Una sfida aperta a Donald Trump e Benjamin Netanyahu e alla loro prospettiva di ridisegnare unilateralmente il Medio Oriente, e una dimostrazione di unità del mondo arabo: il vertice del Cairo convocato dal presidente egiziano Abdul Fattah al-Sisi ha fatto emergere un progetto in tre fasi dal valore di oltre 50 miliardi di euro per coinvolgere gli Stati della regione nella ricostruzione di Gaza martoriata dalla guerra, inserire il futuro della Striscia nel quadro della difesa dei diritti dei palestinesi e promuovere trattative diplomatiche volte a trovare un prosieguo al cessate il fuoco oramai in un limbo. Usa e Israele però non ci stanno, proseguendo in un ostruzionismo che non aiuta alla pace nella regione. Sia Donald Trump che Benjamin Netanyahu hanno respinto al mittente la proposta, che pure si basava su tre fasi ben delineate.
In sostanza, le tre fasi sarebbero sviluppate su piani paralleli. In primo luogo, si provvederebbe a raccogliere tramite conferenze e finanziamenti le risorse necessarie a mettere a terra una ricostruzione di Gaza e la contemporanea fornitura di alloggi di emergenza a chi è rimasto senza casa; in parallelo, in secondo luogo, si istituirebbe un’amministrazione temporanea per Gaza con forze di peacekeeping chieste al Consiglio di Sicurezza Onu; infine, si aprirebbe la strada all’applicazione della soluzione a due Stati
La risposta araba a Usa e Israele
Il summit d’emergenza della Lega Araba presenta una rara prova d’unità oltre ogni bandiera: dalla Siria del neo-presidente islamista Abu Mohammad al-Jolani alla Giordania di Re Abdullah II, dal Qatar rappresentato dal ministro degli Esteri Mohammed bin Abdulaziz bin Saleh Al Khelaifi all’Arabia Saudita del principe Mohammad bin Salman è emersa compattezza per mettere in campo progetti strategici volti a rispondere al piano israeliano-americano.
Washington e Tel Aviv hanno provato, con la proposta dell’inviato speciale Usa Steve Witkoff, a riscrivere i termini del cessate il fuoco tra Israele e Hamas dopo la scadenza della prima fase? La Lega Araba risponde con il suo sostegno agli accordi di Doha di gennaio. Trump ha proposto la deportazione dei palestinesi da Gaza e la ricostruzione della Striscia come riviera? I Paesi arabi sottolineano, in risposta, la necessità di un piano in tre fasi per permettere ai gazawi di tornare a vivere nel loro territorio garantendo anche la continuità assistenziale durante la ricostruzione.
I sostenitori della guerra in Israele accusano i Paesi arabi di debolezza con Hamas? La delegazione araba invita come rappresentanza l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e l’Autorità Nazionale Palestinese, che a Pechino a luglio la stessa Hamas ha legittimato come unici rappresentanti del loro popolo.
Il piano arabo gode del sostegno delle Nazioni Unite e del segretario generale Antonio Guterres. Emerge la volontà di ricostruire Gaza non come enclave di terrore e miseria ma come parte di un Medio Oriente pacificato: “I precedenti piani economici per Gaza sono falliti dopo essere stati soffocati da Israele, che ha bloccato e bombardato la striscia per anni“, ricorda il Guardian, aggiungendo che la proposta si scontra con i desiderata del “primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto che vuole un controllo permanente e onnicomprensivo su tutta la terra nei territori palestinesi“.
La prova di forza di al-Sisi
Spicca nel negoziato la figura del presidente egiziano al-Sisi. Il 71enne rais del Cairo ha resistito, dal 20 gennaio ad oggi, alla tentazione di “andare a Canossa” da Trump alla Casa Bianca dopo che The Donald presentando il suo piano per Gaza il 5 febbraio, ha messo pressione sul mondo arabo. L’Egitto ha promosso dalla riunione con la Giordania e i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo di Riad del 21 gennaio un piano che al-Sisi ha definito “una visione completa per la ricostruzione di Gaza, garantendo al contempo la permanenza dei palestinesi” e ha ricevuto il via libera dell’intera Lega Araba.
Un messaggio di forza che rafforza la posizione dei mediatori e non può essere certamente definito un cedimento ad Hamas. In sostanza, ora l’Egitto e il Qatar, mediatori della tregua, hanno il sostegno dei Paesi arabi nel combinato disposto tra il sostegno al cessate il fuoco come è stato concluso a gennaio e quello alla futura ricostruzione di Gaza. A Israele e all’alleato americano la responsabilità di avanzare una contro proposta e accettare se entrare in campo o meno per una diplomazia che sappia realizzare per discutere nel merito o assecondare la strada che porta alla ripresa della guerra. Tutto questo senza regali agli islamisti. A livello diplomatico, un risultato notevole. A livello concreto, si vedrà: ma ora la responsabilità di offrire una proposta alternativa sta solo nelle mani di chi oggi reagisce duramente a un piano articolato.
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