La seconda vittoria di Donald Trump? “Ha una valenza politica maggiore ed è ancor più un evento di portata storica rispetto alla prima affermazione del presidente eletto”. Parola di Aldo Giannuli, storico, politologo e a lungo docente all’Università degli Studi di Milano, che con InsideOver prova a inserire nella sua cornice storica e nel contesto degli sviluppi politici degli Stati Uniti il ritorno al potere di The Donald. Partendo da un presupposto: “Chi ha storicamente visto fallire la sua missione è l’attuale Partito Democratico americano”.
È una sconfitta della Harris o parliamo di un processo più lungo?
“Trump sconfigge Harris rafforzando un processo che viene da lontano. E mostrando il fallimento dell’ambizione dei democratici Usa di sviluppare un processo di modernizzazione neoliberista e globalista al tempo stesso. La bocciatura sonora subita dal Partito Democratico lo dimostra: Trump non solo vince tutti gli Stati chiave, il Partito Repubblicano ormai plasmato a sua immagine e somiglianza conquista il Senato e per la seconda volta dagli Anni Novanta a oggi riesce a vincere anche il voto popolare. L’America archivia la globalizzazione, o meglio ancora la narrazione della globalizzazione”.
Un successo più ampio che nel 2016, quando Trump aveva vinto di stretta misura contro Hillary Clinton. Che cosa ci insegna?
“Sicuramente che Trump non è stato un accidente della storia. E dirò di più: se non fosse stato per un accidente esterno, la pandemia, questa vittoria sarebbe arrivata già quattro anni fa. Trump perse la Casa Bianca nel 2020 più per una gestione scriteriata del Covid-19, che portò gli Usa a essere tristemente in testa alle classifiche per contagio e mortalità, che per l’impegno di Joe Biden a costruire una coalizione alternativa. Parliamo dunque di un processo storico che si va manifestando da quasi un decennio, venendo fermato solo da una contingenza, e affonda le sue radici nella Grande Recessione e nella conseguente rivolta populista”.
Parlava di un’America che “archivia” la globalizzazione. Delle sue storture vengono incolpati soprattutto i democratici?
“Il Partito Repubblicano ha già pagato un durissimo prezzo sotto forma della pressoché totale liquidazione dell’identità conservatrice classica a favore della visione del mondo trumpiana, che è il populismo allo stato puro. Ma è indubbio che delle storture della globalizzazione siano stati più volte chiamati a rispondere soprattutto i democratici, del resto il partito che ha dettato le politiche per strutturare l’agenda globalizzata negli Anni Novanta, decennio in cui il patto sociale americano è cambiato radicalmente, e ne ha incarnato maggiormente la narrazione”.
Come si è sedimentata questa rivolta contro la globalizzazione?
“Per capirlo bisogna pensare innanzitutto a cos’era l’America in precedenza. Dagli Anni Trenta agli Anni Novanta dominava il patto sociale costruito nel New Deal da Franklin Delano Roosevelt: capitalismo fondato su industria e alti salari, moderata redistribuzione tramite il welfare, tutela della classe media. Il modello si incrinò con le riforme di Ronald Reagan negli Anni Ottanta, vacillò dopo la fine del boom demografico e andò in crisi con le delocalizzazioni degli Anni Novanta. Ed è emblematico che proprio l’industria simbolo dell’ascesa di questo modello, del consumismo che lo trainò e infine della de-industrializzazione fu quella più iconica e rappresentativa in ogni fase, ovvero l’automobile”.
L’auto che dominava gli Stati che oggi compongono la tanto contesa Rust Belt…
“Già, quel “Muro Blu” saldamente in mano ai democratici per decenni che Trump ha sfondato nel 2016, Biden riconquistato nel 2020 e ora, però, sembra non esistere più. I democratici, complice una candidata debole come la Harris, hanno subito una debacle più ampia di ogni pronostico, anche dei più foschi. E dovranno completamente cambiare narrazione dopo aver perso i lavoratori un tempo perno del loro elettorato. E come in passato, Trump vince facendo leva su di essi, contro le roccaforti dem sulle coste, associate ai vincitori della globalizzazione. Se la prima manifestazione di un processo simile ha fatto scalpore nel 2016, la sua conferma oggigiorno ne aumenta la portata storica”.
Joe Biden, però, ha promosso un grande piano di industrializzazione del Paese. Come mai non ha funzionato a consolidare i democratici?
“Biden ha iniettato miliardi di dollari per una vera politica industriale e, questo gli va dato atto, ha contribuito a una sensibile crescita economica che però non si è distribuita in tutti gli Usa e, soprattutto, è stata accompagnata da un senso di precarietà. Finanziare aziende europee, giapponesi o asiatiche per insediarsi dà comunque l’idea della perdita del controllo, della fragilità del sistema e poi tutto questo si associava a un’ampia serie di problematiche, dall’inflazione al costo del denaro, che il governo aveva più difficoltà a controllare. Trump vince anche perché spesso è la percezione dei fenomeni a fare la differenza. E sull’economia Harris era percepita come meno affidabile del suo avversario e del presidente attuale. E dirò di più…”.
Prego, professore…
“Ormai è palese che il Partito Democratico americano soffre della stessa malattia che condiziona tutte le altre formazioni che si definiscono socialiste o socialdemocratiche su scala globale: pensare che possa bastare l’enfasi sui diritti civili a compensare la scelta di arrendersi al vento neoliberista evitando la battaglia sui diritti sociali”.
Lo ha detto anche Bernie Sanders commentando la sconfitta di Harris: i dem hanno perso i lavoratori. Che cosa implica ciò?
“Sicuramente questo si inserisce nel processo di cui parlavamo. Intendiamoci: la tutela da ogni discriminazione è sacrosanta e parlare di diritti sociali non deve andare a scapito di ogni discorso sul tema civile. Ma essi non bastano a rappresentare un’agenda comune, specie laddove l’America, come gli altri Paesi a economia avanzata, vive quel profondo dualismo tra centro e periferia che è il grande portato dell’impatto tra globalizzazione e società. Un dualismo mai risolto. E di cui oggi paga le conseguenze chi non l’ha colto”.

