infinitamente superiore a quella della Cina odierna..

Per quanto riguarda il mondo della guerra fredda, negli Stati Uniti a mio avviso gli studi sull’Unione Sovietica e sulla sovietologia erano molto più diffusi nelle classi dirigenti. Nonostante ci siano ancora lavori eccezionali prodotti in ambito accademico (basti pensare al capolavoro di Joseph Torigian sul padre di Xi Jinping) e giornalistico (basti pensare a tanti intrecci sulla produzione e la tecnologia, da Apple a Huawei), gli apparati statunitensi e gli uomini e le donne del “pensiero permanente” degli Stati Uniti hanno invece una conoscenza della Cina inadeguata e parlano per frasi fatte o stereotipi inadeguati, rispetto ai protagonisti di altre stagioni sull’Unione Sovietica, come i Kennan o i Brzezinski, o sulla Cina, come i George H.W. Bush e gli Scowcroft.

Questo per stare agli Stati Uniti. Non credo sia il caso di commentare le affermazioni della Commissione Europea. Non è un impiego produttivo del tempo. 

Quali sono, infine, a tuo avviso le principali sfide che Pechino dovrà affrontare per consolidare il suo modello?

Le sfide rimangono le stesse. Sono soprattutto l’invecchiamento della popolazione in un contesto di riduzione della crescita, nonché i rapporti con i vicini. Quelle sono sfide strutturali e pesantissime, che rimangono intatte. Alle condizioni dell’economia fanno del resto cenno anche i pensieri che attribuisco a Wang Huning, quando gli faccio dire che non ha la più pallida idea di come vada veramente l’economia cinese. Inoltre, ogni sistema di concentrazione del potere su un leader ha problemi: anche in questo caso, inserisco vari riferimenti al fatto che Wang Huning non è che non può dire, ma non può nemmeno pensare il “dopo” Xi Jinping.   

Poi c’è la situazione internazionale, di un mondo che è ben più vasto di Pechino e Washington e basta. Paesi come l’India continueranno a essere non allineati, alzando il prezzo di collaborazioni temporanee e non entrando senz’altro in una “sfera” cinese. Basta leggere “Pax Sinica” del 2019, di cui è autore Samir Saran, interessante e influente pensatore indiano, per comprendere questi temi. 

Alla Cina attende quindi una navigazione tutt’altro che agevole, in un mondo difficile per tutti.

La cosa più importante, però, sarà quanti dei talenti cinesi in ambito scientifico e tecnologico Pechino riuscirà a trattenere e a riportare in patria nei prossimi dieci anni.

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