L’Albania è nel caos e questo non soltanto per i disordini scaturiti dalle proteste in corso da diversi giorni a Tirana. Strappi, decisioni considerate avventate, reciproche accuse tra i vari partiti, il Paese balcanico rischia di scivolare in un’inquietante instabilità da cui si vedono poche vie di uscita.

Le proteste

Tutto nasce dalle manifestazioni che già dallo scorso anno imperversano per le strade delle città albanesi, per le quali governo ed opposizione si accusano a vicenda. Da una parte l’esecutivo di centrosinistra del Partito Socialista del premier Edi Rama, secondo cui l’opposizione aizza appositamente i cittadini per destabilizzare l’Albania ed impedire le riforme, dall’altra la minoranza di centrodestra del Partito Democratico che sostiene invece come il principale responsabile del caos sia proprio il primo ministro. Nelle proteste, particolarmente accentuate a Tirana, i manifestanti chiedono le dimissioni di Rama reo secondo loro di non aver bloccato la corruzione. Inoltre, una parte del Partito Democratico sostiene brogli elettorali nelle legislative del 2017.

Dopo mesi di relativa calma, le manifestazioni riprendono proprio negli ultimi giorni. L’Albania è in una fase delicata, in quanto il 20 giugno dovrebbe iniziare la fase di trattativa per l’adesione all’Ue, su cui convergono tutte le forze politiche ma per la quale emergono non poche spaccature in seno all’elettorato, ed il 30 giugno invece sono fissate le elezioni amministrative.

La mossa del presidente Meta

Proprio mentre ancora Tirana è bloccata dalle manifestazioni, dal palazzo presidenziale emerge una decisione destinata ad infiammare ulteriormente la situazione: il presidente della Repubblica, Ilir Meta, decide di rinviare sine die la data delle elezioni amministrative. Questo perchè, secondo una nota della presidenza albanese, non ci sarebbe il clima ideale per chiamare i cittadini alle urne. Ma la mossa, che riceve il plauso dell’opposizione, infiamma ulteriormente la situazione e rischia di avviare una vera e propria paralisi istituzionale. Il premier Rama infatti accusa Meta di non essere imparziale e di aver privato i cittadini albanesi del proprio diritto di voto e tira dritto con le elezioni: “Si faranno”, assicura Rama nel corso di diverse interviste rilasciate in questi giorni.

Ma lo strappo istituzionale tra presidente e primo ministro è evidente e preoccupa non pochi analisti. In Albania il presidente ha ruolo di garante ed è eletto dal parlamento. Meta è in carica dal 2017, ma la sua è una figura dal passato politico molto attivo, essendo tra le altre cose anche fondatore di uno dei principali partiti per adesso all’opposizione, ossia il “Movimento Socialista per l’Integrazione“. Per questo il premier Rama preme sulle elezioni, quasi invalidando (almeno sotto il profilo politico) le parole del capo dello Stato. Ed il partito Socialista pensa all’impeachment, che però per essere approvato necessita dei voti favorevoli dei due terzi del parlamento e dunque l’iter si profila molto lungo e complesso. In poche parole, a Tirana potrebbe sorgere un grave e preoccupante duello a distanza tra presidente della Repubblica e primo ministro, le cui conseguenze appaiono imprevedibili.

Gli scenari futuri

Un orizzonte fosco dunque quello albanese, le proteste di questi giorni paralizzano il Paese e determinano scontri tra le più alte cariche. Rama punta il dito contro chi non vuole l’applicazione della riforma della giustizia, chiesta a gran voce dalla stessa Ue per avviare i negoziati di adesione, dall’altro lato l’opposizione parla di governo corrotto ed inaffidabile. A mettere benzina sul fuoco anche il settimanale tedesco Bild, che nei giorni scorsi pubblica intercettazioni dove si evidenziano contatti tra un boss di Durazzo ed alcuni deputati socialisti.

Un quadro dunque fatto di accuse reciproche e di paralisi istituzionale, ecco cosa potrebbe divenire l’Albania nei prossimi mesi. E già fra poche settimane potrebbe sorgere la prima conseguenza di questa situazione: il rinvio dell’inizio del negoziato per l’ingresso all’Ue.

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