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Politica

Al vertice Apec in Nuova Guinea manca l’accordo sui dazi Usa-Cina

Il primo ministro della Papua Nuova Guinea ha avuto, al termine del teso vertice dell’Apec (Cooperazione economica Asia-Pacifico), centrato sulle politiche tariffarie e sulla competizione fra le sfere d’influenza sull’area del Pacifico fra Stati Uniti e Cina e ospitato nella...

Il primo ministro della Papua Nuova Guinea ha avuto, al termine del teso vertice dell’Apec (Cooperazione economica Asia-Pacifico), centrato sulle politiche tariffarie e sulla competizione fra le sfere d’influenza sull’area del Pacifico fra Stati Uniti e Cina e ospitato nella capitale Port Moresby, il compito di annunciare il mancato raggiungimento di un accordo per un comunicato congiunto capace di stemprare le minacce di una guerra commerciale a tutto campo e della trasformazione del Pacifico in un’area di competizione serrata.

“I giganti nella stanza”, così li ha definiti il 54enne Peter O’Neill, hanno impedito il raggiungimento di un protocollo d’intesa. E all’Apec la sfida diretta tra Cina e Stati Uniti si è declinata nel contenzioso dialettico tra Xi Jinping e il vicepresidente statunitense Mike Pence. Xi Jinping è arrivato al vertice Apec dopo aver girato per diversi giorni la Nuova Guinea, sede di importanti investimenti cinesi nell’ambito della “Nuova Via della Seta” e strategia in una regione che vede altre nazioni insulari, come Vanuatu, approcciati dall’Impero di Mezzo.





Pence invece, riporta il Guardianha parlato al vertice Apec “ammonendo le nazioni del Pacifico dall’accettare assistenza finanziaria da Pechino”, dichiarando che “i prestiti infrastrutturali cinesi […] minacciano la sovranità di diverse nazioni”.

Come in una guerra di posizione, Cina e Stati Uniti hanno sfruttato il vertice Apec per annunciare il dispiegamento di nuove pedine nel Pacifico: Pechino ha annunciato di aver concesso a Tonga la dilazione dei termini di ripagamento di un prestito da 165 milioni di dollari, Washington di aver intenzione di sviluppare assieme all’Australia, principale alleato nel contrasto alla Cina, la base navale Lombrun nell’isola neoguineana di Manus.

Cosa ha causato la rottura al vertice Apec

“A produrre la frattura decisiva” tra Cina e Usa sarebbero state, secondo l’Agi, “una disputa sulla menzione o meno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e un appello per la sua riforma e un passaggio relativo a “pratiche commerciali ingiuste”, che avrebbe fatto inalberare Pechino. Le tensioni sono state confermate anche da altri delegati al vertice e sarebbero sfociate anche in un tentativo di diplomatici cinesi di convincere il ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea a fare passare nel comunicato finale la versione di Pechino, presentandosi nel suo ufficio senza preavviso”.

Rimbink Pato, titolare del dicastero, “avrebbe anche minacciato di chiamare le forze dell’ordine, qualora i diplomatici cinesi non se ne fossero andati, versione smentita dagli stessi delegati cinesi. Invece del comunicato congiunto Peter O’Neill, padrone di casa dell’edizione di quest’anno del vertice, ha dichiarato che rilascerà nei prossimi giorni, non specificando quando, un “chairman’s statement” sul summit”.

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la prima volta nella storia dell’Apec (Cooperazione Economica Asia-Pacifico) che non viene redatto un comunicato finale congiunto fra i 21 Paesi membri. E questo per le dinamiche del Pacifico non è un fatto positivo.

Xi vede Abe e Moon

Diviso da un selciato notevole da Washington, che difende a oltranza la linea dei dazi, Xi ha trovato l’occasione di confrontarsi con il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe e con il Presidente sudcoreano Moon Jae-in. Al vertice Apec è andato in scena una sorta di gioco delle tre carte: Abe ha interesse a mediare tra la Cina e gli Usa di Trump, Xi a riavvicinare Abe e Moon.

Risultati interlocutori, a questo passaggio. Come riportato dal Japan TimesAbe ha provato a giostrarsi tra l’esigenza di rimarcare (come ha fatto) la vicinanza a Usa e Australia sulla democrazia e la rule of law e di proporre un’alternativa alla “Nuova Via della Seta” e le necessità strategiche che impongono la ricerca di un modus vivendi con Pechino, con cui il Giappone punta a partnership infrastrutturali in Paesi terzi. Tuttavia, la volontà di Abe di fare da ponte tra Cina e Usa non si è concretizzata in un successo, anche solo formale, del summit dopo il naufragio del comunicato congiunto.

Il trilaterale Abe-Moon-Xi, invece, è stato un passaggio formale che non si sa ancora se in grado o meno di contribuire a un’ulteriore esigenza strategica cinese: rafforzare la collaborazione con Seul evitando che le tensioni tra Moon e Abe sorte per le storiche tensioni tra coreani e giapponesi degenerino in rivalità geopolitica.

Considerando che Seul e Tokyo, formalmente, sono alleate degli Stati Uniti che spingono contro  Pechino si ha un’idea della complessità dell’intrico dell’Oceano Pacifico. Immensa massa d’acqua in cui si condensa un’ampia porzione dell’economia e della geopolitica planetaria. E che del mondo riflette anche la costante imprevedibilità.

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