Parlare di Abdallah al-Senussi significa evocare non solo il torturatore simbolo del regime di Gheddafi, ma l’uomo che conosce dall’interno tutte le leve del potere libico: le tribù, gli apparati di sicurezza, i clan dell’Est, le reti economiche del Fezzan e i sotterranei dove per quarant’anni si sono mescolati repressione, affari e controllo del territorio. E questa conoscenza, nella Libia frammentata del dopo-2011, vale ancora oggi quanto un esercito.
Al-Senussi appartiene alla potente tribù Magarha, la seconda del Paese dopo i Warfalla, decisiva nel controllo del Sud, dove passano i corridoi dei traffici, i movimenti delle milizie e i percorsi delle pipeline che portano il petrolio verso Nord. Le infrastrutture energetiche della Libia non sono protette da eserciti regolari, ma da equilibri tribali: chi controlla Sabha, Brak al-Shati, Jufra e Ubari può influenzare non solo il Sud, ma anche gli oleodotti che alimentano i terminali di Mellitah, Zawiya e Ras Lanuf. Per questo il nome di al-Senussi torna sempre nei negoziati sotterranei sulla sicurezza dei giacimenti: Sharara, Elephant, al-Feel. Geni della NOC (National Oil Corporation) spiegano da anni che non si può garantire continuità produttiva senza un accordo tacito con le grandi tribù dell’Ovest e del Sud.
Quando la NATO bombardava Tripoli, nel 2011, al-Senussi era già considerato uno degli uomini più informati del Paese. Aveva diretto la Mukhabarat gheddafiana, coordinato la repressione di Abu Salim, gestito i rapporti con servizi stranieri e milizie islamiste infiltrate. Oggi è ancora detenuto a Tripoli, ma il suo nome viene regolarmente invocato da Bengasi, dove i fedelissimi di Haftar lo considerano una pedina politica da utilizzare contro il Governo di Unità Nazionale. Non perché debba tornare al potere, ma perché la sua figura può spalancare o chiudere porte con i Magarha, con i Warfalla, con i clan del Fezzan che muovono uomini e armi. È un capitale politico che pochi possiedono.
ENI conosce bene questo mosaico. Il gruppo italiano è l’attore internazionale più radicato in Libia: gestisce insieme alla NOC il grande complesso di Mellitah, il gasdotto Greenstream che rifornisce l’Italia, e buona parte della produzione offshore di Bahr Essalam. Tutto questo si regge su patti di sicurezza che devono soddisfare Tripoli, le milizie della costa, la Turchia, ma anche Haftar, gli Emirati e la galassia delle tribù del Sud. Negli ultimi anni, mentre la Francia puntava su Haftar e gli Emirati militarizzavano il Sud, l’Italia ha cercato di navigare fra questi blocchi evitando fratture. È qui che l’“effetto al-Senussi” diventa fondamentale: nessun accordo energetico è sostenibile senza stabilizzare il Fezzan, e nessuna stabilizzazione del Fezzan è possibile ignorando la rete magarha.
La presenza di al-Senussi ha inoltre un peso simbolico nelle trattative fra Tripoli e Bengasi. La sua eventuale liberazione è stata più volte oggetto di discussione in scambi politici fra il governo di Dbeibah e la cerchia di Haftar. Per alcuni analisti, la sua figura potrebbe essere utilizzata come “gesto di riconciliazione nazionale” per aprire la strada a una spartizione politica più stabile del Paese. Per altri, rappresenta solo una minaccia: liberare l’uomo che conobbe segreti, corruzioni e alleanze del regime significherebbe dare voce a chi può rivelare i legami mai interrotti fra vecchie élite e milizie attuali.
Per l’Italia, il problema non è morale ma strategico. Se al-Senussi influenzasse davvero un nuovo equilibrio tribale nell’Ovest e nel Sud, questo avrebbe effetti diretti sulla sicurezza dei corridoi energetici. Gli impianti ENI sono diventati negli ultimi due anni un obiettivo appetibile per la competizione tra potenze straniere: i turchi cercano di consolidare la loro influenza su Tripoli, gli egiziani vogliono arginare Ankara, la Francia protegge Total, la Russia ha riposizionato i suoi asset dopo il ritiro parziale della Wagner. Di fronte a questa competizione, l’unico modo per garantire stabilità a Mellitah e Greenstream è assicurarsi che le tribù del Sud non si mobilitino contro il governo riconosciuto e completino l’accordo con Tripoli.
E qui la figura di al-Senussi torna utile come chiave di lettura: nella Libia reale, non quella raccontata nei rapporti formali, la legittimità non si misura per elezioni o istituzioni, ma per reti tribali, fedeltà e capacità di controllare i corridoi strategici. Al-Senussi incarna questo sistema. Capisce come parlano le tribù, come ragionano i miliziani, come si muovono gli intermediari. La sua eventuale partecipazione, anche indiretta, a un nuovo patto politico potrebbe determinare se ENI potrà operare in tranquillità o se il Paese scivolerà verso un’altra stagione di sabotaggi, blocchi petroliferi e ricatti armati.
La Libia è un Paese dove il passato non muore e il futuro non nasce. L’Italia, volente o nolente, deve confrontarsi con questo limbo se vuole difendere i suoi interessi energetici. E al-Senussi, l’uomo che conosce tutti i punti deboli del Paese, continua a sedere – anche da detenuto – al centro di questa scacchiera instabile.
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