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Tra febbraio e maggio 2018 dovrebbero tenersi le prossime elezioni democratiche in Egitto, simbolo (teoricamente) dei successi della “primavera araba” del 2011 prima edella rivoluzione del 2013 poi. La leadership egiziana è ancora ben lungi dall’abbracciare gli standard democratici occidentali e l’ennesimo esempio pratico è stato fornito ieri, quando una Corte militare di giustizia ha condannato a 6 anni di detenzione Ahmed Konsowa, ex colonnello dell’esercito, portato in tribunale per aver pubblicato un video a inizio dicembre dove dichiarava la volontà di candidarsi contro al Sisi alle prossime elezioni.

L’accusa mossa nei confronti dell’ex colonnello egiziano è di aver pronunciato il discorso ufficiale per la candidatura mentre indossava la sua divisa militare, andando così contro – secondo le motivazioni del governo – agli interessi nazionali. Nel discorso del 2 dicembre Konsowa afferma di essersi dimesso dall’esercito nel marzo del 2014 anche se, nonostante abbia inoltrato richiesta in più occasioni, non ha mai ricevuto risposta dalla Corte, la quale avrebbe dovuto formalmente accettare le dimissioni dell’ex colonnello per permettergli la candidatura.

Sono già scoppiate le prime proteste prime proteste nel paese e molti sembrano increduli dato che al Sisi stesso fu, poco tempo fa, uno degli “uomini in divisa” poi saliti al guida del governo, peraltro dopo un colpo di stato militare contro il governo di Mohamed Morsi, il primo eletto democraticamente in Egitto. Nel suo discorso di annuncio della candidatura Konsowa ha detto che ha intenzione di mettersi in gioco perché “è ora di tirare fuori il paese dallo stallo politico in cui è piombato” e che proprio per questo ha chiesto le dimissioni dal suo incarico nell’esercito, anche se mai accettate dall’organo giuridico militare.

Ma Ahmed Konsowa non è l’unico a cui sembra essere preclusa la possibilità di candidarsi per sfidare Abdel Fattah al Sisi: anche ad Ahmed Shafik, ex primo ministro (anche se solo per un mese), e a Khaled Ali, un avvocato di grande fama in Egitto – che avevano annunciato di voler sfidare la leadership dell’attuale governo – è toccata una sorte simile. Certo comunque non comparabile alla condanna a 6 anni per Konsowa annunciata ieri. L’ex primo ministro ha pubblicato un video all’inizio del mese dove afferma di non poter lasciare gli Emirati Arabi Uniti, dove risiede dal 2012, a causa delle intimidazioni ricevute. Al MED di Roma il ministro degli esteri egiziano ha negato qualsiasi tentativo di impedire la candidatura di Shafik e ha aggiunto che non c’è alcun tipo di restrizione nei suoi confronti, anche se lui afferma di non poter varcare il confine egiziano. L’avvocato Khaled Ali poco tempo dopo l’annuncio della sua candidatura è stato condannato per “indecenza pubblica”, accuse che secondo i suoi – molti – sostenitori hanno uno stampo politico e nessun fondamento giuridico.

Le elezioni in Egitto si avvicinano mentre imperversa la crisi economica e il pugno duro di al Sisi, insieme al sempre crescente sentimento di cambiamento all’interno del paese, sembrano prefigurare il contesto perfetto per nuove tensioni. L’Egitto rimane un attore fondamentale per molti, dagli Stati Uniti all’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, ma anche per l’Italia – e non ‘solo’ per l’ENI. Come ricorda Costanza Spocci su Limes , “l’ex feldmaresciallo ha specificato che non dimenticherà mai come l’Italia abbia appoggiato la «rivoluzione» del 30 giugno 2013, il giorno in cui il presidente eletto Muḥammad Mursī è stato destituito dai militari, con il supporto di migliaia di persone in piazza che ne chiedevano la rimozione. E con altrettante migliaia, sostenitrici dei Fratelli musulmani, che in altre piazze invece gridavano al colpo di Stato(…)”, inoltre “Renzi è stato il primo leader ad accogliere al-Sīsī il 24-25 novembre 2014 nella suo primo tour europeo da presidente, la cui seconda tappa era la Francia di Hollande. Già allora gli interessi erano chiari: il business e le opportunità per le imprese italiane in un mercato da 90 milioni di persone, la cui media è 25 anni con una crescita demografica del 2% annuo; insieme, un dossier libico già bollente sul tavolo e in attesa di essere aperto.”