Alain De Benoist: remigrazione, un mito che non diventerà progetto

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La remigrazione è auspicabile e possibile? Se non è possibile (se non che in astratto), non parliamone più. È auspicabile? Tutto dipende da che cosa si intende con questa parola. È evidente che l’immigrazione extraeuropea in Europa, che è diventata un’immigrazione di popolamento e che comporta patologie sociali ormai ben note, deve essere frenata con tutti i mezzi possibili. Tutti i sondaggi lo confermano: i popoli autoctoni non ne vogliono più e non ne possono più. È la ragione per la quale un certo numero di gruppi e di partiti politici (talvolta facenti parte di governi) sono oggi sostenitori della “remigrazione”. Il problema, quando lo si affronta più in profondità, è che non sempre ne danno la medesima definizione. La maggior parte di essi, ad esempio, mette in primo piano il carattere volontario della scelta del rientro (che certamente può essere incoraggiata), mentre non è necessariamente così nel caso degli altri.

La remigrazione è stata presentata come un “mito mobilitante“. Si pone allora il problema di capire come il mito viene trasposto in un progetto che non abbia a che fare, come tanti altri, con la pura e semplice impolitica. Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati per il solo motivo che sono degli immigrati, ma combattere coloro che, per amore del profitto e ignoranza volontaria della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano ad incoraggiarla, o per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, o per irenismo umanitario o universalismo morale, oppure nell’intenzione perversa di modificare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica.

Il blocco dei flussi d’ingresso è sicuramente possibile, perlomeno in una certa misura (e senza tenere conto del potere di interdizione dei giudici acquisiti all’ideologia dominante). Il «ritorno al Paese d’origine» non ha senso, viceversa, quando per una stessa famiglia ne esistono più di uno, quando i Paesi d’origine rifiutano di riprendersi i connazionali che li hanno abbandonati, e nel caso delle coppie e delle famiglie miste, che molto probabilmente sono destinate ad aumentare.

Con le espulsioni, si spera di ottenere una diminuzione dei volumi degli stock (si può defininirli così per opposizione ai volumi di flusso). Questo vale per i clandestini, per i delinquenti stranieri, per gli agitatori ostili, per coloro che sono venuti esclusivamente per beneficiare di un sistema di assistenza sociale, ma questo insieme non rappresenta la maggioranza degli immigrati. Dopodiché si entra in un terreno instabile, dove i motivi dell’espulsione a poco a poco scompaiono. Non vedo come si possa procedere oltre, se non ricorrendo a una nuova forma di arbitrarietà che, ad ogni modo, non potrà essere messa in atto. Come si può valutare il numero di coloro che sono un po’, molto, per niente assimilati? Di coloro che amano un po’, molto, per niente il Paese nel quale vivono? Le persone possono essere giudicate e sanzionate sulla base di quello che fanno, non di quello che sono (e non bisogna credere che facciano quello che sono; è il contrario: sono quello che fanno).

I sostenitori della remigrazione (in precedenza parlavano di reconquista) in definitiva sono dei grandissimi ottimisti. Pensano che la catastrofe possa ancora essere evitata. Io penso invece che la catastrofe si sia già verificata. Quando una biglia corrispondente ad un determinato processo scende su un piano inclinato su cui sono piantate delle borchie, si può tentare di riorientarne la corsa o di dirigerla in questa o in quella direzione; l’unica cosa che non si può fare è farla risalire. Fare questa constatazione significa semplicemente dare prova di realismo.

Aggiungo che, per prendere posizione su questo problema, io non mi colloco in una prospettiva nazionale o nazionalista (non sono nazionalista), ma in una prospettiva imperiale, il che è molto differente: la presenza di minoranze etniche all’interno della società avrebbe tutto l’interesse ad essere analizzata dal punto di vista del federalismo imperiale, non del giacobinismo dello Stato nazionale. Preciso di non credere neppure all’assimilazione, che a mio modo di vedere non è né possibile né desiderabile, e che detesterei vedere la Francia diventare uno Stato razzista (in questo campo, la storia ha già dato).

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